Le storie ci aiutano a vivere

di Mario Barenghi

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Nella storia letteraria italiana ha avuto in passato largo corso il termine religioso «conversione», usato spesso e volentieri in senso metaforico. Da qualche decennio in qua la storia della cultura registra una diffusione straordinaria del traslato di origine automobilistica turn, «svolta». Non sarebbe male, una volta, interrogarsi sulle implicazioni, volontarie e non, di un immaginario che visualizza lo sviluppo delle ricerche in un percorso bensì tendenzialmente progressivo, ma contrassegnato da sterzate più o meno brusche, ovvero incline a una sorta di sinuosa, espansiva ramificazione (per questo aspetto, probabilmente, le scienze obbediscono alle medesime norme di altre forme della comunicazione sociale). Fatto si è che a metà del Novecento gli studi psicologici hanno registrato una svolta cognitiva (cognitive turn) che ha avuto importanti ripercussioni in altri settori del sapere, in particolare nella teoria letteraria, tanto che i rapporti con il cognitivismo hanno rappresentato il tratto distintivo della narratologia che si usa chiamare post-classica. Nel frattempo una svolta narrativa (narrative turn) aveva investito gran parte del mondo della ricerca, e poco dopo si è avuta l’esplosione degli studi sull’evoluzione (evolutionary turn), che si sono imposti come orizzonte all’interno del quale le scienze della vita e della cultura possono convergere. Anche all’inte[…]

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Ormai il trash abita tra noi

di Gianmatteo Pellizzari

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Il pacchiano e il mainstream hanno accorciato le distanze sino a confondersi. Una promiscuità inesorabile, che nell’arco di pochi decenni ha assunto le sembianze fatali di un fagiano: come i capelli del presidente Usa.

Se il Presidente degli Stati Uniti, che è il Presidente degli Stati Uniti, esibisce un fagiano (vivo) al posto dei capelli, battaglie da combattere non ce ne sono più: l’ultima enclave culturale del Novecento è stata espugnata. L’ultima periferia che ancora ci restava, sebbene lontanissima dai gloriosi fasti labranchiani, è diventata un quartiere del centro. Addio, trash! Ora abiti placidamente fra noi, come un geometra in pensione, e spezza il cuore vederti così. Tutt’altro che fighetto, certo, ma inoffensivo. Addomesticato. Normalizzato. Accettato.

Un tempo godevi l’inestimabile privilegio della ghettizzazione, guai ad accorciare le distanze che separavano (che dovevano separare) il pacchiano dal mainstream, l’abisso tamarro di “Drive In” dal garbo settecentesco di “Parola mia”, poi ci siamo distratti un attimo, qualcuno ha spento la luce e i due fronti hanno cominciato a mischiarsi. Una promiscuità lenta e inesorabile, a suo modo ferocemente darwiniana, che nell’arco di pochi decenni ha assunto le sembianze fatali di un fagiano. E di un geometra.

Sarebbe splendido, ora, smas[…]

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La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i libri

di Antonio Prete

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È un verso di Mallarmé, che nella sua lingua suona: La chair est triste, hélas! Et j’ai lu tous les livres. Apre Brise marine (Brezza marina), poesia scritta dal poeta nel 1865, a ventitré anni. Un verso, dunque, della prima stagione del poeta, una stagione ancora tutta segnata dall’entusiasmo per le Fleurs du mal di Baudelaire (la cui seconda edizione era uscita nel 1861). La poesia è infatti in dialogo con alcuni famosi fiori baudelairiani come Parfum exotique, o L’Invitation au voyage , o La Musique.

Un primo verso che, accanto ad altri primi versi delle poesie più enigmatiche o complesse di Mallarmé, è diventato memorabile (almeno presso i cultori di poesia). Il primo verso e l’ultimo verso sono per un poeta soglia e congedo di un’avventura nella lingua, con la lingua; ispirazione, azzardo, risonanze e rifrangenze possibili di senso si raccolgono nell’incipit o nell’explicit: come il ventaglio del nostro sentire si fa denso e talvolta impetuoso nell’occasione della partenza e dell’addio. Alcune poesie restano appunto memorabili per il primo verso, altre per l’ultimo. Ma è più spesso nel primo verso che si può avvertire l’energia di una lingua la quale, muoven[…]

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Francesca “Edera” De Giovanni

da Redazione Downtobaker

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«Queste camicie nere… fra qualche anno dovranno scomparire». Con questa frase rivolta ad un gerarca fascista incomincia nel gennaio del 1943 la resistenza di Francesca Edera De Giovanni. È una ragazza di 20 anni. Cresciuta povera in un paesino, vicino Bologna, Monterenzio, allevata a pane e socialismo dal padre mugnaio, a servizio sin da ragazzina nelle case di borghesucci pretenziosi. Sarà un triste primato il suo: la prima donna a Bologna ad essere fucilata dai nazifascisti. Un ragazza energica diremmo oggi, sfrontata secondo i canoni del tempo. Assieme ai suoi compagni fu capace di mettere in scacco il sistema di telecomunicazioni che collegava Roma con Berlino. […]

via Audio Rai.TV – Vite che non sono la tua del 18/4/2015 – FRANCESCA EDERA DE GIOVANNI

Che io vadi

di Umberto Eco

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Sto sfogliando con qualche mese di ritardo “Comunque anche Leopardi diceva le parolacce” di Giuseppe Antonelli (Mondadori € 12), dove ci si occupa dell’italiano scorretto, di quello corretto, di come strafalcioni che ci fanno inorridire tipo “che io vadi” esistessero in autori classici, di come sia lecito usare talora parole inglesi ma sciocco parlare di “Jobs act”, di come professori troppo puristi correggano i ragazzi che scrivono “passano molte macchine” in “circolano molte macchine” e “non facevo i compiti” in “non eseguivo i compiti” (facendo perdere tempo e senso della lingua parlata ai loro alunni). E di tante altre cose.

Non poteva mancare un capitolo sul declino del congiuntivo, e anche nelle canzoni, se Ligabue canta “può darsi che non sia tutto come lo sognavi tu”, Celentano canta “ma non vorrei che tu… stai già pensando a un altro uomo”. Per un seminario di scrittura tenuto anni fa a Bologna, avevo proposto una regola per sapere quando si deve usare l’indicativo o il congiuntivo. continua a leggere…

Reputazione. Non resta che esibirci

di Marco Belpoliti

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L’ultima cosa che impariamo nella vita, ha scritto una volta George Eliot, è l’effetto che facciamo agli altri. Eppure nell’età dei social network questo è diventato una delle cose più importanti. Come ci ricorda la filosofa Gloria Origgi in La reputazione (Università Bocconi Editore, pp. 209, € 18), possediamo due Io, che ci condizionano, sia per quello che siamo sia per come agiamo. Da un lato c’è la nostra “identità” composta di esperienze propriocettive, sensazioni fisiche incarnate nel corpo; dall’altro la nostra “reputazione”, il sistema potentissimo di “retroazioni del sé su se stesso che costituisce la nostra identità sociale e che integra nell’autopercezione il come ci vediamo visti”. Si tratta del nostro secondo Io, che un sociologo americano, Charles Horton Cooley, all’inizio del Novecento ha definito “l’io che si riflette allo specchio”. Da quando esistono quegli specchi sociali che sono il Web e i social network, e la stessa pratica del selfie, la nostra immagine è moltiplicata nello sguardo degli altri.

Di più. “L’io sociale, che controlla la nostra vita fino a condurci ad atti estremi – scrive Origgi – non ci appartiene: è la parte di noi che vive negli altri”. La vicenda di Tiziana, come di altre ragazze, le cui immagini private sono state diffuse nel Web con conseg[…]

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Disattivare le notifiche è il primo passo per non perdere tempo

di Oliver Burkeman

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Oggi tutti si lamentano delle distrazioni che comporta la tecnologia digitale, e giustamente, dato che il problema è reale. Come passiamo le nostre giornate, dice la saggista Annie Dillard, è come passiamo la nostra vita, e se dedichiamo troppo tempo a leggere email inutili, o ancora più inutili diatribe su Twitter, rischiamo di morire pieni di rimpianti.

Ma mi sono accorto che buona parte di quelli che si lamentano (compresi voi?) non hanno disattivato le loro notifiche. Proprio così: si lagnano delle troppe cose che attirano la loro attenzione, del fatto che il tempo sembra sempre così frammentato, ma hanno configurato i loro telefoni, o forse anche i portatili, in modo tale che emettano quel fastidioso rumorino ogni volta che ricevono un’email o una richiesta di amicizia, quando a qualcuno è piaciuta una foto che hanno pubblicato o quando un’applicazione che hanno scaricato si sente trascurata e decide di informarli ripetutamente di un’offerta speciale.

Ho un consiglio per queste persone. E forse potete immaginare qual è. Disattivate quelle maledette notifiche! Tutte, se vole[…]

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