Poesia Recensioni

La zona rossa, silloge di Raffaele Castelli sulla malattia e sulla guarigione

da redazione

Antony Gormley, “Odissea dell’essere” (Galleria degli Uffizi, Firenze)

“La zona rossa” nasce dalla storia vera della malattia e della guarigione, dell’iniziale sconfitta e della vittoria finale nei confronti del virus dell’autore, Raffaele Castelli, dimenticato da una sanità che avrebbe dovuto prendersi cura di lui e che invece lo ha abbandonato. Lasciandolo solo davanti al giudizio degli eventi della pandemia nell’isolamento della sua casa: trasformata in una casa di cura privata e in un rifugio di scrittura privilegiato. Unica terapia la Tachipirina, i consigli del medico di famiglia e le videochiamate con affetti e amici. L’uomo e il virus. Senza pudore né moralismo, ma con durezza e comprensione. In un inno alla vita strozzato in una platea orizzontale e plurale. Dove l’altro, siamo sempre noi. Per non far cadere nell’oblio quel momento, quell’attimo in cui tutto poteva cambiare per poi, probabilmente, non cambiare nulla.


Prima della peste

   Fossi femmina spruzzerei latte

nessun rito, ma spazio alla routine

la sopravvalutazione dei baci quelli di prima che ora non mi dai

talvolta siccità oppure pioggia

un vespaio d’insetti nel cilindro

dell’ospedale della mia casa

del ricordo del brulicare sordo

giù nella strada prima della peste.

   Sto con me stesso, o senza me stesso

solo un fiore, la calma la muove

nell’attesa di chi mi sta cercando

nella distanza perfetta mi trovo

morto o vivo non fa differenza

se perdo il tempo ad attendere

che tutto cambi per farsi uguale

che un tratto lieve tracci il nuovo

con solo una luce al mio fianco.

   Allora se proprio devo vivere

lasciatemi vocali stalattiti

e le consonanti acuminate

rivoli verdi sui suoi seni

e il ventre, sì, un poco stracciato

e tutte le debolezze intatte

e le perle, della nostra apnea

fatta di polmoni indeboliti

e cieli sotto sforzo. Inquinati.


   Il vizio della caduta planare

   Quarantacinquesimo farsi sera

all’uggia d’un tratto immaginato

dalla presenza di una persona

sul Parallelo dell’isolamento

geografico, fisico. Umano

fatto di quanta chimica contiene

quanto possono le scarne speranze

morderne e addentarne le spoglie.

   Basta non toccare. Non respirare.

Non azzardarsi al sentir dolore.

   A guardar bene scorgi vitalità

nei giovani ignari del domani

che dicono lingue senza frontiere

seduti a distanza di certezza:

il quarto stato della materia

la parte liquida del nostro sangue

o del suo fluire nel monitor

dell’impalpabile volubilità.

   Quindi non toccarmi. Non respirarmi.

Sono l’avvento del tuo sapere.

   Sono il tuo intelletto scemo

la sepsi della connessione certa

il guasto nella tunica griffata

la contaminazione del prodotto

la corruzione nella rotazione

l’infezione ronzante d’un insetto.

   Il vizio della caduta planare.


Raffaele Castelli Cornacchia vive a Brescia dove fa l’insegnante. Ha scritto i monologhi teatrali Un esodo per gioco e Centocinquanta.

Ha pubblicato il romanzo breve Il pacco di Durante (Robin Edizioni, Roma, 2006); i libri per piccoli lettori Gli abitanti di Colle Bianconero (EdiGiò, Pavia, 2013) e Le chiocciole di Amemì (EdiGiò, Pavia, 2015) dei quali è anche illustratore. Per la poesia è autore della silloge Sul ponte sconfinato di Limey che dà il nome all’omonima antologia (Lampi di stampa, Milano, 2008) e ha pubblicato i libri A meno che (Ennepilibri, Imperia, 2008), Via Milano (Lampi di stampa, collana Festival curata da Valentino Ronchi, Milano, 2012) e L’alfabeto della crisi (Italic-PeQuod, Ancona, 2013).

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