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Sulla incredibile campagna di fake news lanciata contro il teknival Space Travel

Se non si comprendono in profondità le radici culturali e i significati politici dei rave - che in questo caso non era un rave, ma più precisamente era un Teknival - non si riuscirà mai a collocare l'evento in un discorso serio. E questo, tanto per cambiare, ha fatto l'informazione nazionale per una settimana.

di Vanni Santoni

Sulla incredibile campagna di fake news (fake news l’arresto cardiaco, fake news i coma etilici, fake gli stupri, fake i cani morti, la zona protetta, il parto, e anche l’annegamento da cui tutto è cominciato, dato che è stato confermato che il ragazzo inglese non era stato al rave prima della tragedia) lanciata contro il teknival Space Travel hanno già scritto in diversi*, e anche se auspico uno speciale di Valigia Blu su questo caso da manuale (caso, si noti, in cui le fake news non sono state diffuse da misteriosi account legati a QAnon, ma da giornali locali prima, e da quotidiani nazionali dopo) il quadro ormai è chiaro a tutti. Resta tuttavia un enigma che continua a intrigarmi anche dopo aver scritto un libro e una bella quantità di articoli sull’argomento: perché i free party, volgarmente detti rave, scatenano fino a questo punto gli istinti più bassi di tanta gente? Sì, perché non ci sono state solo le fake news, ci sono state anche le tante, troppe persone (molte delle quali normalmente sensate) che le hanno diffuse con straordinaria pervicacia, spesso accompagnandole con invocazioni di interventi militari (va da sé che uno sgombero si sarebbe tramutato in un massacro), canadair e violenze assortite contro quei ragazzi colpevoli di… ballare in un campo brullo. E che fatica riportarle alla ragione, anche quando tutte le false notizie erano ormai smentite!

Ora, si potrebbe dire che un free party è un baccanale, e i baccanali mandano in cortocircuito i benpensanti dai tempi di Penteo. A prima vista potrebbe bastare questo: la ricerca di una trascendenza fuori dalle norme sociali vigenti, l’uso di sostanze diverse da quelle vendute al pub o al tabacchi, il ballo smodato, la distruzione delle barriere di razza, genere, età e classe, la celebrazione fuori dalle date comandate, istituita senza che ci sia nulla da celebrare se non la celebrazione stessa, il sistema di riferimenti simbolici del tutto alieno ai non iniziati, la musica inusuale ed estrema… Tuttavia i festival goa, che hanno le medesime caratteristiche, non subiscono uno stigma paragonabile. La differenze, e il nodo, come mi fece notare Andrea Raos ai tempi in cui lavoravo a “Muro di casse”, sta nella gratuità: la totale gratuità del teknival (come del più piccolo free party) lo pone fuori, inconciliabilmente fuori dall’ideologia dominante, che è – anche se vivendoci dentro (“Questa è l’acqua…”) a volte lo dimentichiamo – il capitalismo. Nel momento in cui un festival fa pagare il biglietto, smette di essere una completa anomalia, e le altre eccezioni alla norma vengono tollerate. Penso tuttora che questa sia la spiegazione fondamentale, specie oggi che viviamo una progressiva e deliberata riduzione degli spazi pubblici gratuiti (si veda ad esempio la vicenda delle piazze chiuse in cui si moltiplicano però i tavolini a pagamento).

Negli ultimi tempi ho tuttavia cominciato a credere che ci sia anche qualcos’altro: che ci sia un’altra pietra dello scandalo, più occulta, sempre ideologica ma legata a una più astratta dimensione di classe: quando dal nulla, in una notte d’estate, compare un teknival, ci si trova di fronte all’evidenza che la festa più bella, più pazza, più grandiosa e duratura, la festa di cui si parlerà ancora tra quindici o vent’anni (come si parla ancora del teknival di Pinerolo del 2007 o di quello di Bassano del Grappa del 2001), quella che rimane impressa nella memoria dei partecipanti fino a farsi mito (e mito di fondazione per qualli alle prime esperienze), non è sullo yacht di Abramovich, nella lobby di un hotel a cinque stelle di Manhattan, in un rooftop con piscina di Ibiza, e nemmeno nel club berlinese in cui se non conosci lo staff sarà il sosia tatuato di Mario Brega a decidere il tuo destino: no, è in un campo dimenticato da dio e l’hanno organizzata degli ignoti ragazzotti. Brucia, eh? Brucia così tanto che l’unica è cercare di convincersi che fosse, in realtà, brutta. Anzi, orrenda. Anzi, infernale.

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