O capitano!

di Terry Passanisi

 Pubblico di nuovo, per chi ancora non l’avesse letto, un mio vecchio articolo del 2014 dedicato al grande Umberto Eco.

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 Per la prima volta nella vita ho avuto l’occasione di incontrare di persona il grandissimo scrittore e semiologo Umberto Eco. L’occasione è stata l’attribuzione del Premio FriulAdria “La storia in un romanzo” edizione 2014, giunto alla 7^ edizione e promosso dalla Fondazione Pordenonelegge con il festival èStoria di Gorizia.

 Ci sono sogni che, per quanto ad occhi aperti, ogni appassionato di un genere si porta dietro tutta una vita; fino a quando non si ha la possibilità di esaudire il sogno – sempre che ciò possa succedere -, esso rimane vivido nelle profondità dell’anima. Così, gli amanti di uno sport, un giorno, sperano di poter incontrare il loro campione, e i grandi viaggiatori di visitare il luogo che li ha fatti volare con l’immaginazione; gli sfegatati della musica di poter avere finalmente in collezione quel vinile preferito, autografato dalla rockstar che idolatrano.

Uno dei miei sogni – anche se preferisco definirlo l’incontro che più di ogni altro avrei voluto fare, da quando, dodicenne, rimasi folgorato dal suo romanzo più conosciuto, Il nome della Rosa – è sempre stato quello di poter conoscere il suo illustre autore di persona, e poter scambiare con lui qualche battuta a riguardo, nonostante sia risaputo quanto gli sia antipatica, in una qualche misura non ben definita, quell’opera.
 Nonostante fossi molto giovane la prima volta che lo lessi, ricordo che trovai nel suo romanzo tutto ciò che potevo desiderare da un testo narrativo, innamorandomi senza compromessi di quella disamina della natura umana, costruita attorno a molteplici piani di trama – come, tecnicamente, appresi solo molto tempo dopo, leggendo ogni possibile saggio su quel romanzo. Fui estasiato dal modo in cui lo scrittore Eco aveva saputo racchiudere la varietà dei generi narrativi, abbracciando l’immensità dell’esistenza in una sola opera: il giallo all’inglese, i dogmi spirituali, l’Amore come potenza superiore, i sentimenti più bassi dell’istinto e quelli più alti del Sublime; la saggistica romanzata. Un romanzo ricolmo di saggi, saturi di invenzioni narrative. C’era l’insoluto universale di ogni elucubrazione filosofica, assieme ai massimi sistemi ispirati dalla volta celeste. Quel libro, come egli stesso asseriva, con innegabile ragione, è tanti libri che invocano altri libri ancora. Perché quell’opera è un tomo di Storia, un’enciclopedia medievalista redatta attraverso una complessa filologia, funzionale al millesimo alla trama, anzi alle trame. E svela tutti i segreti celati nell’indole mistica propria degli esseri umani.
 Il Professor Eco riuscì a stregarmi e, da allora, con immutabile ammirazione, penso sempre a lui come a uno dei più grandi scrittori di tutta la storia; anche se credo che, illustrissimo scrittore e semiologo, nonché teorico del linguaggio letterario e filosofico, data l’importanza che ha rivestito per almeno cinquant’anni nella cultura italiana e internazionale, non abbia bisogno di scontate adulazioni.
Avvertire dentro per tanto tempo il desiderio d’incontrarlo, fomentato sempre più negli anni dalla lettura di ulteriori pietre miliari quali “Il pendolo di Foucault” o “Baudolino” o “Il cimitero di Praga”, però, è un’arma a doppio taglio. Al giungere dell’agognato appuntamento, quel tormento voluttuoso fa sentire come un qualsiasi Adso da Melk, nell’istante in cui vorrebbe osare chiedere al suo mentore dei grandi misteri dell’Amore. Quali domande rivolgergli? In che modo renderle appropriate e non ridondanti, non scontate ma originali? Certo che, al confronto con una delle menti più illustri del mondo letterario degli ultimi due secoli, soprattutto quando come me si covano aspiranti mire di scrittore, non ci si può sentire che novizi inesperti e impacciati alle prese con i lacci di una stratificata veste femminile.
 La conferenza stampa di presentazione del premio, riservata solo ai giornalisti, è indetta all’Hotel Moderno di Pordenone alle ore 17.30 precise. Il Professore arriva puntualissimo e si accomoda nel salottino della hall, in attesa di un cenno dai responsabili stampa; e dell’arrivo di Margaret Atwood, con la quale vuole scambiare due chiacchiere in inglese.
Dopo quel ritrovo più unico che raro, ci muoviamo all’unisono, dietro a lui, verso la sala conferenze. Organizzatori e giornalisti insieme, lo accompagniamo nella sala preposta, ed è finalmente arrivato il momento di scoprire e conoscere com’è l’uomo Umberto Eco. Se fosse antipatico, schivo e restio alle curiosità di chi vorrebbe conoscerlo a fondo, con indissimulabile piglio morboso? Quale grande delusione sarebbe per me scoprirlo distante, repulsivo, disinteressato agli incontri, vanitoso oppure scontroso. Avevo già riflettuto più volte su questo dubbio, già appurato in passato, con risultati alterni, a riguardo di personaggi e artisti di una certa fama che avevo avuto il privilegio (o meno) di incontrare. Invece, com’è il grande umanista inseguito per tanto tempo, di persona? Ad essere sincero avevo già fugato ogni dubbio, non appena mi era apparso davanti. Egli non poteva che rivelarsi per come l’avevo sempre immaginato. Non avrebbe che potuto confermare la disponibilità e l’affabilità che gli avevo sempre attribuito. E avrebbe confermato la sua grandezza: la sua conoscenza universale ed enciclopedica, la sua profonda comprensione della natura umana; la similitudine con la bonarietà, la scaltrezza e l’impareggiabile sense of humor dei suoi indimenticabili personaggi letterari.
C’è una cosa di cui sono assolutamente convinto, e che ho imparato nel tempo, sempre meglio, leggendo i più grandi autori classici: Shakespeare, Melville, Poe, Sue, Thoreau, Twain, Swift, Proust, Calvino, Buzzati, per citare i migliori. Lo stesso Umberto Eco, che ascrivo alla nobile cerchia, senza distinzioni. Questa convinzione è che ogni uomo, intriso della sostanza della Conoscenza e dell’Arte, della Storia e della Filosofia, delle capacità analitiche dell’Illuminismo e della disponibile grandezza del proprio sentire, che a sua volta si è nutrito delle stesse geniali sostanze di coloro che lo hanno preceduto, attraverso le loro opere, non può che essere immenso anche come essere umano.
 Mentre i giornalisti lo incalzano con domande più o meno interessanti, talora volutamente critiche o debolmente ironiche, altre prettamente didascaliche e di pura cronaca, il professor Eco dà prova di quanto somigli al metodico e sottile Guglielmo da Baskerville, mutuato da Sherlock Holmes. Quanto sia scaltro e tagliente, ma disponibile e generoso con le risposte, abbracciando simbolicamente tutti gli intervenuti alla conferenza, nutrendoli di quella linfa vitale che solo illimitate erudizione e sensibilità possono far sgorgare. Egli non azzanna ma non rifiuta la sfida, non si nasconde, non lascia né con l’amaro in bocca né con domande irrisolte o con risposte accomodanti; accetta il confronto con indomabile energia, godendosi la chiacchierata, anche quando gli chiedono, con una sferzata inefficace, come sia la vita da pensionato. Non si illudano mai i lettori, o i suoi detrattori, che uno scrittore possa andare in pensione; c’è pur sempre qualcosa da scrivere. Anzi, tre volte tanto. Scherza, ironizza. Quando una domanda lo merita, la annichilisce con un semplice No, imperioso. Eppure si sofferma, riflette e rilancia, esaudendo tutte le curiosità, anche quelle banali e ripetitive, di ognuno dei suoi ammiratori; perché non credo di sbagliarmi nell’identificare, nella totalità dei professionisti dell’informazione presenti, soprattutto indomiti e accaniti fan.
Sempre con grandissima puntualità, va dato atto all’organizzazione del Festival, si tiene alle 18.30, al Teatro Verdi invece, la sua lectio magistralis, improntata sul romanzo a sfondo storico, come il titolo del premio attribuitogli vuole.
 Mi siedo sulla poltrona che mi è stata assegnata; non sono in platea, ahimè, ma in prima galleria. Mi dispiaccio fra me e me della posizione, dato che mi sarebbe piaciuto essere un po’ più vicino al palco, per scattare qualche foto. Attendo l’inizio un po’ avvilito, fintanto che accanto a me si accomoda una bellissima ragazza dai capelli lisci e mori, dagli occhi neri e profondi, che mi strega con un bellissimo sorriso che ricambio istintivamente. È allora che inquadro appieno l’Umberto Eco romantico e ciò che ho fatto mio, leggendolo; l’intellettuale stregato dalle bellezze femminee e non solo teoretiche che, di tutta la sua esistenza, non ricorda tanto i premi ricevuti dai mirabolanti festival tedeschi quanto, piuttosto – evento evocato con voce profonda e (im)percettibilmente addolcita -, il suo matrimonio avvenuto in Germania con la moglie Renate Ramge.
Fa piacere sentirgli dire di essere un europeista convinto, che prova ataviche emozioni quando, viaggiando oltre un altro Stato, sul confine segnato da un muro, non è più costretto a esibire un lasciapassare o a fermarsi a una sbarra abbassata come vent’anni fa. Arrivato sul palco tra interminabili applausi, Eco inizia a narrare la lezione, volta a istruirci alla comprensione dei molteplici piani di lettura che i personaggi di un romanzo istituiscono: i personaggi storici, realmente esistiti, contrapposti a quelli di finzione, collocati all’interno di un reale periodo storico.
 È fondamentale, l’analisi, per capire quanto i protagonisti storici, realmente esistiti, possano esserci stati tramandati stravolti e fasulli da scrittori che li hanno protratti arbitrariamente. A differenza dei personaggi di finzione, che canonizzati all’interno della loro vicenda, del loro universo finito, con criteri inopinabili, mai più, potrebbero essere controvertiti in alcun modo, né da opere apocrife né, tantomeno, da pretestuose e chirurgiche tesi di laurea volte a risultare originali e rivoluzionarie. Ognuno di noi, presente in sala, vorrebbe interromperlo e muovergli l’obiezione che – paradosso al quale il Professore già risponde nello stesso enunciato – finché ci sarà la possibilità di parlare con l’autore stesso, egli potrà dirci che fine ha fatto la Sacra Sindone contraffatta da Baudolino, per esempio. Ed è proprio questo il vero paradosso; perché la nostra smania, di saperne ancora e ancora, non ha nulla a che fare con quanto ogni personaggio di finzione sia (de)finito; è piuttosto quello stesso desiderio voluttuoso di saperne, e poterne sapere, ancora e ancora, attraverso l’autore che amiamo. Nessuno, allora, potrebbe spezzare l’incantesimo che si è venuto a creare: si ascolta la magistrale lezione senza che voli una mosca, pendendo da quelle parole; perché è così che la nostra anima di lettori innamorati dei capolavori di Eco può riassaporare le emozioni inebrianti, provate mentre ci perdevamo nelle vicende dei suoi romanzi, sentendolo dalla stessa (e vera) voce di Guglielmo da Baskerville; finalmente.
 Terminata la conferenza, davanti all’uscita del Teatro, è giunto il momento dell’incontro personale più agognato, approfittando della sessione autografi. Avendo l’accredito stampa, e la dritta giusta, ho la fortuna di arrivare al banchetto prima degli altri. Il Professore è più cordiale che mai; gli apro davanti la mia fedele copia da firmare e lo ringrazio vivamente per aver prodotto quel miracolo letterario, insieme a tutti gli altri. Mentre gli stringo la mano, preso quasi in contropiede, forse percepisce quanto abbia significato per me quello scritto, assieme alla possibilità, finalmente, di dirglielo; quindi mi ringrazia, alzando lo sguardo e dicendomi quanto ami guardare negli occhi le persone che incontra: in quel contatto gli leggo la profondità dell’animo e tutta la sincerità di quello che sta dicendo.
Non c’è altro tempo purtroppo, perché, in quei brevissimi istanti, dietro di me, si sono già accalcate centinaia di persone spinte dal mio stesso bisogno di incontrarlo. Vado e mi allontano felice. Non potrei volere di più ora, sapendo di avere stretto la mano contemporaneamente ad Aristotele, Guglielmo d’Occam, Tommaso d’Aquino, poi a Sue, Hugo, Thoreau, Twain, Proust, Joyce e Kant. Per quanto egli ne porti l’eredità, per quanto egli sia uno di loro. Uno dei più grandi, che rimarrà per sempre.
 A pensarci, tutte le volte mi emoziono ancora e quel ricordo non può che diventarmi confuso e sfocato. Pare così lontano, appena svolto l’angolo da luogo dove l’ho incontrato. E ora che mi ritrovo a scriverne, sperando di non dimenticare nulla, con la mano che mi trema ancora come prima di stringere la sua, sento il petto pulsarmi, pieno d’orgoglio. Eppure di quel grande incontro, la sola cosa che riesco a ricordare chiaramente, senza smarrimenti, sono gli occhi bellissimi e profondi della fanciulla mora che mi si sedeva accanto in teatro, della quale “non sapevo, e non seppi mai, il nome.”

 

Letture consigliate:
  • Il nome della rosa – Umberto Eco (La nave di Teseo)
  • Baudolino – Umberto Eco (La nave di Teseo)
  • La misteriosa fiamma della regina Loana (La nave di Teseo)
  • Il cimitero di Praga – Umberto Eco (La nave di Teseo)

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