“L’Italia è un Paese irreale, il prodotto di 30 anni di televisione trash, e la cultura è soltanto decorativa. Per gli scrittori veri resta un’etica monastica”

di Fabrizio Coscia

monoscopio

Governo ‘verdeoro’, ‘carioca’, grillino-leghista. Si parla di tutto ma non dell’unica cosa che conta. La cultura. La gestione dei ‘beni culturali’. Cioè, l’Italia. Chi vorresti, nel libro dei sogni, tra vivi e deceduti, come Ministro della Cultura? Soprattutto, cosa ne faresti della cultura italiana?

Faccio una premessa che potrà sembrare provocatoria ma non lo è: “politica culturale” è, di fatto, un ossimoro. Non c’è niente di più lontano dalla cultura della politica. E ogni volta che i due termini si sono accostati il connubio è risultato, per la cultura, letale. Penso all’uso propagandistico che il potere totalitario ha sempre fatto dell’arte, ma penso anche ai danni del concetto di «engagement», e a tutte le «cicale scoppiate», come le chiamava Ariosto, per lodare il potente di turno. E penso, naturalmente, a tutti gli artisti perseguitati dai regimi, ridotti al silenzio o costretti all’esilio perché dissidenti o non allineati alle “politiche culturali” dei governi. Ma al di là di questi casi limite, mi pare che in generale politica e arte siano proprio incompatibili: la politica cerca la semplificazione, mentre l’arte indaga la complessità; la politica insegue la menzogna, l’arte la verità; la politica propaganda la coerenza, l’arte rappresenta la contraddizione; la politica lavora sull’attualità, l’arte, quando è autentica, è sempre inattuale. Non c’è possibilità di incontro, a meno che non torniamo nella Roma imperiale di Augusto o nell’Italia rinascimentale, civiltà capaci di conciliare splendidamente l’inconciliabile. Ma oggi siamo piuttosto, se vogliamo restare nella metafora storica, in pieno Basso Impero. E allora vengo alla domanda: che cosa ne faresti della cultura italiana? Io credo che l’unico investimento per la cultura che uno stato potrebbe fare, senza creare danni, è nella scuola, nella formazione. E se guardiamo cosa è diventata la scuola italiana oggi, allora possiamo avere l’idea concreta del fallimento totale, e perseguito consapevolmente, della politica culturale italiana. Del resto che cos’è diventata l’Italia? Un Paese irreale, così irreale da farc[…]

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Philip Roth morto, addio allo scrittore di Pastorale americana: fu premio Pulitzer ma mai Nobel

da Redazione Downtobaker

PhilipRoth

La sua ultima opera è stata Nemesi. Da allora Philip Roth non ha più scritto. Un talento immenso quello dello scrittore statunitense premiato con il Pulitzer nel 1998 per uno dei suoi capolavori, Pastorale americana, ma mai con il Nobel della Letteratura. A 85 anni l’autore leggenda della letteratura statunitense è morto. Discendente di una famiglia ebraica Roth era nato a Newark nel New Jersey il 19 marzo 1933. Sesso, vita e morte narrati avendo ben presente il suo ruolo di coscienza critica. Con il dono di una satira corrosiva e dissacrante ha saputo dipingere la comunità di origine ma anche l’uomo nel senso più ampio. Indimenticabili Il Lamento di Portnoy (1969) e Everyman (2006).

Cresciuto in una famiglia ebraica della piccola borghesia, fu studente brillante; conseguita la laurea in letteratura inglese, insegnò per poco nelle aule dell’Università di Chicago. Nel 1959 esordì con Goodbye, Columbus. Tra questa prima prova e Il Lamento ci sono state opere interlocutorie, ma il suo carnet letterario annovera una lunga teoria di composizioni di livello altissimo spostando la sua penna sulla figura dello scrittore contemporaneo e sulle sue disillusioni, ponendola al centro di una saga caratterizzata da spunti autobiografici ed elementi di autoriflessione. Negli ultimi anni aveva scritto La macchia umana (2003), Complotto contro l’America. Tra le sue opere più recenti occorre ancora citare Indignation. L’ultimo libro è stato Nemesi, opera che si svolge durante una epidemia di poliomielite.

Nel 2011 è stato insignito Man booker international prize. Nel 2012 con una lettera al New Yorker contestò la voce scritta su di lui presente nell’enciclopedia libera Wikipedia in cui veniva identificato con lo scrittore Anatole Broyard il personaggio de La macchia umana. Più volte in lizza per conquistare la medaglia dell’Accademia di Svezia Roth non ha mai ricev[…]

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Alien, ovvero: l’importanza dei corridoi nella sci-fi

di Settenotteinnero Blog

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C’è un elemento scenico/scenografico che, più di ogni altra cosa, è emblematico del film sci-fi. Anzi, ne è talmente l’emblema al punto da disperdersi come un albero nell’immensità della foresta, non sovrastando praticamente mai tutti gli altri aspetti visivi per così dire più preponderanti e significativi (astronavi, paesaggi extra-terrestri, megalopoli, fauna aliena ecc.). Ma, proprio per il fatto di essere presente in maniera così massiccia lungo tutta la pellicola, questo elemento svolge alla perfezione il ruolo di ‘segno di interpunzione’ nella grammatica generale della stessa: stiamo parlando del corridoio. Il corridoio rappresenta un po’ lo sfondo inanimato su cui si snodano le vicende narrate dal film; è il non-luogo che permette al nostro occhio di abituarsi più facilmente allo stile architettonico-artistico e più in generale visivo che il film di fantascienza vuole darci. Il corridoio è anche, e soprattutto, lo stratagemma che rende plausibile una pellicola sci-fi: è utile al regista perché è un canale che consente il passaggio da un set tendenzialmente molto più grande (un salone, una stazione spaziale ecc.) dove avvengono cose, dove si scambiano dialoghi, insomma dove si svolge un’azione, ad un altro set dove si svolge un’altra, diversa azione.  Proprio come una virgola, un punto di domanda, un punto esclamativo, il corridoio articola le frasi narrate per immagini del film. In questo aspetto, ha una funzione molto simile a quella dello sfondo dipinto nei quadri a carattere religioso del periodo rinascimentale, che rendeva plausibile alla vista il punto di fu[…]

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La lezione ironica di Piero Angela: “La velocità della luce non si decide a maggioranza”

di Diego Longhin

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“La scienza non è democratica”. Parola di Piero Angela che nell’Arena Robinson, intervistato da Paolo Mauri, torna su questioni attuali, come la paura dei vaccini, oppure il timore delle scie chimiche. Il giornalista divulgatore per eccellenza, padre di programmi come Quark e SuperQuark, che tornerà a luglio con sette nuove puntate, sostiene che “tutti noi abbiamo bisogno di divulgazione scientifica e formazione scientifica, altrimenti ci esponiamo a rischi. I vaccini è un caso. Basta poco per incendiare i discorsi. Cosa fate, i vaccini uccidono i vostri figli, dicono quelli contrari. Ma su che basi? Ci sono stati giornalisti perseguitati per queste cose”.

Angela ricorda un aneddoto del periodo del metodo Di Bella. “Andai a parlare a Milano con Vereonesi e Galoppini per informarmi e documentarmi. Il taxista mi chiese cosa ne pensavo. Io chiesi: E lei? Mi tirò fuori che dietro ci sono sempre le case farmaceutiche, che dietro c’era qualche manovra”.

Lo stesso Angela ha subito cinque processi quando ha attaccato l’omeopatia: “Ho detto solo che l’omeopatia non ha nessun effetto a parte quello del placebo. Un immunologo aggiunse che era come acqua fresca. Mi attaccarono perché non avevo rispettato la par condicio. Insomma, avrei dovuto dare spazio a chi sosteneva l’omeopatia. Io dissi al giudice che non dovevo farli parlare perché la scienza non è un talk sh[…]

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