Luigi Ghirri: chiedi alla nebbia

di Mauro Zanchi

Ghirri

A Milano, attorno al 1991, Luigi Ghirri confida a Mario Cresci che, dopo aver esplorato per tanti anni il paesaggio e le cose dell’esistenza con innumerevoli scatti, sta pensando ad altro, e in quel momento non gli resta che fotografare la sola nebbia della sua terra, come segno estremo di cancellazione del mondo, per dirigersi verso l’imponderabile o l’ignoto. Roncocesi, una delle ultime fotografie, scattata nel gennaio del 1992, coglie la luce che avvampa come un cielo di bruma, facendosi orizzonte tra due campi separati da una roggia. L’acqua nel fossatello pare latte di brina, specchio del biancore nebbioso. Lo stato di sospensione, sia della luce sia della bruma, viene colto in una visione estatica, così come avrebbe potuto viverla un mistico medievale. In questa immagine il fotografo si lascia condurre nella non delimitazione del reale, in una frazione del tempo in cui è in atto una rarefazione dello spaz[…]

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Il Giappone post-Hiroshima nel romanzo di Abe Kōbō

di Goffredo Fofi

hiroshima

Negli anni sessanta dello scorso secolo si restò sbalorditi da un film di Hiroshi Teshigahara, La donna di sabbia, e si scoprirono il teatro e la narrativa di Abe Kōbō, nato nel 1924 e morto nel 1993. Nelle avanguardie del tempo, fu uno dei più geniali e inquietanti tra gli eredi di Kafka.

Il sogno e la metamorfosi sono elementi fondamentali del suo mondo poetico, “uno strano mondo, non c’è che dire”. Se ci sono affinità con espressionismo e surrealismo, la base più profonda è forse quella della favolistica giapponese, delle storie di fantasmi, oltre che del grande praghese. “Sarebbe dovuta essere una mattina come le altre”, quella del modesto impiegato che vede crescere sul suo corpo i germogli del daikon, una sorta di ravanello, e da uomo (animale-uomo) si trasforma in uomo-vegetale, registrando minuziosamente nel “quaderno canguro” i progressi della sua mutazione, e quel che questo suscita attorno a lui.

Abe visse la guerra, e l’eco delle paure post-Hiroshima è presente nelle sue angosciose storie di cambiamenti fisici progressivi e irrefr[…]

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Quella donna sul ponte di Londra e “l’obbligo di sconvolgersi” come decidono gli altri

di Stefano Bartezzaghi

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(Un articolo da incorniciare di Stefano Bartezzaghi su Repubblica di ieri. La donna in questione, tra l’altro, ha già spiegato bene l’accaduto sul Guardian qui)

Una giovane donna velata cammina sul ponte di Westminster, subito dopo la strage del Suv. Ha uno smartphone in mano, vicino a lei c’è un corpo a terra e un capannello che lo soccorre, ma lei procede senza guardare. È stata fotografata e poi accusata di essere indifferente allo scempio e sospettata persino di approvarlo. Per fortuna le era stato fatto un altro scatto, in cui il volto tradiva più evidentemente lo sgomento. Lei stessa è intervenuta, si è dichiarata sotto choc per i commenti malevoli e ha raccontato che aveva il telefono in mano perché aveva appena mandato un messaggio ai suoi cari a proposito di quanto era appena successo.

L’episodio è solo il prodotto più recente di una tendenza su cui non si discute mai e, indiscussa come appunto è, diviene sempre più allarmante: siamo, tutti, obbligati a reagire in modo riconoscibile e appropriato. Altro che politicamente corretto, altro che cantare fuori dal coro! Il nuovo imperativo paradossale è: «Sii, spontaneamente, sconvolto». Chi non si indigna prontamente (o al contrario non si rallegra) in reazione a ciò che è considerato degno di indign[…]

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Non sanno scrivere. Sarà perché non sanno leggere?

di Andrea Tolu

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A meno che non siate reduci da un periodo di astinenza volontaria da tutti i mezzi di informazione, avrete sicuramente sentito parlare dell’appello del Gruppo di Firenze a governo e istituzioni, nel quale 600 studiosi, provenienti da ogni campo del sapere, denunciano lo stato penoso del livello di italiano tra gli studenti.

Per rimediare al degrado dell’italiano tra i giovani, la soluzione che il Gruppo propone è quella di “una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica.” In altre parole, è arrivato il momento di dare più importanza alla lingua italiana, sia nei programmi che nelle verifiche periodiche.
Alla ricerca dei responsabili

Non si è fatta attendere la risposta di otre 350 insegnanti di italiano e linguisti, che invitano l’università a non cavarsi fuori dal problema, dato che anche lì “si scrive poco, e non si corregge quasi mai: al massimo si rilevano – e si valutano – gli errori di contenuto, e ci si scandalizza del resto.” C’è stato poi Ernesto Galli della Loggia (uno dei sottoscrittori dell’appello iniziale) che ha attaccato addiri[…]

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Chi era il prigioniero “con la maschera di ferro”

da Redazione Downtobaker

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Nel 1669 arriva alla prigione di Pinerolo uno strano prigioniero il cui viso è coperto da una maschera di ferro. Per più di trent’anni, fino al giorno della sua morte, nessuno è mai riuscito con certezza a capire chi fosse e perché portasse quella maschera, stimolando ancora oggi la fantasia di molti. Sulla sua identità, nonostante i numerosi studi, non si è mai avuto niente di preciso. Si sapeva soltanto che quell’uomo doveva tenere quella maschera sul volto, pena la vita.

La maschera di ferro era, in realtà, di velluto nero. Il ferro a cui fa riferimento era quello di alcune molle che ne garantivano l’apertura e la chiusura. L’unico uomo con il quale questo detenuto poteva parlare, oltre al suo confessore, era il governatore Saint-Mars che lo accompagnava personalmente durante i suoi trasferimenti nelle varie carceri, Santa Margherita e Bastiglia, fino alla sua morte, quando tutto quello che si trovava nella sua stanza fu distr[…]

via Hello! World

Sull’insulto

di Umberto Eco

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Oggi il turpiloquio è di uso comune. 
I giovani per scandalizzare gli adulti potrebbero recuperare epiteti come 
allocco, babbiasso, piciu o pisquano.

Di una conferenza che dovevo fare a Camogli “la Repubblica” ha pubblicato un estratto (dicendo che non si trattava del testo completo); ma il mondo è pieno di gente che legge le prime righe di un testo e ne fa un’analisi critica senza tener conto del resto. Quando doveva uscire il mio “Pendolo di Foucault”, “l’Espresso” ne aveva pubblicato l’inizio, dove un io narrante esprime il suo turbamento (ai limiti della follia) di fronte al pendolo che dà nome al romanzo. Subito un critico ha scritto sulle mie follie mistico-occultistiche, senza sapere che nel resto del romanzo si sarebbe fatta giustizia di quelle fantasticherie, che lo stesso io narrante poi ripudia.

Nel caso della conferenza di Camogli il titolo era “Lei, tu, la memoria e l’insulto”. Nel brano di “Repubblica” non si arrivava all’insulto, ma (avendo visto la parola nel titolo) c’è chi si è subito irritato perché io avrei considerato il “tu” come un insulto. Sarebbe bastato cercare on line il testo completo, ma per un giornale si deve scrivere in fretta, come Jack Lemmon in “Prima Pagina”.

Che cosa dicevo sull’insulto? Siccome sia l’uso del tu e altri fenomeni di linguaggio mi sembravano dipendere dal fatto che le giovani generazioni hanno una insufficiente memoria del passato, mi chiedevo come avrebbero potuto reagire alla tendenza degli adulti, di usare parolacce che una volta non avrebbero mai pronunciato.
Qualche anno fa in parlamento, quando Furio Colombo stava denun[…]

via Sull’insulto – l’Espresso

L’amara sorte del giornalismo italiano

di Santiago Greco

giornalismo-italiano

C’è una vignetta di Quino, l’autore di Mafalda, che risale a più di quarant’anni fa e che è più attuale che mai. Senza che ve la stia a descrivere, la vignetta è questa:

mafalda

“I giornali parlano sempre più dell’inquinamento dell’aria”, esordisce Mafalda. E la sua amica Libertad risponde: “I giornali! I giornali inventano la metà di quel che dicono! E se a questo sommiamo che non dicono la metà di quel che succede, il risultato è che i giornali non esistono!”. È una vignetta che trovo significativa sia nel contenuto che nell’atteggiamento dei personaggi. Questa vignetta è significativa perché ci dice due cose: la prima è che la percezione che i giornali omettano o inventino notizie non è recente, non è soltanto italiana, è più vecchia di Grillo e anche dei recenti populismi; la seconda è un tantino più complessa e ci tornerò a breve, perché prima andrebbero elencati i fattori che rendono i maggiori quotidiani italiani uno schifo.

Lunga storia di una colonna destra
Due anni fa, un’amica che faceva uno stage in uno dei maggiori quotidiani del paese mi ha raccontato come funziona la filiera produttiva della famigerata “colonna destra”: è una redazione di svariate persone (pochi giornalisti e per il res[…]

via L’amara sorte del giornalismo italiano – Prismo