Cultura Scienza

Il richiamo della ciotola

L'esperimento sui cuccioli di cane che mostra come essi interagiscano con gli umani fin dalla nascita.

di Ed Cara (traduzione di Vincent Baker)

Lucio, il cucciolo mascotte di Gizmodo, che non ha superato l’esame per cani guida. Foto: Andrew Couts

Una nuova ricerca, pubblicata nel corso di questa settimana, suggerisce che i cani sono nati per capire le persone, almeno in una certa misura. Lo studio ha dimostrato che cuccioli di solo 8 settimane che si apprestano a diventare cani guida sono già capaci di comunicare con gli esseri umani, anche senza un addestramento formale. Inoltre, si è scoperto che la genetica gioca un ruolo fondamentale nel determinare quanto bene i cuccioli possono svolgere alcuni compiti di comunicazione.

Il destino del cane e dell’uomo si è intrecciato per millenni (per quanto tempo esattamente è ancora in dubbio, con stime che vanno dai 14.000 ai 40.000 anni fa). Lungo questa strada, i cani si sono evoluti in risposta alla partnership che hanno instaurato con noi. Nei secoli più recenti, abbiamo inoltre intenzionalmente allevato cani con lo scopo di farli diventare capaci di svolgere compiti specifici o per ottenere in loro aspetti e temperamenti specifici, pur se non sempre a beneficio dei cani stessi. Un modo evidente in cui essi si sono evoluti sta nella loro capacità di comunicare con gli esseri umani. I cani sono diventati sorprendentemente bravi a capire il linguaggio del nostro corpo e a rispondere ai nostri gesti, probabilmente più di qualsiasi altra specie al mondo, compresi i nostri parenti più prossimi, le scimmie. Ma, con esattezza, come si sviluppa tale capacità rimane un mistero, secondo l’autrice dello studio principale Emily Bray, associata di ricerca post-dottorato presso il Canine Cognition Center dell’Università dell’Arizona.

“È perché, nel corso dell’addomesticamento, questo tipo di abilità è stato selezionato, e i cani sono oggi strutturati per essere ricettivi alla nostra comunicazione da poco dopo la nascita?”, si è chiesta Bray, “o l’acquisizione di queste abilità dipende davvero solo dall’apprendimento e dalle esperienze che i cani maturano nel corso della loro vita, dato che crescono in così stretta vicinanza con noi umani?” Per scoprirlo, la ricercatrice e il suo team hanno studiato 375 cuccioli apprendisti dell’organizzazione californiana Canine Companions. Questi cuccioli, alla fin fine, vengono sottoposti a un denso addestramento per diventare animali da lavoro (o di servizio, come si preferisce definirli oggi, ndt), cosa che ovviamente comporta un sacco di interazione faccia-a-faccia con gli esseri umani. Eppure, fino all’età di 8 settimane, rimangono sempre con la loro cucciolata e interagiscono con le persone per tempi brevissimi; la loro più prossima discendenza genetica (o pedigree) è documentata al dettaglio: sono entrambe le cose che li rendono i soggetti ideali per il test del team.

Lo studio ha coinvolto 375 cani di servizio in erba dell’organizzazione Canine Companions service dog. Foto: per gentile concessione di Emily Bray/Università dell’Arizona

I cuccioli sono stati sottoposti a test consolidati di comunicazione uomo-cane, come quei compiti che constano nell’indicare alle persone dove si può trovare del cibo nascosto (il test è progettato per non permettere ai cani di annusare semplicemente il cibo), o un altro test che misura la loro volontà di mantenere il contatto visivo con le persone. Il team ha scoperto che anche a 8 settimane e fin dalla prima prova, la maggior parte dei cuccioli è in grado di capire che una persona che li guarda, dicendo “ehi, cucciolo!”, e indicando, significa qualcosa in particolare, ed essi riuscivano a trovare il cibo. Tendevano anche a interloquire con una persona che li richiamava con la vocina o con un linguaggio infantile, mentre li fissava negli occhi, sostenendo lo sguardo della persona. Nel complesso, il team ha stimato che la genetica può spiegare più del 40% della variazione nella capacità di un cane di seguire un dito puntato.

I risultati, pubblicati giovedì scorso sulla rivista accademica Current Biology, “sono la prima prova diretta che una gran parte della variazione nella cognizione sociale del cane è ereditaria, pertanto ha una forte base genetica”, ha dichiarato Bray. “Se una simile variazione ereditaria era presente nelle popolazioni di lupi che hanno dato origine ai cani (migliaia di anni fa), queste abilità comunicative-sociali devono aver avuto un’importante influenza per una rapida selezione”.

Lo studio attuale fa parte di un progetto più ampio che Bray e i suoi colleghi hanno condotto, studiando questi cani di servizio apprendisti mentre crescono. Finora, altre loro ricerche hanno suggerito che i cuccioli particolarmente attenti hanno continuato ad essere molto attenti anche da adulti di 2 anni. I cani vengono inoltre monitorati per vedere se il successo precoce nei test del team è effettivamente correlato a un tasso più elevato di diplomi ottenuti come cani di servizio. E le implicazioni della ricerca del team potrebbero estendersi oltre.

“Ora abbiamo la certezza che c’è una forte componente ereditaria in queste abilità socio-comunicative; il prossimo passo è vedere se possiamo identificare alcuni dei geni specifici che intervengono in tali comportamenti”, ha detto Bray. Da oggi, l’intenzione è quella di studiare se esistano o meno marcatori genetici che potrebbero predire la capacità di un cane alla cooperazione umana, con la lontana speranza che un giorno potrebbe essere possibile dire quali cani o razze sono i più adatti a diventare animali di servizio.

Articolo originale: https://gizmodo.com/puppy-experiment-shows-how-dogs-connect-with-humans-fro-1847025031


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