That’s the Storytelling, baby

di Terry Passanisi

tragedy

Cioè, fatemi capire. In pratica, questo cosiddetto “storytelling”, tanto abusato di questi tempi, fuori luogo, subdolo e spietato, imprescindibile oramai sia per la politica che nella cronaca giornalistica, non sarebbe altro, tradotto nell’italico idioma, che “la favola dei lacrimoni a tutti i costi”?

Quello che indigna maggiormente, almeno me, è che nella tragedia incommentabile di un giovane morto ammazzato in vacanza da tre assassini senza pietà, senza motivi – perché è questa la realtà sociale in cui viviamo oggi, dove la vita umana non ha più alcun valore assoluto e invalicabile -, invece di avere il limite della decenza di fermarsi alla lucida cronaca, si scava, si gonfia, si infioretta impudicamente e morbosamente ogni dettaglio. Di conseguenza non si può che perdere il contatto con il vero valore di un evento tanto tragico, tanto incontrovertibile. “Nessuno interveniva”, viene replicato a spron battuto dalle testate, riportando la dichiarazione disperata del povero padre sconvolto. Ma, dico io, stiamo scherzando? Vogliamo dare a credere che di tutta la vicenda il quid stia nell’eroismo di un buon samaritano che, molto probabilmente, avrebbe fatto la medesima fine del povero ragazzo? Vogliamo dare a bere al pubblico che, così, tutto si sarebbe risolto come in un film con Marlon Brando o John Wayne? Contro tre assassini disposti a uccidere per urinare sul proprio territorio come bestie? “Era il mio gigante buono”. E, di certo, nessuna colpa ha la povera fidanzata della vittima a lasciarsi andare al malinconico ricordo di colui che ha perso. Ma un giornalista serio, invece, dovrebbe evitare di voler muovere la pancia dei lettori a tutti i costi, pubblicando dettagli intimi e privati che del valore del puro resoconto informativo non hanno nulla, pur di realizzare quel numero in più.

Lo so, scopro (e scoperchio) l’acqua calda. Anzi, bollente. La triste verità, però, è che viviamo in un sistema sociale in cui tre giovani ammazzano a sangue freddo senza motivo un loro coetaneo, e chi resta non vede l’ora di leggere (e vedere) i dettagli più crudi di tutta la faccenda. La frittata è fatta, servita calda al giornalismo e, per altri fatti ben noti, alla politica più becera.

La morte, dopo l’amore

di Stefano Bartezzaghi

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Una signora che conoscevo molto superficialmente un giorno mi chiese il permesso di farmi una domanda personale. Riguardava l’essere «traditi» e l’essere lasciati, argomento di cui si interessava per un suo importante lavoro. Me la rivolgeva perché io sono un uomo. Aveva notato come gli uomini «traditi» o lasciati dalle donne si sentano di norma «presi in giro» e mi chiedeva perché accadesse, secondo me. Ora non ricordo in cosa per lei differisse la tipica reazione femminile. Mi regalò uno dei primi romanzi di Elena Ferrante, allora appena uscito, e mi venne anche l’idea che Elena Ferrante potesse essere proprio lei. Allora stentai a risponderle. Ci riprovo, cara E.F., a distanza di molti anni, quando non siamo più in contatto e quando la situazione è di molto degenerata, fino a rendere necessario il conio del termine «femminicidio» e la fattispecie giuridica corrispondente.

«Tradimento» etimologicamente significa: «consegna al nemico». La scena originaria è religiosa, e assieme politica: Giuda consegna Gesù alle guardie. Lo fa, peraltro, con un bacio. Tradito e traditore moriranno ben presto, entrambi in conseguenza di quel bacio. Tradendo il suo Maestro, infatti, Giuda ha anche tradito se stesso: si è consegnato a un nemico ancora più autoritario, potente e oscuro degli armati mandati dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo.

In amore per sentirsi traditi non c’è bisogno che un dettaglio rivelatore – la maschera di Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick – ci incendi l’immaginazione: basta uno sguardo sbieco, una battuta di conversazione, un brutto sogno. Il geloso non dubita: pensa di sapere, infatti sa di poter essere tradito e tanto basta alla sua angoscia. È inutile negarlo: ognuno potrebbe trov[…]

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Un paese di scrittori: un intervento di Anna Maria Ortese

di Anna Maria Ortese

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Non c’è forse, dopo l’Italia, un altro Paese al mondo dove ciascun abitante abbia come massima ambizione lo scrivere, e ce n’è pochi altri dove quel che ciascuno scrive – pura smania di dilettante o regolarissima professione – scivoli, per così dire, sull’attenzione dell’altro, come la pioggia su un vetro. Ma scivola è un’ espressione indulgente: inquieta, offende, avvilisce, si vorrebbe dire.
Ogni abitante-scrittore se ne sta sul suo manoscritto come il bambino, a tavola, col mento nella sua scodella, sogguardando la scodella, cioè il manoscritto, dell’ altro: e se quello è più colmo, sono occhiatacce, lacrime… si sente parlare del tale, del tal altro che ha pubblicato o sta per pubblicare un nuovo libro. Subito, chi ha questa italianissima passione dello scrivere, o dello scrivere ha fatto il suo mestiere, si precipita a vedere di che si tratta, e in che cosa il rivale si mostri inferiore a quel che se ne dice, o si temi.
Se il sospetto, la paura, si rivelano infondati, è un sollievo tinteggiato di nobile comprensione: «Un buon libro… Hai letto l’ultimo libro di T.? Certo potrebbe far meglio… L’ho sfogliato appena – e me ne dispiace – ma non ho mai il tempo di leggere…». Ed è vero: perché se appena alle prime pagine il rivale appare quel che si desidera – un mediocre – cessato l’allarme, la sua mod[…]

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Sulla pelle di tutti, ma almeno con civiltà

di Terry Passanisi

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Come recita il famoso adagio: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”. Anche se, più che da attribuirsi al Voltaire reale, la frase sarebbe stata detta dalla sua incarnazione letteraria in un romanzo della scrittrice Evelyn Beatrice Hall, questo è il bel principio che ha fatto da cornice alla civile discussione avuta qualche giorno fa su Facebook con uno dei Social media manager di Medici Senza Frontiere. Ha tenuto a rispondere con grande precisione esaustiva alla critica, se non altro alle mie perplessità fisiologiche che collimavano, e quindi si rafforzavano, con l’editoriale di Marco Travaglio apparso sul Fatto del 2 agosto scorso, che ho mosso al rifiuto della ONG di sottoscrivere il decalogo “Minniti”, redatto per far fronte all’emergenza umanitaria nel Mediterraneo e a tutta l’apocalisse di sangue e disperazione derivata, sottoscritto dalle maggiori organizzazioni umanitarie operanti in quella zona. Riporto lo scambio di vedute, affinché faccia da specchietto per chiunque desiderasse farsene un’opinione più precisa:

TP: “Mi auguro che anche Medici senza frontiere, la ONG di cui mi sono sempre fidato di più, grazie alla serietà professionale e umana che attribuisco a Gino Strada, sottoscriva infine il decalogo Minniti, comprenda che la sola cosa che ci distingue dai “cattivi” è agire rimanendo pienamente nella legalità, che lo stato italiano fino a prova contraria è uno stato democratico e, per tanto, chi non ha nulla da nascondere deve, coerentemente ai propri principi, rispettare quella che è la legge.”

MSF: “Ci teniamo a ribadire che in nessun caso il non aver firmato il codice, significa voltare le spalle allo stato Italiano.
Sin dall’inizio delle nostre attività di ricerca e soccorso in mare abbiamo sempre rispettato le leggi e il coordinamento della Guardia Cost continua a leggere…

Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi?

di Giulio Mozzi

peanuts

[A questo mio articolo ha risposto Alessio Cuffaro qui. Ho commentato l’articolo di Cuffaro qui. Valentina Durante ha dato un’interessante svolta alla discussine qui. Edoardo Zambelli ha precisato alcune cose qui].

Per ragioni private che non sto qui a contarvi frequento assai poco la televisione (la guardo, talvolta, la mattina presto, nelle camere d’albergo), ancora meno il cinema (l’ultima volta che entrai in una sala fa il lunedì di Pasqua del 2007), e quasi per nulla i videogiochi. Invece libri ne leggo tutti i giorni. Questo per dire qual è il mio livello di competenza, sia pure come semplice fruitore, di certe cose.

Quando in un articolo apparso l’altro giorno in Le parole e le cose ho visto Gilda Policastro riproporre una domanda di Gabriele Frasca,

Già un decennio fa un saggio capitale come La lettera che muore di Gabriele Frasca si interrogava sulla ragione per cui ai videogiochi, ad esempio, o alle serie televisive, si chiedano strutture e linguaggi ben più complessi di quelli che pare possano soddisfare le aspettative dei lettori: “Perché quest’ansia di semplificazione”, si domandava Frasca, “riguarda solo la narrativa letteraria?”,

mi è venuto in mente che già un anno e rotti fa, nella lunga chiacchierata che facemmo attorno al suo romanzo Cella, Gilda aveva rievocato la medesima domanda:

[..] tornando al discorso del moltiplicarsi dei piani e dei livelli, perché lo spettatore medio si ritiene in grado di decodificare un film come Inception e un lettore dovrebbe smarrirsi di fronte a Cella?

Non ho visto Inception, ma ho visto che all’estensore della relativa voce in Wikipedia sono servite più di 9.500 battute per raccontare la trama (in estrema sintesi: “Sogno o son desto?”, o “S[…]

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Lettura

di Giovanni De Mauro

Ernest-Hemingway

Esasperato per il ritardo nei pagamenti dei diritti d’autore dei suoi libri, nella primavera del 1955 Ernest Hemingway decise di convertire parte del credito che aveva con l’Einaudi in azioni della casa editrice. La storia poco nota dei complicati e pittoreschi rapporti dello scrittore statunitense con i suoi editori italiani (l’altro è Mondadori) l’ha raccontata di recente Andrea di Robilant sulla Paris Review.

Sessant’anni dopo, il mondo dei libri in Italia se la passa decisamente meglio. Smentite le catastrofiche previsioni di una scomparsa imminente dei libri e delle librerie, gli ultimi dati dell’Associazione italiana editori segnano per il secondo anno consecutivo una crescita del mercato: più 2,3 per cento rispetto al 2015. Scendono un po’ lettori e lettrici, che sono comunque 23,3 milioni. Rimangono stabili i cosiddetti lettori forti, cioè quelli che leggono almeno un libro al mese (sono 3,2 milioni). Bambine e ragazzi leggono sempre molto: nella fascia d’età tra i 6 e i 17 anni, il 47,3 per cento legge almeno un libro all’anno, mentre nel resto della popolazione la percentuale è del 39,5.

Cresce la quota di lettori che hanno più di 60 anni. Le vendite di ebook aumentano, ma nel complesso la lettura di libri elettronici non supera il 10 per cento. Le librerie, sia quelle indipendenti sia le catene, restano il canale preferito dalla maggioranza dei lettori (il 72,8 per cento deg[…]

via Lettura – Giovanni De Mauro – Internazionale