Non spegnete la tv, ma accendete la libertà: l’inedito di Umberto Eco sulla televisione

di Umberto Eco

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L’intervento che qui anticipiamo, datato 1978, è integralmente contenuto nel volume “Sulla televisione” in uscita per La nave di Teseo.

Otto o nove anni fa, quando mia figlia stava iniziando a guardare il mondo dalla finestra di uno schermo televisivo (schermo che in Italia è stato definito “una finestra aperta su di un mondo chiuso”), una volta la vidi seguire religiosamente una pubblicità che, se non ricordo male, sosteneva che un certo prodotto era il migliore al mondo, capace di soddisfare qualsiasi bisogno.

Allarmato sul fronte educativo, cercai di insegnarle che non era vero e, per semplificare i miei argomenti, la informai che le pubblicità di solito mentono. Capì di non doversi fidare della televisione (in quanto, per ragioni edipiche, faceva di tutto per fidarsi di me). Due giorni più tardi stava guardando le notizie, che la informavano del fatto che sarebbe stato imprudente guidare lungo le autostrade del Nord per via della neve (un’informazione che soddisfò i miei più intimi desideri, dato che stavo disperatamente cercando di restare a casa per il fine settimana). Al che mi fulminò con uno sguardo sospettoso, chiedendomi come mai mi fidassi della tv visto che due giorni prima le avevo detto che raccontava bugie.

Mi trovai costretto ad avviare una dissertazione molto complessa di logica estensionale, pragmatica dei linguaggi naturali e teoria dei generi allo scopo di convincerla che ogni tanto la televisione mente e ogni tanto dice il vero. Per esempio, un libro che comincia con “C’era una volta una bambina chiamata Cappuccetto Rosso e così via…” non dice il vero quando sulla sua prima pagina attribuisce la storia della bambina a un signore di nome Perrault. Solo lo psichiatra al quale mia figlia probabilmente si rivolgerà una volta arrivata all’età della ragione sarà in grado, direi, di constatare i danni consistenti che il mio intervento pedagogico ha provocato alla sua mente o al suo inconscio. Ma questa è un’altra storia.

Il fatto, che ho scoperto proprio in quell’occasione, è che se si vuole usare la televisione per insegnare qualcosa a qualcuno bisogna prima insegnare come si usa la telev[…]

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Libri come merce

di Roberto Pizzato

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Una storia materialista della stampa, ricostruita con l’aiuto di nuove scoperte e database digitali.

Secondo Marshall McLuhan l’invenzione della stampa a caratteri mobili rappresenta il compimento del passaggio da una cultura di tipo orale a quella alfabetica. Stampati a prezzo inferiori e su larga scala, i libri diventavano a tutti gli effetti beni di consumo, accessibili (a chi poteva permetterseli) e pronti a circolare sul mercato. Da quel momento ogni forma di conoscenza scritta diventava replicabile in modo veloce ed economico, creando un mercato internazionale prima inesistente: il mercato dei libri.

Guardare ai libri pubblicati negli anni seguenti l’invenzione offre una prospettiva inedita sullo spirito del tempo, capace di restituirci la fotografia di una cultura e di una società custodite nel nostro passato. Tracciare questa storia però non è stato impresa semplice, almeno fino ad ora. Immaginate un’indagine sul mercato editoriale del Rinascimento che vi permetta di capire quali erano i libri più letti nella seconda metà del XV in Europa. In mancanza di dati diremmo che la Bibbia di Gutenberg, il primo libro stampato utilizzando questa nuova tecnologia, dominasse la classifica dei bestseller del tempo. Questa era infatti l’idea più diffusa, fino a quando un team di ricercatori dell’Università di Oxford ha analizzato un documento che offre un’altra lettura dei fatti. Per capirne la portata però, serve capire come siamo arrivati fino a qui.

Il più antico libro mai stampato è il Sutra del Diamante, un testo buddhista le cui sezioni formano un rotolo lungo più di cinque metri, conservato alla British Library di Londra. La data di pubblicazione riportata sul colophon corrisponde all’11 maggio 868, oltre un millennio prima della sua scoperta, avvenuta solo nel 1907 a opera di Aurel Stein. L’archeologo di origine ungherese trovò il testo nelle grotte di Mogao, un sistema di 492 templi scavati all’interno di una rupe a circa 25 chilometri dall’attuale Dunhuang, città della provincia cinese del Gansu. Dunhuang – che significa “faro scintillante” – era l’ultima oasi che i viaggiatori diretti verso Occidente trovavano prima del grande bivio che precede il deserto di Taklamakan sulla Via della Seta. Giungendovi da ovest ci si trovava di fronte ai due forti della città,  la porta di Giada e il passo Yangguan; avvistarli significava lasciarsi alle spalle la parte più dur[…]

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Itaca

da redazione Downtobaker

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Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere di incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,

né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strad Leggi tutto…