“Come si fa una tesi di laurea”, come si migliora la vita

di Terry Passanisi

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Da quando Umberto Eco pubblicò il suo primo romanzo “Il nome della rosa”, il più venduto, venne riconosciuto come uno degli intellettuali più celebri d’Italia, accademico una spanna sopra gli altri, autore delle più influenti opere sulla semiotica. Solo pochi anni prima, nel 1977, Eco pubblicò un piccolo libro dedicato ai suoi allievi, “Come si fa una tesi di laurea”, in cui offriva consigli utili per tutte le fasi di ricerca e di scrittura di una tesi universitaria – dalla scelta dell’argomento all’organizzazione del programma di lavoro per la stesura finale. Il saggio, giunto alla sua ventitreesima edizione in Italia e tradotto in ben diciassette lingue, oggi è diventato un vero e proprio classico.

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“Come si fa una tesi di laurea” di Umberto Eco, è comparso per la prima volta sugli scaffali delle librerie italiane nel 1977. Per Eco, uno tra i filosofi e romanzieri più giocosi e conosciuti al mondo per il suo inestimabile lavoro sulla semiotica, lo scopo di scriverlo fu se non altro pratico. Raccogliere i suoi pensieri sul processo di redazione di una tesi in un saggio lo avrebbe salvato dal ripetere all’infinito, ogni anno, i medesimi consigli agli studenti. Dalla sua prima pubblicazione, “Come si fa una tesi di laurea” ha visto 23 edizioni italiane ed è stato tradotto in almeno diciassette lingue. Caso piuttosto strano, la sua prima edizione in lingua inglese è stata resa disponibile per la prima volta solo nel 2015, in una traduzione di Caterina Mongiat Farina e Geoff Farina.

Perché è un testo da considerarsi tanto importante? Eco scrisse il suo manuale di redazione di una tesi prima dell’avvento dei software di testo, i cosiddetti word processor, e di Internet. Vi sono ampi passi dedicati alle fonti più specifiche e tradizionali, come gli archivi e le rubriche, nonché le più opportune strategie utili a superare le limitazioni della propria biblioteca locale. Ma il fascino che rende il libro senza tempo – il motivo per cui potrebbe interessare perfino qualcuno la cui vita non necessiti la stesura di uno scritto più complesso di una e-mail – ha poco a che fare con i rigorosi requisiti di un testo di portata universitaria. Difatti, tutto del libro fitto e rapsodico (e spesso divertente) di Eco gira attorno al suo vero proposito: essere un magico processo di auto-realizzazione, di crescita ed evoluzione personale, una sorta di promessa, di curioso impegno con il mondo che la vita non finisce a vent’anni, ma sboccia appena nella pienezza dell’età adulta. “La tua tesi,” dice Eco, “è come il tuo primo amore: sarà impossibile da dimenticare.” Analizzando con maestria le tracce e i protocolli di tutta una serie di tesi vecchie e impolverate, Eco illustra con passione il modo in cui si fa propria, in quel processo, tutta una serie di strumenti per affrontare un mondo al di fuori di noi stessi – un mondo quale architettura di idee, filosofie e dibattiti.

Tutta la carriera di Eco è stata contraddistinta dal desiderio di condividere le rarefatte attinenze tipiche del mondo accademico con la più ampia fetta di pubblico possibile. Ha scritto un romanzo (“Il nome della rosa”) in cui viene messa in atto la teoria letteraria più completa e un libro per l’infanzia in cui gli atomi protagonisti si oppongono coscientemente al loro destino come veicolo di morte e distruzione (“La bomba e il generale”). “Come si fa una tesi di laurea” è un’opera magnificata dal desiderio di donare a qualsiasi studente il desiderio e il rispetto dovuti al processo di creazione, tutti quegli strumenti necessari a produrre un rigoroso e significativo pezzo di scrittura. “Una società più giusta,” scrive Eco nell’incipit del volume, sarebbe quella in cui qualcuno con “vere aspirazioni” venga sostenuto dallo Stato, a prescindere dal suo retroterra o dalla sua disponibilità economica. Non sempre la società attuale segue questo principio collettivo. Spesso sono gli studenti dotati di più risorse e privilegi, i beneficiari della migliore formazione possibile, quelli che tendono a raggiungere le condizioni di lavoro superiori subito dopo la discussione della tesi universitaria.

Eco conduce gli studenti attraverso l’arte e le soddisfazioni di una ricerca accurata, le sfumature e i contorni delle idee da tradurre in bozza, gli svariati sistemi per raccogliere le proprie note di ricerca e, per esempio, cosa fare se – ricollegandosi all’invocazione di Eco per una tesi-come-il-primo-amore – si temesse che qualcun altro abbia avuto mire sullo stesso soggetto, prima di noi. Esistono ampie strategie per definire quale sia il “punto nevralgico” e quello “periferico” del progetto di tesi, senza tralasciare l’importanza che svolgono le riflessioni filosofiche sull’originalità e l’attribuzione delle stesse. “Lavorare su di un autore contemporaneo come se fosse antico, e su di un antico come fosse contemporaneo,” suggerisce Eco saggiamente. “Sarà più divertente e se ne otterrà una tesi migliore.” Altri suggerimenti potrebbero colpire uno studente dei giorni nostri come fossero anacronistici, come l’originale idea di utilizzare una rubrica telefonica cartacea per tenere il registro delle fonti utilizzate.

Ma ci sono altri approcci di vecchio stampo che sembrano più utili che mai: l’autore raccomanda, per esempio, un sistema di schede indicizzate utili a esplorare tutte le potenziali traiettorie del progetto. Capitoli come questi fanno sì che “Come si fa una tesi di laurea” sembri, a ben quarant’anni di distanza, un vero e proprio manuale di istruzioni utili a trovare la quadratura di una vertiginosa epoca sovraccarica di informazioni. Consideriamo, sopra a tutte le altre, la prudenza di Eco per “l’alibi delle fotocopie”: “Uno studente fa centinaia di pagine di fotocopie e se le porta a casa, e la fatica fatta con questa manodopera già gli dà l’impressione di aver svolto gran parte del lavoro. La presenza delle fotocopie tra le mani esonera lo studente dal leggerle per davvero. Questa sorta di vertigine dell’accumulazione, un neocapitalismo di informazioni, colpisce tanti.” Molti di noi soffrono oggi di una versione accelerata di questo fenomeno, nella forma in cui ci preoccupiamo di salvare tra i preferiti del nostro browser collegamenti a pagine e ad articoli che non torneremo più a leggere, già soddisfatti dall’aspirazione di conservare tutta quella profusione di informazioni, senza chiederci nemmeno se saremmo in grado di affrontarla mai concretamente. (Soluzione di Eco non adatta a chiunque: leggere tutto prima possibile!)

L’aspetto più attraente del libro di Eco resta il modo in cui immagina la comunità che ne deriverà da ogni singola elaborazione intellettuale – le dissertazioni che attraverseranno il tempo e lo spazio, oltre l’età o la gerarchia, nello spirito puro di una conversazione aperta e democratica. Mette in guardia gli studenti dal rischio di chiudersi narcisisticamente in una torre d’avorio: non siamo dei “geni defraudati” solo perché qualcun altro si è già prodigato sulla stessa serie di domande di ricerca. “Dev’essere superata ogni timidezza e va instaurata una conversazione con il bibliotecario,” scrive, “perché egli può offrirci una consulenza affidabile che ci farà risparmiare molto tempo. È necessario tenere in considerazione che il bibliotecario (se non oberato o nevrotico) sarà soddisfatto quando verrà posto nella posizione di dimostrare due cose: la qualità della sua memoria, la sua erudizione e la ricchezza della propria biblioteca, soprattutto quand’è piccola. Più isolata e ignorata sarà la biblioteca, tanto più il bibliotecario verrà consumato dal dolore per la sua sottostima.”

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Eco convoglia una serie di esperienze e di ansie familiari a chiunque abbia scritto una tesi, dalla ricerca del mentore giusto (“Come evitare di farsi sfruttare dal relatore”) fino alla lotta interiore negli episodi che riguardano i dubbi personali. In definitiva, si tratta del processo e del conflitto che rendono la tesi un’esperienza formativa. Quando tutto ciò che si è imparato nel percorso scolastico e universitario dev’essere lasciato indietro – rendendosene conto quando si dà una scorsa a un vecchio quaderno, mentre ci si chiede a cosa sia servito impiegare tutto quel tempo, visto che non si ha alcun ricordo di un seminario sul postmodernismo nell’ultimo anno – è la tesi che rimane, che fornisce la certezza della solida base formativa nei fondamenti. Che, infine, si padroneggia e che continua a certificare, nei decenni a venire, la rispettabilità delle proprie osservazioni sulle opere di William Faulkner e sull’Hotelling effect in mezzo a una discussione da bar.

Nella prefazione al libro di Eco, lo studioso Francesco Erspamer afferma che “Come si fa una tesi di laurea” continua a rimanere nel cuore dei suoi lettori perché coglie “l’essenza stessa delle scienze umanistiche”. Di sicuro ci sono delle ragioni per credere che l’attuale crisi delle materie umanistiche sia dovuta in parte ai carenti e mal pagati sbocchi lavorativi, insufficienti a giustificare il percorso di studio che vi sta dietro. Mentre i critici continuano a scagliarsi contro i costi proibitivi, e l’eventuale inutilità, delle facoltà umanistiche – in tempi come i nostri in cui i testi che richiedono più di cinque minuti per essere approfonditi vengono definiti “romanzi” – si arguisce che spendere parte del tempo dei propri vent’anni per scrivere una tesi può sembrare un enorme spreco, antiquato e pittoresco, addirittura egotistico. E poiché l’istruzione più avanzata continua a piegarsi a una logica consumistica e di competenze volta solo a produrre ricompensa economica e materiale, la banalità di perseguire una conoscenza specifica in tali indirizzi, fine a se stessa, può sembrare perfino una presa per i fondelli alla società contemporanea. Anche dalla prospettiva della burocrazia universitaria, la tesi torna utile soprattutto come valore di quotazione sul mercato, elemento di riferimento per gli studenti quale riconoscimento chiaro, decifrabile e quantificabile. È, inoltre, un grande promemoria per i genitori che hanno investito tempo e denaro, affinché i figli imparassero e realizzassero qualcosa di definitivo e miliare.

“Come si fa una tesi di laurea” è in ultima analisi molto più che una fonte di tranquillità per gli studenti universitari. Riconoscendo regole dettate da saggi precedenti come “Elementi di stile nella scrittura” e dai manuali scritti da Kate Turabian, che sostiene e amplia, Eco consente alla persona media di immergersi in un universo vero e proprio fatto di argomenti e discussioni. “Come si fa una tesi di laurea”, pertanto, non tratta solo la soddisfazione dei requisiti di una laurea universitaria, illustra anche le vie per trattare in modo differente un progetto che all’apparenza risulta impossibile, con l’umiltà di chi sa tenere conto della “consapevolezza che qualcuno ci può insegnare qualcosa”. Modella nello studente una sorta di auto-realizzazione, una forte confidenza nell’integrità della propria espressione.

Una tesi rappresenta sempre e comunque un investimento dal rendimento incerto, soprattutto perché gli aspetti che hanno a che fare con quanto possa cambiarci la vita vanno a braccetto con il processo stesso della sua redazione. Forse è l’ultima occasione in cui le nostre idee più preziose verranno prese con la più rigorosa serietà. Tutti, questo è certo, meritano una volta nella vita di sentirsi in quel modo.

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Vale la pena, infine, di riflettere sull’invocazione di Eco per una “società più giusta”. Potremmo pensare a questa tesi, proprio come Eco la concepisce, come fosse la versione formale di una mentalità aperta, dell’Attenzione, della Cura, del Rigore e del Gusto con cui dovremmo vivere ogni nuovo giorno. Si tratta di prendersi l’impegno con un compito che sembra enorme e impossibile. Perché alla fine, nessuno ricorderà in particolare tutte quelle notti passate insonni, né le goffe battute inserite nella pagina dei riconoscimenti che, ben che vada, quattro esseri umani leggeranno, tantomeno l’imbarazzante (e costosissima) fotografia con il proprio relatore. Tutto ciò che rimarrà è quella gloriosa sensazione di pienezza e soddisfazione che pervade dopo avere consegnata la tesi a qualcuno della segreteria della facoltà, mentre, abbacinati dal sole ci si avvia giù per un viale universitario in un caldo pomeriggio d’estate. Quello no, non si può dimenticare.

(Confutazione personale in rapporto al mio periodo scolastico/universitario: dubito, in ogni caso, che qualcuno possa competere con me su certi argomenti poco accademici, pur non avendo un pezzo di carta in mano che me ne attesti la superiorità nella discussione – un esempio su tutti: completare il videogioco Eye fo the Beholder senza consultare mappe e raccogliendo tutti gli oggetti; se esistesse un titolo di studio in proposito, me lo darebbero ad honorem; avessi dedicato la stessa proporzione di tempo allo studio avrei sette lauree e due premi Nobel).

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