Cinema Società

La discesa nel Male del tragico clown in una società che non mostra pietà

di Beatrice Fiorentino

Joaquin Phoenix è Arthur Fleck

Un film cupo, violento, intriso di atmosfere “underground”. È il “Joker” inaspettatamente politico di Todd Phillips. Un anti-eroe (per caso) che agita le folle. Un uomo solo, sistematicamente offeso, vittima, prima che carnefice. Leone d’Oro a sorpresa all’ultima Mostra di Venezia e lanciato nella corsa agli Oscar finché la Hollywood “politically correct” non gli ha evidentemente voltato di punto in bianco le spalle, il regista di “Una notte da leoni” (qui anche sceneggiatore insieme a Scott Silver) imprime una svolta dark alla saga di Batman, aprendo persino a un possibile ribaltamento di prospettiva che metterebbe in discussione tutto ciò che fino a oggi abbiamo saputo o creduto di sapere. Ci si addentra alla scoperta delle origini del popolare antagonista dell’uomo pipistrello di casa DC Comics passato negli anni attraverso le interpretazioni di Cesar Romero, Jack Nicholson, Heath Ledger e Jared Leto, come una dolorosa discesa agli inferi. La dimensione fumettistica è messa al bando, altrettanto a distanza le iperboli supereroiche, i toni scanzonati e buffoneschi di Burton e quelli scuri ma patinati di Nolan.

Il “nuovo” Joker indossa il corpo emaciato di Joaquin Phoenix, che offre quanto promesso in mesi di certosino battage pubblicitario: una maschera tragica, come quella di ogni clown del grande schermo da Chaplin al Pennywise di “It”; una risata convulsiva, acida, simile a un pianto; una disperata follia, che culmina nell’esplosione di una violenza che è anche liberazione, catarsi (e in chiave psicanalitica potenza sessuale). Arthur Fleck, questo il nome di Joker prima di balzare agli onori della cronaca nera, l’uomo prima del “villain”, è un emarginato a Gotham City, un freak, un Travis Bickle (“Taxi Driver”) la cui esistenza si trascina ai margini di una metropoli in fiamme, sporca, maleodorante, incendiata da fortissime tensioni sociali come la New York degli anni Settanta di scorsesiana memoria. Coltiva il sogno di diventare stand-up comedian al pari dell’idolo televisivo Murray Franklin (Robert De Niro in un gioco di specchi che guarda a “Re per una Notte”), ma la sorte lo ha condannato a fare il pagliaccio per strada, raccattando solo calci, botte, insulti e altre scorie. A casa Arthur accudisce con devozione l’anziana madre e come chiunque sogna l’amore, mentre i servizi sociali latitano e la delinquenza dilaga ovunque generando un clima esasperato sul punto di deflagrare in rivolta di classe. Il Male avanza. Ma non nasce dall’uomo, è nel mondo, generato dalla società. Persino le deformità shakespeariane di Fleck, nel volto, nel corpo, nell’anima, sono lo specchio di una società iniqua e distorta, divisa e indifferente ai bisogni dei soggetti deboli contro i quali, anzi, si accanisce.

L’ennesimo torto subito accende la miccia della vendetta che consegna definitivamente Fleck alle tenebre. E da qui alla rinascita (“spero che la mia morte abbia più senso della mia vita” recita una battuta del film), dopo l’inevitabile trasformazione. Trasformazione che a suo modo è rivalsa (“per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente, ma esisto e le persone iniziano a notarlo”), diversa da quella cercata, sperata, voluta, ma forse ineluttabile. E sorprendentemente rivoluzionaria.

2 commenti

  1. complimenti, ho appena visto il film e trovo che la tua recensione vada ben oltre a quanto avrei saputo dire io.
    ne condivido ogni affermazione e di mio aggiungo solo che istintivamente ho associato Gothan city a certi angoli bui delle nostre città attuali (Milano e Napoli per dirne due)
    ml

    Piace a 1 persona

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