Chadia featuring Rimbaud

di Vincent Baker

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Anche se non sembrerebbe, questo articolo ha molto a che fare con la letteratura. Uno dei miei ultimi contatti Facebook, che segue con grande passione e ampiezza la scena musicale italiana e sembra intendersene parecchio, mi suggerisce, a proposito delle vive polemiche da campioni del mondo di Briscola sul rapper Sfera Ebbasta, che cosa cercare e ascoltare di generi che non conosco e non capisco, per discernere tra i granelli di un deserto troppo esteso, tra tanta paccottiglia e opere di forte identità e qualità. Negli ultimi tempi non ho seguito le troppe uscite discografiche, me ne sono disinteressato anche e soprattutto a causa di produzioni deludenti, che hanno mostrato ben poco nella loro sostanza artistica, creativa, di linguaggio. Ma ho ascoltato il consiglio, sempre aperto a cambiare idea, entusiasmato dall’entusiasmo contagioso del mio amico e perché volevo riflettere e capire. Capire che, come per tutte le forme artistiche e le loro derive, anche nel caso della musica e della cosiddetta scena indie (qualsiasi cosa voglia dire oggi) non è questione di genere o di sottogenere, d’abito, di forma, ma quanto sempre e soltanto di che cosa un artista – o presunto tale – abbia da dire e la sua capacità nel dirlo. Sempre che questa capacità, composta da tante qualità, ce l’abbia davvero. Capacità quindi, mestiere, mezzi artistici che non s’improvvisano, e poi profonda verità e rivelazione di un contesto. I social, le scorciatoie, le apparizioni, le sovraesposizioni (che è il modo in cui io traduco mainstrem) vengono sempre e soltanto dopo, se vengono e se agli artisti pare. Vale per tutte le forme d’arte: ecco come si può parafrasare questo ragionamento per la scena letteraria, per chi avesse velleità di scrivere e pubblicare. Non è il genere trap in sé, non sono la techno o il rap, non è essere troppo giovani o troppo vecchi; è sempre e solo non improvvisare, non precorrere i tempi, saper fare il proprio mestiere ed essere capaci di trasformare un messaggio profondo e universale in Arte. Continuerò a non ascoltare la (il?) trap o il rap, italiano e in generale, non per partito preso, ma solo perché c’è tanta altra roba musicale al mondo, di oggi e di ieri, che mi piace di più; e perché in certi generi c’è anche tanta schifezza, superficiale e inutile, falsa, fatta (male), con scuse e pretesti di disagio inesistente – l’Italia sempre e comunque non è mai stata il Chile, il Messico o il Nicaragua, o gli Stati Uniti, degli anni ’70 e ’80, dai! – , per provare a vendere e basta. Qualcuno sta pensando a quel Young Signorino? Oddio, io ci ho provato a buttare un orecchio, eh, ma non sono riuscito a trovargli una sola cosa che valesse la pena.

“Prova ad ascoltare lei e cambierai idea in tre secondi”, mi è stato suggerito. Fulminato sulla via di Damasco. Continuerò ad ascoltare, se resisterà e manterrà questa grande qualità di produzione, Chadia Rodriguez, trapper italiana mezza spagnola e mezza marocchina: finché saprà farlo, con la stessa forza con cui lo sa fare ora, finché non le si affievolirà tra eccessi e successi il fuoco lacerante alla base di ogni espressione artistica, sperando le rimanga la stessa purezza nei testi di quando ha cominciato a scrivere. Nelle parole ascoltate nelle sue primi composizioni d’esordio, quindi in uno spazio abbastanza esiguo, emerge nitido e arriva a tutti il quadro di un’intera generazione (si dice Millenials o Generazione Y, no?), come mi è capitato di sentire davvero raramente negli ultimi anni, e così nei minimi particolari. Il disagio, le fatiche e gli immensi travagli quotidiani tra famiglia, scuola e strada, ma anche le gioie di un micro istante, il rendersi conto che i paradisi artificiali sono rifugi affascinanti, piacevoli ma ingannevoli, senza ritorno e non sono il senso ultimo del vivere; la forza di affrontare la pochezza dell’esistenza sempre e solo attraverso i grandi dogmi della vita, fosse uno di questi perfino l’Amore – che non è il sesso! lo sanno bene anche i ragazzini di oggi -, perché se c’è il vero Amore anche per un momento “Fumare, scopare, mangiare per oggi mi basta”. Un esempio della sua bravura: nella collaborazione con l’affermato Jake La Furia, quando inizia a rappare il musicista di lungo corso il pezzo, quella parte immagino scritta da lui stesso, diventa meno interessante, quasi banale e più stereotipato, le parole si fanno ascoltare con meno interesse, tra fucili a pompa e paragoni sudamericani che sembrano fini a sé stessi, che iniziano ad apparire, rispetto a tutti gli altri mostrati nel video, come veri status e non più come idoli fasulli. Chadia passa sempre attraverso una sorta di sarcasmo acerbo e le sue sono similitudini all’acido solforico utili a parlare di qualcosa di più grande e universale, Jake pare limitarsi a parlare del suo mondo personale, maschile e molto circostanziato. Insomma… ci voleva una donna, tanto per cambiare. Un altro esempio folgorante: Chadia è bravissima a giocare con la figura di Lolita scolpita sul suo physique du rôle – e che dimostrerà vent’anni fra almeno altri dieci -, lo sfrutta il più possibile e al meglio. Ma invece che trattarsi di una svendita a buon mercato da social alla portata di qualsiasi nympha incapace di dire una sola parola, le serve per travolgere il pubblico con una marea di rivelazioni, si mette nuda per mettere a nudo, per trafiggere l’ipocrisia maschile con grande intelligenza: “Quanto tempo passi a guardarmi su Instagram? Così tante chiappe che perdi la vista fra’, ya!” oppure “L’unica pezzo di figa ad avere una vera cover sopra Spotify, pensami tanto che tanto è la tua mano l’unica figa che scoperai”.

Esagero, ma ascoltate bene i suoi testi una, due, venti volte e il modo eccezionale di comporre barre/versi: Chadia, che al momento ha appena vent’anni, con tutto lo spazio che vi intercorre tra i due giovani, col suo linguaggio, l’unico che può sfruttare, è un Rimbaud sedicenne che scrive, di fronte all’addormentato nella valle: “I profumi non fanno più fremere la sua narice / dorme nel sole, la mano sul suo petto / tranquillo. Ha due rosse ferite sul fianco destro”.  Se i due giovani s’incontrassero oggi a una qualunque festa straripante e caotica, già ubriachi, storditi dall’alcol e, soprattutto, dal loro essere (pensate da quanto il mondo non cambia, non è cambiato, non cambierà), basterebbe loro uno sguardo per capirsi, volersi un’ora e non rivedersi più.

Questo featuring dei Prozac+ non è il suo pezzo migliore in assoluto (direi, su due piedi, la perfetta sintesi dell’amore – non solo per i Millenials – di “Fumo Bianco”), ma è quello che in questo momento mi piace di più. Pastiglia gialla, nella vana speranza di rimanere a galla, non nel successo, ma di fronte al mondo, unica vera verità che vale per tutte le generazioni e per sempre.

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