Una perla estemporanea

di Terry Passanisi

Black Mirror

Tra le tantissime serie televisive e uscite cinematografiche vendute un tanto al chilo come capolavori imperdibili, e che poi tali non si rivelano neanche per sbaglio, una delle cose più belle in assoluto che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni è il quarto episodio della nuova stagione di Black Mirror, intitolato “Hang the DJ” – titolo geniale per diverse sfumature tutte da scoprire. Intriso di un romanticismo mai stucchevole ed emozionantissimo, con una trama mai banale seppure con un nesso semplice (ma non semplicistico) e attuale, si eleva sopra a tantissime produzioni per una sceneggiatura perfetta, dai dialoghi bellissimi e asciutti, recitato ancora meglio dai due bravissimi protagonisti. I puristi e gli adoratori della serie, nonché gli intellettuali sofisti della critica “della qualsiasi”, storceranno il naso, bisognosi di dosi sempre maggiori di “hi-tech” imprevedibile. Dimenticate pure di che serie si tratti. Sovralimentati e pervasi da tanti proclami televisivi, va goduta come un’opera a sé stante che seduce, mette i brividi sottili di un sentimento profondo, stritola il cuore come il più inaspettato e desiderato dei messaggi d’amore.

C’è Salvatore Olmi, un nuovo detective nella Trieste in giallo

di Beatrice Fiorentino

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Leonardo Cagliostro, Proteo Laurenti. E ora, Salvatore Olmi. Un nuovo detective si è unito al gruppo di investigatori che si aggirano per le vie di Trieste a caccia di indizi. Un “consulente investigativo”, per la precisione, come egli stesso ama definirsi, grande amico dell’ispettore di polizia G. De Stradi che non di rado si affida al suo notevole intuito per risolvere i casi più intricati. È il protagonista del romanzo d’esordio “Sarai tu a morire”, edizioni Downtobaker (pagine 246, euro 15), descritto dal suo autore, il quarantaduenne triestino Terry Passanisi, come un uomo di bell’aspetto, distinto, sulla quarantina. Alto ed elegante. Il portamento aristocratico, frutto di una classe innata, non stride con i vistosi tatuaggi che fregiano il suo braccio destro dal polso alla spalla. Che semmai tradiscono, forse, un narcisismo appena compiaciuto che coabita con una riservatezza e un’integrità d’altri tempi.

Abile pianista, esperto di chimica e appassionato di scacchi, Olmi è un assiduo lettore di quotidiani (tra questi “Il Piccolo”, citato più volte nel romanzo). Ogni mattina fa incetta di notizie che potrebbero rivelare informazioni decisive per la risoluzione dei misteri sui quali è chiamato a indagare. Non si lascia sedurre dalle donne e, piuttosto, ama sperimentare su se stesso gli effetti di sostanze stupefacenti. Per queste e altre sue caratteristiche, Salvatore Olmi non può non ricordare un personaggio letterario in particolare: Sherlock Holmes, solo una delle “ossessioni” dell’autore, che tra le pagine del libro si diverte a disseminare tracce dei suoi vasti interessi letterari e cinematografici, assieme a echi di esperienze e di luoghi personalmente vissuti. Salinger, Proust, Beckett, Chandler, ma anche Landis, Levin continua a leggere…

L’adattamento di Raúl Ruiz del capolavoro di Marcel Proust

di Terry Passanisi

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Marcello Mazzarella rivive il decadente splendore della Francia fin-de-siècle ne “Il tempo ritrovato” di Raúl Ruiz (1999).

Dopo il rovesciamento di Salvador Allende, nel 1973, il regista cileno Raúl Ruiz decise di emigrare a Parigi. Lì, divenne l’equivalente di un ambasciatore cinematografico del realismo magico, importando una gradita dose di fantasia nel cinema francese. Cineasta prolifico, scomparso nel 2011, Ruiz è stato oggetto di una retrospettiva al Film Society del Lincoln Center di New York lo scorso dicembre, nel 2016. Quello che ci interessa di più, com’è d’uso da queste parti, è la sua più grande rivelazione cinematografica: “Il tempo ritrovato”, il sontuoso adattamento del 1999 della più grande opera letteraria francese moderna – e, probabilmente, della storia della letteratura – “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust.

Ruiz distilla il lavoro di 2300 pagine di Proust in sole due ore e cinquanta minuti, incentrando il film sul volume conclusivo, mentre pesca liberamente dalle sei parti che lo precedono. Il film è costruito da una serie di flashback negli ultimi giorni dell’autore ormai sul letto di morte, quando è in lotta con la malattia per completare il volume finale. Lo scrittore (interpretato da André Engel), scavando nella memoria aiutato da una pila di fotografie, evoca visioni di se stesso prima come bambino precoce (Georges Du Fresne) e poi come adulto (Marcello Mazzarella), età in cui frequenta i dorati reami dell’alta società, dissezionandoli e rendendocene indietro una cronaca minuziosa e caustica.

Gli spezzoni d’azione del film – in gran parte ambientati tra il patriottismo pomposo e la decadenza urbana della Prima Guerra Mondiale – fanno da sfondo all’amicizia di Marcel con il Barone de Charlus (John Malkovich), innamorato del giovane musicista Charles Morel (Vincent Perez); alla relazione possessiva e convulsa con Albertine (Chiara Mastroianni); al rapporto divenuto platonico con Gilberte (Emmanu continua a leggere…

Star Wars, torna il mito con gli ultimi Jedi

di Beatrice Fiorentino

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MESTRE. Niente attesa febbrile, stavolta, a precedere il lancio di “Star Wars: Gli ultimi Jedi”, nuovo capitolo della saga avviata da George Lucas nel lontano 1977, da oggi nelle sale cinematografiche di tutta Italia. Se le aspettative per il precedente “risveglio della Forza” erano state costruite ad arte, tra trailer centellinati sul web e indiscrezioni fatte abilmente trapelare dal set, non si può dire altrettanto per il sequel di Rian Johnson (una scoperta della Settimana della Critica di Venezia del 2005), che arriva oggi in sala senza particolare clamore e quasi atteso al varco, chiamato a decretare una volta per tutte la rinascita o il definitivo tramonto del “mito”. Sfida già raccolta ma non pienamente risolta dal predecessore J.J. Abrams che, una volta imboccata la sua strada, aveva lasciato irrisolte diverse questioni. Johnson riprende la storia esattamente da dove era stata interrotta, da quel viaggio intrapreso da Rey (Daisy Ridley) su un pianeta remoto della galassia, nel tentativo di convincere Luke Skywalker a tornare a lottare nelle fila della Resistenza.

Al fianco degli storici “Luke” (statico Mark Hamill) e “Leia” (la scomparsa Carrie Fisher, alla cui memoria il film è dedicato), ritroviamo tutti i personaggi introdotti da Abrams nel precedente episodio: ovviamente Rey e Kylo Ren, la luce e l’ombra, lo yin e lo yang, il maschile e il femminile contrapposti e complementari; Finn (John Boyega), Poe (Oscar Isaac), che qui acquistano spessore; e altre nuove conoscenze, il Viceammiraglio Amilyn Holdo (Laura Dern), l’ambiguo DJ (Benicio Del Toro), fino a Rose (Kelly M[…]

via Star Wars, torna il mito con gli ultimi Jedi – Tempo Libero – Il Piccolo

Bruno Bozzetto raccontato da Marco Bonfanti

di Beatrice Fiorentino

Non ci ha entusiasmato, il documentario di Marco Bonfanti. Ma rendere omaggio a un gigante dell’animazione è sempre una buona cosa. Soprattutto se funziona come invito a rivedere i suoi classici.

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Marco Bonfanti, Bozzetto non troppo (2016)

È Bruno Bozzetto in persona, colui il cui nome – assieme a quello di Osvaldo Cavandoli – è tuttora sinonimo di animazione all’italiana, a raccontarsi nel nuovo documentario di Marco Bonfanti Bozzetto non troppo. È lui a spalancare le porte di casa e del suo studio, per guidare lo spettatore alla scoperta del suo lavoro, della famiglia, degli animali domestici –cani, gatti e una pecora – e delle abitudini che scandiscono le sue giornate. Giornate che, se dovessimo ignorare di trovarci al cospetto di una vera e propria leggenda in vita, potrebbero sembrare anonime, persino identiche a quelle di tante persone comuni. Una partita a carte tra amici, i nipotini da prendere a scuola, una passeggiata al lago. Le giornate normali di un “Signor Rossi” qualunque.
E invece quel signore minuto, riservato e sempre allegro (non troppo), alla soglia degli ottant’anni, di comune ha ben poco. In più di dieci lustri di carriera ha ricevuto un Orso d’Oro a Berlino (per Mister Tao), una nomination agli Oscar (per Le cavallette), insieme a dozzine di altri riconoscimenti in tutto il mondo. I suoi personaggi, dal Signor Rossi, icona dell’italiano medio, a Vip, mio fratello superuomo, supereroe mascherato antesignano degli Incredibili a marchio Pixar, rientrano nell’immaginario collettivo tra i più apprezzati di sempre, soprattutto tra gli Anni Sessanta e Settanta.

Sono oltre trecento i titoli che portano la sua firma, tra film corti e lunghi realizzati per il cinema, la televisione e il web, tuttora riferimento e ispirazione per chiunque si accosti o si sia accostato in passato al suo mestiere. E il cartoonist delle meraviglie può vantare anche un altro primato, quello di essere stato tra i prim[…]

via Bruno Bozzetto raccontato da Marco Bonfanti | Artribune

Il “doppiese”, la lingua irreale delle traduzioni

da Redazione Downtobaker

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È diventata un linguaggio parallelo perché ci sono pochi soldi per tradurre bene i film, ed è poi traboccata con effetti imbarazzanti nella scrittura e nei libri.

Entrate in libreria, aprite un romanzo italiano a caso, prendete una pagina a caso, e leggete le prime battute di dialogo su cui vi cadono gli occhi. Se trovate la battuta «ma che stai dicendo?», potete proseguire la lettura o potete chiudere il libro. Scegliete voi.

Io chiudo il libro e me ne vado. A volte mi arrabbio con l’autore, a volte anche con il suo editor.

Doppiese

La battuta «ma che stai dicendo?» è un ottimo esempio di doppiese.

Con doppiese si intende una particolare variante della lingua italiana, per come la si ascolta e la si parla negli adattamenti di film, docufiction e serie TV. Il doppiese nasce dall’incontro tra due diversi fiumi di orrore: da un lato, una dizione di vecchio stampo teatrale, che si vorrebbe priva di accenti riconducibili a una città precisa, ma porta con sé una lieve cadenza romana (“e” chiuse battono “e” aperte 7 a 1); dall’altro, un metodo di traduzione per cui ogni parola del testo originale viene resa in italiano nel modo più letterale possibile.

Le ragioni del doppiese, al cinema e in TV, dipendono dalla tempistica di produzione degli adattamenti. In breve: i dialoghi sono tradotti da una persona che non ha visto il film o il telefilm, ma ha a disposizione soltanto la «lista dialoghi», cioè un file con le battute e i nomi dei parlanti, senza alcun contesto; questa prima passata viene – a volte – sistemata dal responsabile dell’adattamento, che tende ad accorc[…]

via Il “doppiese”, la lingua irreale delle traduzioni – Il Post

Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi?

di Giulio Mozzi

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[A questo mio articolo ha risposto Alessio Cuffaro qui. Ho commentato l’articolo di Cuffaro qui. Valentina Durante ha dato un’interessante svolta alla discussine qui. Edoardo Zambelli ha precisato alcune cose qui].

Per ragioni private che non sto qui a contarvi frequento assai poco la televisione (la guardo, talvolta, la mattina presto, nelle camere d’albergo), ancora meno il cinema (l’ultima volta che entrai in una sala fa il lunedì di Pasqua del 2007), e quasi per nulla i videogiochi. Invece libri ne leggo tutti i giorni. Questo per dire qual è il mio livello di competenza, sia pure come semplice fruitore, di certe cose.

Quando in un articolo apparso l’altro giorno in Le parole e le cose ho visto Gilda Policastro riproporre una domanda di Gabriele Frasca,

Già un decennio fa un saggio capitale come La lettera che muore di Gabriele Frasca si interrogava sulla ragione per cui ai videogiochi, ad esempio, o alle serie televisive, si chiedano strutture e linguaggi ben più complessi di quelli che pare possano soddisfare le aspettative dei lettori: “Perché quest’ansia di semplificazione”, si domandava Frasca, “riguarda solo la narrativa letteraria?”,

mi è venuto in mente che già un anno e rotti fa, nella lunga chiacchierata che facemmo attorno al suo romanzo Cella, Gilda aveva rievocato la medesima domanda:

[..] tornando al discorso del moltiplicarsi dei piani e dei livelli, perché lo spettatore medio si ritiene in grado di decodificare un film come Inception e un lettore dovrebbe smarrirsi di fronte a Cella?

Non ho visto Inception, ma ho visto che all’estensore della relativa voce in Wikipedia sono servite più di 9.500 battute per raccontare la trama (in estrema sintesi: “Sogno o son desto?”, o “S[…]

via Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi?| vibrisse, bollettino