Declinazioni à la Sherlock

di Terry Passanisi

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Se mi dovessero chiedere di definirlo, e quindi costringerlo in un genere, sarei obbligato per forza a far rientrare il mio romanzo “Sarai tu a morire” (Downtobaker, 2016) in quello che per le antologie letterarie è il genere del poliziesco scientifico o, più comunemente in Italia, del giallo. Questa forma letteraria, come s’insegna di solito nelle accademie, si è nel tempo distinta in varie declinazioni, ognuna delineata da caratteristiche comuni imprescindibili e da sfumature peculiari, tra l’una e l’altra ambientazione; in pratica da marchi di fabbrica o, meglio, come si dovrebbe dire, da stilemi, da cui non ci si può sottrarre. E che però ne hanno decretato l’immutabile fascino e l’enorme successo tra le schiere di appassionati lettori da più di un secolo.

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In “Sarai tu a morire”, il filone non è stato scelto a caso, anche per rendere omaggio alla mia stessa passione per il genere. I lettori più accorti non faticheranno a riconoscerne l’impianto narrativo già dal prologo: l’Io Narrante, ex medico di guerra, è alla ricerca di una sistemazione nella città di Trieste; s’imbatte pertanto in un uomo slanciato, affascinante, riservato: l’uomo lo sorprende grazie alle sue doti mentali, alla sua intelligenza fuori dal comune, svelandogli soltanto da una rapida e profonda occhiata tutti i particolari più privati della sua esistenza, che non potrebbe conoscere in nessun altro modo. Nasce così la profonda amicizia tra il medico Gianni Buozzi e il “consulente investigativo” Salvatore Olmi, domiciliati presso il 7/c di Corso Saba. Il prologo è, naturalmente, la spudorata trasposizione di “Uno studio in rosso” di Arthur Conan Doyle. Difatti, allo stesso modo John Watson fa la conoscenza di Sherlock Holmes nel loro romanzo d’esordio. I miei due personaggi, per voluta assonanza, si chiamano proprio Gianni Buozzi e Salvatore Olmi. Non si tratta di un’operazione di copiatura come potrebbe venire spontaneo pensare (il plagio, sia chiaro, vale sempre e solo per le tesi e per i saggi), ma di un ricalco funzionale alla trama. Fu così, ad esempio, permettetemi l’accostamento, già per Umberto Eco ne “Il nome della rosa” con i suoi riuscitissimi Guglielmo da Baskerville (!) e, appunto Adso (si noti il suono del nome…). Essi fanno la loro prima apparizione di fronte ai monaci della famigerata abbazia dando prova di grande acume nel risolvere, per i fraticelli, il mistero della fuga del purosangue Brunello, proprio grazie alle capacità deduttive di frate Guglielmo, dal naso adunco e dalla mente sottilissima come solo gli inglesi…

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Come degna Settimana Enigmistica vorrebbe, per la serie “Forse non tutti sanno che…”, magari non è neanche noto che gli stilemi del romanzo poliziesco scientifico, o “di deduzione” (o meglio sarebbe dire “di induzione”, per il precipuo processo di ricostruzione del colpevole, tramite elementi apparentemente scollegati o inutili, grazie all’efflorescenze di una causalità non disinnescabile), il cosiddetto whodunit? – chi è stato? – alla Agatha Christie, non vengono introdotti per la prima volta in letteratura – pertanto non sarebbe un’esagerazione dire inventati letteralmente – dalla penna di Doyle (la prima pubblicazione di “Uno studio in rosso” è del 1887), ma dalla geniale mente di Edgar Allan Poe già nel 1841, ben quarantasei anni prima, nel racconto “I delitti della Rue Morgue”. Nel memorabile episodio dello scrittore americano, l’acutissimo Auguste Dupin, insieme al fido compagno d’appartamento di Parigi, anche in questo caso un Io Narrante del quale nemmeno conosceremo mai il nome, risolve quello che, a mio parere, rimane in assoluto il miglior enigma di un assassinio mai congegnato rispetto a qualsiasi altro poliziesco nei successivi 150 anni.

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