Meritocrazia portami via

di Terry Passanisi

Meritocracy

Due notizie di questi giorni  sono state riportate da diversi quotidiani nazionali, nonché da qualche settimanale. Hanno innescato in me una riflessione analoga, per quanto l’una notizia c’entri con l’altra come i cavoli a merenda.

La prima notizia è apparsa su l’Espresso, uno dei settimanali, con il titolo “Quel professore è antipatico: l’Università di Trieste boccia lo scienziato”, riguarda la bocciatura dal titolo di professore emerito del geologo Giuliano Panza, uno tra i massimi studiosi al mondo di terremoti. La candidatura era stata proposta – giustamente – da un nutrito gruppo di colleghi matematici dell’Università giuliana. Candidatura subito osteggiata invece proprio da parte dei colleghi geologi del Panza. Tu quoque, come si dice. Ma qual è stata la causa scatenante di tale clamorosa silurata? Il branco di geologi si è stretto come un sol uomo contro la candidatura, accusando il professor Panza di essere antipatico, poco affabile, (probabilmente) un burbero. Non sia mai, apriti cielo, e un bel chissenefrega alle decine di titoli e pubblicazioni in evidenza sul curriculum dell’importante accademico. Faccio mio, intanto, un commento letto sul social network per antonomasia, molto puntuale, pubb Leggi tutto…

Molto ‘politically’ e poco ‘correct’

di Terry Passanisi

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Si starebbe manifestando un fenomeno di razzismo nel momento in cui un artista, esprimendosi attraverso la sua opera, la facesse risultare razzista per taluni lettori? Dovremmo indignarci e accusare uno scrittore di essere stato abominevole, disumano per avere parlato simbolicamente male di un ebreo – come quelli protagonisti nei romanzi di Eugène Sue, o come quelli di Umberto Eco ne “Il cimitero di Praga”, descritti come esseri viscidi, traditori e colpevoli, paragonabili a un topo? Forse, dovremmo pensar male anche di un pittore, o di uno scultore, che non avesse incluso nelle sue opere persone di chiara origine africana, e non solo selezionatissimi adoni dell’estetica greca. Oppure, potremmo credere che sarebbe nobile smettere di ascoltare quell’amatissimo musicista romantico che non volle accettare di inserire nell’ultima sinfonia, o in quella famosa sonata, per universale par condicio, una partitura pentatonica d’ispirazione cinese.

Mi servo di questi paradossali presupposti perché, oggi, mi pare – a causa di modelli sociali importati e assunti in pianta stabile da altre culture, soprattutto, storicamente meno elaborate e consolidate di quelle europee – che si stia perdendo la bussola su quello che è in effetti etico e morale, nel saper valutare e comprendere ciò che rientra, o non dovrebbe rientrare, nel vasto calderone del politically correct. Mi riferisco non solo a tutti quegli episodi di bieco razzismo che avvengono quotidianamente nelle città di una nazione presunta civile come quella italiana, ma anche ai tanti episodi di intolleranza – pure da parte di una politica, davvero poco politically, e non mi scuserò per la voluta allitterazione – verso chi non è eterosessuale, verso chi è più debole fisicamente, diversamente magro, verso chi non ha un pensiero massificato, verso chi non rientra in quei sempre più comuni principi di falso moralismo populista. Mi aiuto a spiegare che cosa intendo per eticamente corretto e ottusamente politically correct e moralistico – perché capita anche a me, qualche volta, di pensare che in quel ristorante etnico, invece che in quell’altro, ci sia troppa puzza di fritto, e a buona ragione – con il partic Leggi tutto…

O capitano!

di Terry Passanisi

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Il 20 settembre del 2014, per la prima volta in vita mia, ho avuto l’opportunità di incontrare di persona lo scrittore e semiologo Umberto Eco. È avvenuto in occasione dell’attribuzione al professor Eco del Premio FriulAdria “La storia in un romanzo”, giunto alla sua VII edizione e promosso dalla Fondazione Pordenonelegge in collaborazione con il festival èStoria di Gorizia.

Ci sono sogni che, per quanto ad occhi aperti, gli appassionati di un genere si portano dietro tutta la vita; fino a quando non si ha la possibilità di esaudire il sogno – sempre che ciò possa succedere –, esso rimane vivido nel profondo dell’anima. Così, gli amanti di uno sport, un giorno, sperano di poter incontrare il loro campione, i grandi viaggiatori di visitare il luogo che li ha fatti volare con l’immaginazione, gli sfegatati della musica di poter finalmente avere in collezione il vinile preferito, autografato dalla rockstar che idolatrano. Uno dei miei sogni – anche se è corretto definirlo l’incontro che più di ogni altro avrei sempre voluto fare, da quando, dodicenne, rimasi folgorato dal romanzo più conosciuto di Eco, “Il nome della Rosa” – è stato quello di poter incontrare di persona il suo illustre autore, e poter scambiare con lui qualche battuta a riguardo, nonostante sia risaputo quanto gli sia antipatica, in una misura non ben definita, quell’opera.

Nonostante fossi molto giovane la prima volta che lo lessi, ricordo che trovai nel romanzo tutto ciò che potevo desiderare da un testo di narrativa, innamorandomi senza compromessi di quella disamina della natura umana, costruita attorno a molteplici piani di trama – come, tecnicamente, appresi solo molto tempo dopo, leggendo ogni saggio esistente sul romanzo. Fui colpito soprattutto dal modo in cui lo scrittore Eco aveva saputo racchiudere la varietà di generi narrativi, abbracciando l’immensità dell’esist Leggi tutto…