Letteratura

Affettuosamente, tua Jane Austen: le lettere tra romanzo e vita

È solo attraverso la lettura del suo epistolario che ci accorgiamo di quanta vita reale Jane Austen sia riuscita a inserire nelle sue opere di fantasia.

di Jenny Barbieri

Lettere autografe di Jane Austen

Si dice che in ogni romanzo convivano due diverse personalità: quella dello scrittore e quella del lettore. Il loro è un vero e proprio incontro, una conoscenza che si svela a poco a poco, pagina dopo pagina. Una delle scrittrici con cui ho provato questa sensazione è Jane Austen. Impossibile non riconoscere la sua determinazione e la sua velata ironia nelle parole di Elizabeth Bennet, difficile non riscontrare una corrispondenza tra la scrittrice e Anne Elliot, protagonista femminile di Persuasione, e la sua peculiare integrità d’animo. Ma Jane trapela persino da quei personaggi che sembrano a lei meno simili: penso a Emma Woodhouse, anti-eroina austeniana per eccellenza che, chiusa nella sua bella dimora di un piccolo paese della campagna inglese, si diverte a dar vita a intrighi amorosi nella sua cerchia di amicizie. Insomma, in ogni opera, la scrittrice inglese lascia qualcosa di sé, dei piccoli indizi che permettono a un lettore attento di conoscere la Miss Austen, donna determinata di fine Settecento.

Eppure, è solo attraverso la lettura del suo epistolario che ci accorgiamo di quanta vita reale Austen sia riuscita a inserire nelle sue opere di fantasia. Per una scrittrice che, come lei stessa era solita affermare, raccontava solo ciò che conosceva direttamente, questi documenti assumono un’importanza particolare. È quasi impossibile addentrarci nelle vicende della sua vita, nonché approfondire il rapporto biografia/opere che, come abbiamo visto, nel suo caso ha una rilevanza particolare, senza far riferimento a questi testi. Dei veri e propri documenti, dunque, ma scritti pur sempre nello stile leggero ed elegante tipico di Miss Austen, con una scrittura spontanea e immediata che ne rende agevole la lettura e, persino, l’immedesimazione.

Attualmente, l’epistolario è composto da 161 lettere, solo una piccola parte di quelle che realmente scrisse Austen: infatti, molte furono distrutte in toto o parzialmente “censurate” con tagli e cancellazioni dalla sorella Cassandra, due o tre anni prima della sua morte. A questo si devono, probabilmente, anche i salti temporali delle lettere stesse, con interi periodi non documentati né documentabili. Ad oggi, sembra ormai impossibile che emergano altri testi dai meandri del tempo e il reale impatto di questa perdita appare difficile da quantificare. Tuttavia, come afferma Chapman nell’Introduzione alla sua prima edizione: Queste lettere sono prive di interesse? Io non credo. Persino se Jane Austen non avesse altro per cui essere ricordata, le sue lettere sarebbero degne di essere conosciute. Lette con attenzione, forniscono un ritratto della vita della classe medio-alta di quel tempo che è sicuramente senza rivali, e non descrivono solo modi di vivere, ma anche persone. La stessa famiglia di Jane Austen, con le sue ramificazioni attraverso i matrimoni, è in se stessa un argomento più esteso – direi quasi, più ambizioso – di qualsiasi altro trattato nei suoi romanzi. E anche se la caratterizzazione è secondaria, e quasi mai deliberata, è della stessa mano che ha creato Lady Bertram e Mrs. Norris. Intorno alla famiglia è raggruppata una galleria di personaggi secondari, tutti – a parte quelli solo nominati – dotati di una qualche individualità. È difficile persino non ricordare Mr. Robert Mascall, sebbene di lui non conosciamo nulla più del fatto che “mangia una gran quantità di burro”.

Leggendo la corrispondenza privata giunta sino a noi, ci appare un ritratto inedito della scrittrice: una Jane Austen solare e socievole, che prende parte a feste e balli, che viaggia tra Londra e Bath insieme ai suoi fratelli, persino una Jane Austen estremamente consapevole del suo lavoro di scrittrice.

Prendiamo ad esempio le prime, cronologicamente parlando, lettere che ci sono pervenute: in esse, la scrittrice ci racconta di feste, ricevimenti, flirt che la coinvolgono in prima persona e, in tutto questo, non manca certo l’occasione per qualche piccolo sfoggio di vanità femminile. Così, non è insolito che Cassandra, destinataria di tutti questi racconti, si trovi a leggere frasi del tipo «È giunto infine il giorno in cui flirterò per l’ultima volta con Tom Lefroy e, quando tu riceverai questa mia, tutto sarà finito. A questa malinconica idea, mi sgorgano le lacrime, mentre scrivo» o, ancora, «Qualche giorno fa mi sono presa la libertà di chiedere al tuo cappellino di velluto nero di prestarmi la sua calotta, cosa che ha fatto con la massima sollecitudine, e così sono riuscita a conferire assai maggiore dignità al mio copricapo, che prima era troppo complicato per piacermi». E come non citare quel passaggio della lettera n. 15, in cui Austen, descrivendo un ballo molto poco affollato a cui partecipa, racconta: «[…] Mr. Calland, il quale, come al solito, è comparso con il cappello in mano e ogni tanto veniva a mettersi dietro a Catherine e a me, per chiacchierare e farsi rimproverare perché non ballava. Alla fine, comunque, a forza di stuzzicarlo ha ceduto.» L’associazione con Orgoglio e pregiudizio è immediata: penso a Mr. Darcy quando, invitato dal suo amico Mr. Binley a prender parte alle danze, risponde:

«Me ne guardo bene. Sapete quanto io detesti la danza, a meno di essere particolarmente affiatato con la mia dama. A una festa come questa sarebbe insopportabile.»

Poche citazioni, dalle quali emerge già un ritratto inedito della scrittrice inglese, non più rappresentata seduta a quel tavolino immortalato da tutti i visitatori di Chawton House, ma vero e proprio personaggio attivo nella società del suo tempo; non più una figura emblematica della letteratura inglese, ma una donna reale, soggetta, come tutte noi, ai giochi d’amore e a un pizzico di sana vanità.

Le lettere ci offrono, però, anche un punto di osservazione insolito sulla Jane Austen scrittrice, facendoci comprendere quanto lei amasse il suo lavoro e, soprattutto, fatto alquanto insolito e innovativo per il periodo storico in cui ci troviamo, come lo considerasse una vera e propria professione, una fonte di guadagno a tutti gli effetti. In questa chiave di lettura, non deve stupirci il trovarci davanti a brani simili: La Vostra opinione ufficiale dei meriti di Emma mi pare soddisfacente e molto importante. Anche se la Vostra lettura non mi trova sempre concorde, Vi assicuro che il tono caloroso del Vostro giudizio positivo supera le attese mie e dell’autore. I termini economici da Voi offerti sono invece così inferiori a ciò che noi ci aspettavamo, che temo di essere incorso in qualche grosso errore di aritmetica. Certo, sull’argomento dei costi e dei profitti dell’Editoria Voi non potete non essere meglio informato di me; tuttavia i documenti in mio possesso sembrerebbero mostrare che la somma da Voi offerta per la proprietà dei diritti di Sense and Sensibility, Mansfield Park e Emma è inferiore a quanto già percepito da mia sorella per una sola modesta edizione di Mansfield Park. Questo brano è tratto da una bozza di lettera, scritta dalla stessa Jane Austen e indirizzata all’editore John Murray. In essa, Austen risponde di suo pugno a una proposta economica relativa ai diritti delle sue opere e lo fa fingendosi suo fratello Henry, colui che da sempre aveva gestito le pratiche di pubblicazione dei romanzi, ma che ormai è impossibilitato a ricoprire tale ruolo a causa di un’indisposizione grave a tal punto da impedirgli di scrivere anche solo una semplice lettera. Sebbene il messaggio sia rimasto incompleto e, quindi, probabilmente non sia mai stato spedito, la sua importanza resta fondamentale. Infatti, ci permette di far luce su un lato che poco si confà a una donna del Settecento, ma che, in Miss Austen, appare estremamente spiccato: quello relativo alla capacità di destreggiarsi nelle trattative economiche, riuscendo a ricavare il più possibile dal proprio impegno lavorativo.

Tuttavia, cadremmo in errore pensando che la scrittura fosse considerata da Jane Austen come una mera e semplice fonte di guadagno: come lei stessa scrive, i suoi romanzi sono come dei figli a cui pensa e ripensa continuamente. A tal proposito, non possiamo non citare la lettera 80, scritta durante una gita a Londra e indirizzata, ancora una volta, a Cassandra: […] Henry e io siamo andati alla mostra di Spring Gardens. Non è considerata particolarmente buona; ma io sono rimasta molto soddisfatta – in particolare un ritratto di Mrs. Bingley, estremamente somigliante. […] Mrs. Bingley è proprio lei: suo il personale, le fattezze, i lineamenti e sua la tipica dolcezza; mai vista una somiglianza maggiore. È vestita di un abito bianco ornato di verde, il che conferma quello che avevo sempre immaginato, e cioè che il verde era uno dei suoi colori preferiti. […] sono delusa, perché da nessuna delle due parti c’era un ritratto di Mrs. Darcy. Posso solo immaginare che Mr. D. valuti troppo un suo ritratto, perché gli faccia piacere di vederlo esposto agli occhi del pubblico. Posso capire che egli provi questo tipo di sentimento, questo misto di amore, orgoglio e delicatezza.

Quanti spunti potremmo ritrovare ancora in questo epistolario? Tantissimi: penso ai suggerimenti letterari che Austen dispensa alla nipote Anna; penso ai consigli donati alla nipote Fanny, uno su tutti: Qualsiasi cosa è preferibile o si può sopportare meglio che sposarsi senza affetto; ancora, penso alla sua gioia quando Sir Walter Scott in persona scrive una recensione di Emma in cui non mancano certo parole di elogio. Ma, alla fine, l’unico modo per conoscere veramente a fondo l’universo austeniano, e il quanto mai sfaccettato animo di questa scrittrice, è quello di immergersi nella lettura delle sue parole, non solo quelle dei romanzi, ma anche quelle delle lettere, farsi trasportare dalla sua ironia e dalla sua sagace intelligenza, respirare il suo mondo attraverso il ritratto che lei stessa ne delinea. E non scordiamoci di farlo con in serbo quel sorriso che lei stessa sarà sempre pronta a strapparci.

Io credo di potermi vantare d’essere, con tutta la superbia possibile, la femmina più ignorante e peggio informata che mai abbia avuto il coraggio di diventare scrittrice.

(Lettera n. 120, 11 dicembre 1815)


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