Giorgio Cavazzano, 50 anni di storie Disney

di Andrea Tosti

cavazzano

Ci sono molti modi possibili di contribuire a un immaginario stratificato, industriale e globalizzato come quello disneyano. Fra gli approcci più frequentati, particolare rilievo assume quello ortodosso e filologico che passa per l’identificazione di alcuni autori cardine (ad esempio Carl Barks e Floyd Gottfredson) che hanno contribuito a fissare un canone da cui non sarebbe conveniente discostarsi più di tanto.

All’estremo opposto troviamo un approccio dissacrante, più sovversivo che innovatore, che mira a utilizzare le stesse regole fissate attraverso il canone per sottolinearne criticità e limiti. Quando questo gioco di disvelamento riesce a essere sufficientemente mimetico rispetto alla tradizione, le innovazioni che (a volte) introduce finiranno, piano piano, per essere incluse nel canone e normalizzate. Altrimenti, l’organismo-Disney finirà per rigettarle, cancellandole persino dalla propria memoria.

Naturalmente, tra i due estremi esistono una miriade di sfumature che, va detto, solitamente caratterizzano l’opera degli autori Disney migliori. Pochi sono riusciti a esse[…]

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I traduttori sono ladri innamorati

di Federica Arnoldi

translate

Traduttori, scrittori, studiosi e professionisti dell’editoria tutta si sono dati appuntamento a Urbino nell’ultimo weekend di settembre per la XII edizione delle Giornate della traduzione letteraria, a cura di Ilide Carmignani e Stefano Arduini.
Il calendario, molto fitto, prevedeva presentazioni, tavole rotonde e seminari su tematiche specifiche del mestiere in tutte le sue declinazioni, dai modi del tradurre alla figura professionale del traduttore e alla sua interazione con i professionisti dei diversi settori editoriali.

Tra i primissimi incontri, quasi a marcare fin dalla soglia l’importanza dell’aggettivo ʻletteraria’ non solo come definizione di ambito delle giornate ma anche nei risvolti creativi della traduzione, ha spiccato quello con Michele Mari che ha raccontato la sua recente esperienza di traduzione del romanzo di Andrew Motion Ritorno all’isola del tesoro (Rizzoli, 2012) e della nuova edizione italiana de L’isola del tesoro (BUR, 2012), soffermandosi sulle difficoltà poste dall’espressività stevensoniana, legata alla terminologia nautica e all’uso, da parte dell’autore scozzese, di un inglese smozzicato e sgrammaticato per la riproduzione del gergo marinaresco. Calarsi nella poetica di un autore significa anche imparare a riconoscere i tratti che caratterizzano le diverse varietà d’uso della lingua che si combinano e si annodano all’interno del sistema dei personaggi. Il traduttore, con il suo lavoro d’intarsio, ne è il primo interprete: a lui spetta il compito di scomporre e ricomp[…]

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Il “doppiese”, la lingua irreale delle traduzioni

da Redazione Downtobaker

rocky

È diventata un linguaggio parallelo perché ci sono pochi soldi per tradurre bene i film, ed è poi traboccata con effetti imbarazzanti nella scrittura e nei libri.

Entrate in libreria, aprite un romanzo italiano a caso, prendete una pagina a caso, e leggete le prime battute di dialogo su cui vi cadono gli occhi. Se trovate la battuta «ma che stai dicendo?», potete proseguire la lettura o potete chiudere il libro. Scegliete voi.

Io chiudo il libro e me ne vado. A volte mi arrabbio con l’autore, a volte anche con il suo editor.

Doppiese

La battuta «ma che stai dicendo?» è un ottimo esempio di doppiese.

Con doppiese si intende una particolare variante della lingua italiana, per come la si ascolta e la si parla negli adattamenti di film, docufiction e serie TV. Il doppiese nasce dall’incontro tra due diversi fiumi di orrore: da un lato, una dizione di vecchio stampo teatrale, che si vorrebbe priva di accenti riconducibili a una città precisa, ma porta con sé una lieve cadenza romana (“e” chiuse battono “e” aperte 7 a 1); dall’altro, un metodo di traduzione per cui ogni parola del testo originale viene resa in italiano nel modo più letterale possibile.

Le ragioni del doppiese, al cinema e in TV, dipendono dalla tempistica di produzione degli adattamenti. In breve: i dialoghi sono tradotti da una persona che non ha visto il film o il telefilm, ma ha a disposizione soltanto la «lista dialoghi», cioè un file con le battute e i nomi dei parlanti, senza alcun contesto; questa prima passata viene – a volte – sistemata dal responsabile dell’adattamento, che tende ad accorc[…]

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That’s the Storytelling, baby

di Terry Passanisi

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Cioè, fatemi capire. In pratica, questo cosiddetto “storytelling”, tanto abusato di questi tempi, fuori luogo, subdolo e spietato, imprescindibile oramai sia per la politica che nella cronaca giornalistica, non sarebbe altro, tradotto nell’italico idioma, che “la favola dei lacrimoni a tutti i costi”?

Quello che indigna maggiormente, almeno me, è che nella tragedia incommentabile di un giovane morto ammazzato in vacanza da tre assassini senza pietà, senza motivi – perché è questa la realtà sociale in cui viviamo oggi, dove la vita umana non ha più alcun valore assoluto e invalicabile -, invece di avere il limite della decenza di fermarsi alla lucida cronaca, si scava, si gonfia, si infioretta impudicamente e morbosamente ogni dettaglio. Di conseguenza non si può che perdere il contatto con il vero valore di un evento tanto tragico, tanto incontrovertibile. “Nessuno interveniva”, viene replicato a spron battuto dalle testate, riportando la dichiarazione disperata del povero padre sconvolto. Ma, dico io, stiamo scherzando? Vogliamo dare a credere che di tutta la vicenda il quid stia nell’eroismo di un buon samaritano che, molto probabilmente, avrebbe fatto la medesima fine del povero ragazzo? Vogliamo dare a bere al pubblico che, così, tutto si sarebbe risolto come in un film con Marlon Brando o John Wayne? Contro tre assassini disposti a uccidere per urinare sul proprio territorio come bestie? “Era il mio gigante buono”. E, di certo, nessuna colpa ha la povera fidanzata della vittima a lasciarsi andare al malinconico ricordo di colui che ha perso. Ma un giornalista serio, invece, dovrebbe evitare di voler muovere la pancia dei lettori a tutti i costi, pubblicando dettagli intimi e privati che del valore del puro resoconto informativo non hanno nulla, pur di realizzare quel numero in più.

Lo so, scopro (e scoperchio) l’acqua calda. Anzi, bollente. La triste verità, però, è che viviamo in un sistema sociale in cui tre giovani ammazzano a sangue freddo senza motivo un loro coetaneo, e chi resta non vede l’ora di leggere (e vedere) i dettagli più crudi di tutta la faccenda. La frittata è fatta, servita calda al giornalismo e, per altri fatti ben noti, alla politica più becera.

La morte, dopo l’amore

di Stefano Bartezzaghi

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Una signora che conoscevo molto superficialmente un giorno mi chiese il permesso di farmi una domanda personale. Riguardava l’essere «traditi» e l’essere lasciati, argomento di cui si interessava per un suo importante lavoro. Me la rivolgeva perché io sono un uomo. Aveva notato come gli uomini «traditi» o lasciati dalle donne si sentano di norma «presi in giro» e mi chiedeva perché accadesse, secondo me. Ora non ricordo in cosa per lei differisse la tipica reazione femminile. Mi regalò uno dei primi romanzi di Elena Ferrante, allora appena uscito, e mi venne anche l’idea che Elena Ferrante potesse essere proprio lei. Allora stentai a risponderle. Ci riprovo, cara E.F., a distanza di molti anni, quando non siamo più in contatto e quando la situazione è di molto degenerata, fino a rendere necessario il conio del termine «femminicidio» e la fattispecie giuridica corrispondente.

«Tradimento» etimologicamente significa: «consegna al nemico». La scena originaria è religiosa, e assieme politica: Giuda consegna Gesù alle guardie. Lo fa, peraltro, con un bacio. Tradito e traditore moriranno ben presto, entrambi in conseguenza di quel bacio. Tradendo il suo Maestro, infatti, Giuda ha anche tradito se stesso: si è consegnato a un nemico ancora più autoritario, potente e oscuro degli armati mandati dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo.

In amore per sentirsi traditi non c’è bisogno che un dettaglio rivelatore – la maschera di Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick – ci incendi l’immaginazione: basta uno sguardo sbieco, una battuta di conversazione, un brutto sogno. Il geloso non dubita: pensa di sapere, infatti sa di poter essere tradito e tanto basta alla sua angoscia. È inutile negarlo: ognuno potrebbe trov[…]

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Un paese di scrittori: un intervento di Anna Maria Ortese

di Anna Maria Ortese

anna-maria-ortese

Non c’è forse, dopo l’Italia, un altro Paese al mondo dove ciascun abitante abbia come massima ambizione lo scrivere, e ce n’è pochi altri dove quel che ciascuno scrive – pura smania di dilettante o regolarissima professione – scivoli, per così dire, sull’attenzione dell’altro, come la pioggia su un vetro. Ma scivola è un’ espressione indulgente: inquieta, offende, avvilisce, si vorrebbe dire.
Ogni abitante-scrittore se ne sta sul suo manoscritto come il bambino, a tavola, col mento nella sua scodella, sogguardando la scodella, cioè il manoscritto, dell’ altro: e se quello è più colmo, sono occhiatacce, lacrime… si sente parlare del tale, del tal altro che ha pubblicato o sta per pubblicare un nuovo libro. Subito, chi ha questa italianissima passione dello scrivere, o dello scrivere ha fatto il suo mestiere, si precipita a vedere di che si tratta, e in che cosa il rivale si mostri inferiore a quel che se ne dice, o si temi.
Se il sospetto, la paura, si rivelano infondati, è un sollievo tinteggiato di nobile comprensione: «Un buon libro… Hai letto l’ultimo libro di T.? Certo potrebbe far meglio… L’ho sfogliato appena – e me ne dispiace – ma non ho mai il tempo di leggere…». Ed è vero: perché se appena alle prime pagine il rivale appare quel che si desidera – un mediocre – cessato l’allarme, la sua mod[…]

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