L’irrisolvibile mistero del Manoscritto Voynich

di Terry Passanisi

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La parola “inchiostro” deriva dal latino incaustum, che si può tradurre anche con l’accezione di “bruciato, combusto”, dal latino caustĭcus, dal greco καυστικός, dal tema di καίω «bruciare». Nel Medioevo, si credeva che l’inchiostro incidesse la pergamena bruciandola, perché gli inchiostri cosiddetti ferro-gallici, dalla natura quasi indelebile, appena deposti sulla pagina appaiono pallidi, quindi si scuriscono. Non è, in realtà, quello che accade fisicamente, ma ha senso come metafora: un manoscritto medievale, data la sua redazione artigianale, è per forza un originale unico, anche quando è una copia di un’altra copia. E non può essere serializzato più di quanto una pergamena potrebbe risultare immune al fuoco.

Il Manoscritto Voynich è un esemplare speciale di originale. È stato appurato, grazie alla datazione al carbonio-14, che fu composto all’inizio del XV secolo. Nessuna persona al mondo è mai riuscita, per quanto si sappia, a venirne a capo e a comprenderlo. Nessuno è mai riuscito a decodificare la lingua in cui il libro è stato scritto. Non ha né titolo né autore. Una recente riproduzione del manoscritto, riveduto da Raymond Clemens e pubblicato dalla Yale University Press, concentra l’attenzione sul modo in cui pensiamo la Verità nei nostri giorni: il libro evoca supposizioni, la teoria delle cospirazioni e dei complotti, lo spiritualismo e la crittografia. Il Manoscritto Voynich ha carisma (proprio come il personaggio di un GDR…) e il carisma, senza ombra di dubbio, detiene oggi il monopolio sulle nostre attenzioni.

Il manoscritto misura 22,5 centimetri in altezza, 16 in larghezza ed è spesso 5 centimetri. La replica prodotta a Yale è un po’ più ampia, poiché vi sono stati lasciati dei bordi bianchi per qualunque crittografo, amatoriale o meno, che volesse lasciare i propri marginalia. La copertina di epoca rinascimentale del manoscritto (che fu rilegato) è composta da ciò che la Beinecke Rare Book & Manuscript Library, a Yale, definisce una “pergamena morbida”. Il tomo è stato acquisito dalla biblioteca della Yale University nel 1969.

Voltata la copertina – come una volta ebbe la fortuna di fare Umberto Eco, dato che questo era il solo libro della famosa collezione Beinecke a cui desiderava dare un’occhiata – si viene accolti dalla calligrafia d’inchiostro bruno, accompagnata da strani diagrammi e da piante dipinte. La scrittura non è decifrabile, come abbiamo detto. Il libro è stato redatto secondo una maniera medievale alquanto ordin continua a leggere…

“Come si fa una tesi di laurea”, come si migliora la vita

di Terry Passanisi

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Da quando Umberto Eco pubblicò il suo primo romanzo “Il nome della rosa”, il più venduto, venne riconosciuto come uno degli intellettuali più celebri d’Italia, accademico una spanna sopra gli altri, autore delle più influenti opere sulla semiotica. Solo pochi anni prima, nel 1977, Eco pubblicò un piccolo libro dedicato ai suoi allievi, “Come si fa una tesi di laurea”, in cui offriva consigli utili per tutte le fasi di ricerca e di scrittura di una tesi universitaria – dalla scelta dell’argomento all’organizzazione del programma di lavoro per la stesura finale. Il saggio, giunto alla sua ventitreesima edizione in Italia e tradotto in ben diciassette lingue, oggi è diventato un vero e proprio classico.

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“Come si fa una tesi di laurea” di Umberto Eco, è comparso per la prima volta sugli scaffali delle librerie italiane nel 1977. Per Eco, uno tra i filosofi e romanzieri più ‘ludici’ e conosciuti al mondo per il suo inestimabile lavoro sulla semiotica, lo scopo di scriverlo fu se non altro di tipo pratico. Raccogliere i suoi pensieri sul processo di redazione di una tesi in un saggio lo avrebbe salvato dal ripetere all’infinito, ogni anno, i medesimi consigli ai suoi studenti. Dalla prima pubblicazione, “Come si fa una tesi di laurea” ha visto 23 edizioni italiane ed è stato tradotto in almeno diciassette lingue. Caso piuttosto strano, la sua prima edizione in lingua inglese è stata resa disponibile per la prima volta solo nel 2015, con la traduzione di Caterina Mongiat Farina e Geoff Farina.

Perché è un testo da considerarsi tanto importante? Eco scrisse il suo manuale di redazione di una tesi prima dell’avvento dei software di testo, i cosiddetti word processor, e di Internet. Vi sono ampi passi dedicati alle fonti più specifiche e tradizionali, come gli archivi e le rubriche, nonché le più opportune strategie utili a superare le limitazioni della propria biblioteca di quartiere. Ma il fascino che rende il libro senza tempo – il motivo per cui potrebbe interessare perfino qualcuno la cui vita non necessiti la stesura di uno scritto più comples continua a leggere…

“Sarai tu a morire”, afferma il romanzo d’esordio di Terry Passanisi | IL RIFUGIO DELL’IRCOCERVO

di Loreta Minutilli

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Sarai tu a morire è il romanzo di esordio di Terry Passanisi, edito dalla rivista digitale Downtobaker nel 2017.

Il lettore può ben intuire l’atmosfera di cui è permeata l’opera fin dal titolo, perentorio e inquietante. Il romanzo è infatti un giallo la cui struttura ricalca quella della classica detective story, con frequenti strizzate d’occhio ai classici del genere: basti pensare che l’investigatore protagonista si chiama Salvatore Olmi, che è dotato di una genialità disturbante e ingestibile, è esperto di chimica, fa uso di droghe e la sua avventura è narrata dal fidato coinquilino e migliore amico, l’ex medico militare Gianni Buozzi.

Questi riferimenti letterari risultano piacevolmente collocati per chi apprezza il genere e la sua storia: protagonisti di Sarai tu a morire non sono semplici ricalcature della vicenda vittoriana ma abitano uno spazio originale e ricco di rielaborazioni.

Il primo tratto distintivo dell’opera è lo scenario in cui il mistero si svolge: Olmi e Buozzi, infatti, vivono a Trieste, città natale dell’autore, che tra le pagine del libro viene minuziosamente descritta e rievocata, di strada in strada e di ristorante in ristorante. Monumenti come il Teatro Rossetti e la chiesa di Sant’Antonio diventano il setting di diverse scene di tensione e per chi ama questa città o addirittura ci vive la lettura del romanzo sarà senz’altro una piacevole fonte di sorprese, dopo le quali forse non guarderà certi luoghi con gli stessi occhi di prima.

Il mistero che Olmi e Buozzi affrontano è costruito in maniera complessa ma coerente e tutti, o quasi, gli indizi disseminati tra le pagine si collocano in un chiaro quadro finale. Nel mezzo, l’autore crea un ambiente in cui usare buona parte dei topos del genere: misteriosi tatuaggi, passaggi segreti, logge massoniche, organizzazioni criminali internazionali, macabri ritrovamenti; tutto concorre a creare un trionfo di susp[…]

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