Sono come te, ma si sentono comunicativi

di Terry Passanisi

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Già tempo fa ho scritto quello che penso del cosiddetto politically correct e dell’uso arbitrario e consapevolmente demagogico che se ne fa oggi, a diversi livelli, nelle società capitalistiche. Una riflessione aggiuntiva mi viene stimolata dalla polemica nata in rete (dove altro?) nei confronti di una nuova campagna pubblicitaria per un sapone molto noto. Sono sincero: lo spot è abbastanza infelice, soprattutto di questi tempi, ma non mi è sembrata la cosa peggiore vista ultimamente e, se definirla razzista viene facile e spontaneo alla maggior parte degli spettatori, additarla a Male Supremo mi sembra quantomeno esagerato. Viene da chiedersi, come giustamente fanno i bravissimi redattori di Eschaton, cosa diavolo passi per la testa a un’agenzia pubblicitaria (presunta) di grido durante la gestazione di un messaggio mediatico, di una strategia di marca a medio-lungo termine, tanto capillare, che dovrà per forza misurarsi con vastissima opinione pubblica.

Al di là delle vere intenzioni comunicative di quell’azienda e di quell’agenzia pubblicitaria, prima di farsi prendere la mano con cacce alle streghe tanto di moda e indignarsi ai quattro venti come si usa fare sui social, vorrei riflettere a mente fredda sull’innocua dimensione che offre, in realtà, quello spot. Sono sincero: a guardarlo integralmente mi strappa solo un dolce sorriso di tenerezza per le bellissime e variegate ragazze ritratte – a quel punto, avrei solo aggiunto altre declinazioni culturali da tutto il mondo per non rischiare di essere frainteso. Sono troppo ingenuo rispetto alla capacità di essere subdoli di certi pubblicitari? Può darsi.

Lasciamo da parte lo spot del sapone. Mi tengo il beneficio del dubbio, ché il rischio di perdersi un po’ troppo in certi bicchieri d’acqua da “benpensanti” è, altrettanto, in agguato; ci sono cose molto meno innocue di un banale gioco pubblicitario sui colori maglia/volto. Si torna sempre, più che altro, sull’annosa questione occidentale: qual è il limite del politically correct? Non ce ne rendiamo conto, ma ci passano cose davanti agli occhi, tutti i giorni, più becere e razziste. E non c’è cosa peggiore che l’essere “benpensanti” solo quando tali questioni ci inducono a farlo. Certo, va distinta, o almeno proviamo a farlo, intenzione per intenzione. Una cosa è parcheggiare la macchina in un posto per invalidi, accorgersene e spostarsi chiedendo scusa; un’altra è parcheggiare sullo stesso posto, infischiarsene e prendere a sberle il padre del povero ragazzo invalido che chiede di far loro posto. Altre questioni, certo. Allora, visto che l’argomentazione è prettamente pubblicitaria, di un prodotto commerciale, è più semplice e sappiamo già di cosa si tratta: è, ahinoi, il Capitalismo. La questione non migliorerà, anzi. Possiamo indignarci, anche a ragione, ma dobbiamo stare attenti a non cadere nella trappola opposta; in cui, per questioni falso-moralistiche, quando piuttosto commerciali anch’esse, non è più possibile realizzare un’opera che non rispetti gli sconclusionati limiti del politically correct.

Per concludere: in un sistema che funziona per determinate questioni ormai incontrovertibili (prettamente commerciali ed economiche, di realizzazione del capitale) il cosiddetto “social media fail” e il cosiddetto “bad buzz” sono dietro l’angolo; ed è noto quanto i responsabili pubblicitari ricorrano ai solleticamenti più viscerali, bassi, subdoli, spesso varcando ogni limite (che si sposta sempre più in là di conseguenza). Mi accorgo anche quanto, però, in talune sedi come i social, si tenda spesso a cercare maggiormente lo scandalo per messaggi tutto sommato innocui o, se proprio vogliamo, infelici (voluti o meno). Come se la purezza del bianco, simbolica, e la cupezza del nero fossero ormai solo questioni prettamente razzistiche. Come se la colomba, simbolo secolare di infiniti significati e sfumature, spesso non felici, volesse intendere solo un messaggio di pace, o viceversa, di tradimento. È l’uso spregevole che se ne può fare, piuttosto, e delle persone e del messaggio che si cerca di veicolare; che, infine, tagliando con l’accetta, è sempre lo stesso: pur di vendere, ci si può vendere.

Concentrandoci e annegando sempre più nell’Attuale abbiamo perso la bussola, smarrendo tutto ciò che è stato prima e che dovremmo tenerci stretto per non soccombere a esso.

Per approfondire: http://www.eschaton.it/

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