Il “doppiese”, la lingua irreale delle traduzioni

da Redazione Downtobaker

rocky

È diventata un linguaggio parallelo perché ci sono pochi soldi per tradurre bene i film, ed è poi traboccata con effetti imbarazzanti nella scrittura e nei libri.

Entrate in libreria, aprite un romanzo italiano a caso, prendete una pagina a caso, e leggete le prime battute di dialogo su cui vi cadono gli occhi. Se trovate la battuta «ma che stai dicendo?», potete proseguire la lettura o potete chiudere il libro. Scegliete voi.

Io chiudo il libro e me ne vado. A volte mi arrabbio con l’autore, a volte anche con il suo editor.

Doppiese

La battuta «ma che stai dicendo?» è un ottimo esempio di doppiese.

Con doppiese si intende una particolare variante della lingua italiana, per come la si ascolta e la si parla negli adattamenti di film, docufiction e serie TV. Il doppiese nasce dall’incontro tra due diversi fiumi di orrore: da un lato, una dizione di vecchio stampo teatrale, che si vorrebbe priva di accenti riconducibili a una città precisa, ma porta con sé una lieve cadenza romana (“e” chiuse battono “e” aperte 7 a 1); dall’altro, un metodo di traduzione per cui ogni parola del testo originale viene resa in italiano nel modo più letterale possibile.

Le ragioni del doppiese, al cinema e in TV, dipendono dalla tempistica di produzione degli adattamenti. In breve: i dialoghi sono tradotti da una persona che non ha visto il film o il telefilm, ma ha a disposizione soltanto la «lista dialoghi», cioè un file con le battute e i nomi dei parlanti, senza alcun contesto; questa prima passata viene – a volte – sistemata dal responsabile dell’adattamento, che tende ad accorc[…]

via Il “doppiese”, la lingua irreale delle traduzioni – Il Post

Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi?

di Giulio Mozzi

peanuts

[A questo mio articolo ha risposto Alessio Cuffaro qui. Ho commentato l’articolo di Cuffaro qui. Valentina Durante ha dato un’interessante svolta alla discussine qui. Edoardo Zambelli ha precisato alcune cose qui].

Per ragioni private che non sto qui a contarvi frequento assai poco la televisione (la guardo, talvolta, la mattina presto, nelle camere d’albergo), ancora meno il cinema (l’ultima volta che entrai in una sala fa il lunedì di Pasqua del 2007), e quasi per nulla i videogiochi. Invece libri ne leggo tutti i giorni. Questo per dire qual è il mio livello di competenza, sia pure come semplice fruitore, di certe cose.

Quando in un articolo apparso l’altro giorno in Le parole e le cose ho visto Gilda Policastro riproporre una domanda di Gabriele Frasca,

Già un decennio fa un saggio capitale come La lettera che muore di Gabriele Frasca si interrogava sulla ragione per cui ai videogiochi, ad esempio, o alle serie televisive, si chiedano strutture e linguaggi ben più complessi di quelli che pare possano soddisfare le aspettative dei lettori: “Perché quest’ansia di semplificazione”, si domandava Frasca, “riguarda solo la narrativa letteraria?”,

mi è venuto in mente che già un anno e rotti fa, nella lunga chiacchierata che facemmo attorno al suo romanzo Cella, Gilda aveva rievocato la medesima domanda:

[..] tornando al discorso del moltiplicarsi dei piani e dei livelli, perché lo spettatore medio si ritiene in grado di decodificare un film come Inception e un lettore dovrebbe smarrirsi di fronte a Cella?

Non ho visto Inception, ma ho visto che all’estensore della relativa voce in Wikipedia sono servite più di 9.500 battute per raccontare la trama (in estrema sintesi: “Sogno o son desto?”, o “S[…]

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Quando Elsa Morante scriveva di cinema

di Pino Farinotti

elsamorante

La critica cinematografica è qualcosa di complesso. Le domande sarebbero, qual è la sua funzione? Con quale prospettiva ti appresti a raccontare un film? Da sempre dico che occorrerebbero tre recensioni. Una secondo la cultura personale del critico, sperando che sia competente e onesto, un’altra con un’attenzione al target che va al cinema, cioè i (più o meno) giovani. E una rispetto al pensiero dominante, alla cultura, del momento. Occorre dunque una mediazione non semplice fra pesi e misure, cercando di astenersi da una tentazione forte, quella teleologica, cioè del fine: trasferire al lettore la propria idea, non il racconto con la sua verità, e se il lettore non approva è un soggetto… trascurabile, se non peggio. E poi c’è l’incompatibilità fra critica e pubblico.

Quante volte ho ascoltato qualcuno che mi diceva: “Ho letto una recensione entusiastica, ho visto il film e mi sono annoiato a morte”. Oppure l’opposto: “Mi è piaciuto, molto, un film, poi ho letto che era da ‘non vedere'”.
Pino Farinotti

È l’eterno nodo, più intricato di quello di Gordio. Il tentativo, da parte mia, è stato quello della mediazione, più difficile di que[…]

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‘American pastoral’ e gli altri tradimenti sul grande schermo

di Chiara Ugolini

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Come tutti gli appassionati di lingue straniere sanno, ogni traduzione è un tradimento. Per quanto l’interprete sia preparato, abile, creativo, ogni qual volta si passa da una lingua all’altra si perde qualcosa… Lost in translation non è solo un (bel) film di Sofia Coppola di qualche anno fa, è un concetto che chiunque abbia fatto esperienza della traduzione conosce. Se poi il passaggio è quello dal linguaggio delle parole a quello delle immagini il tradimento è inevitabile. L’adattamento di un romanzo al cinema è fonte di infinite possibilità: ci sono autori che hanno disconosciuto i film dai loro libri, altri che si sono sempre rifiutati di venderne i diritti. Chi ha collaborato alla sceneggiatura e chi invece ha scelto di non firmarla per poi metter bocca su ogni dettaglio. Ora che da domani è in sala American Pastoral, versione cinematografica del romanzo del premio Pulitzer Philip Roth diretta da Ewan McGregor con Dakota Fanning e Jennifer Connelly, riparte il dibattito: può un romanzo di culto diventare un buon film? Intanto l’attore e regista scozzese incassa l’approvazione dello scrittore americano: “I produttori hanno ricevuto un’email da Philip Roth in cui ha detto […]

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Alla ricerca di Salinger: il film sulla generazione cresciuta con il Giovane Holden – Il Libraio

da Redazione Downtobaker

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“Coming Through the Rye” è il film che ripercorre i sogni e i problemi della generazione cresciuta con il Giovane Holden: un viaggio tra il mito bohémien e la ricerca di uno scrittore avvolto dal mistero: J. D. Salinger

Il giovane Holden è uno di quei libri che sono talmente entrati a far parte della cultura comune da modificare addirittura la storia, influenzando decine di generazioni. Da quando è stato pubblicato nel 1951, è subito entrato a far parte dei romanzi di formazione che “ogni ragazzo dovrebbe leggere”, inserendosi nelle liste di libri che gli insegnanti consigliano alle proprie classi – ancora oggi…

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da Redazione Downtobaker

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Obiezione, signore!

di Terry Passanisi

desmond

Il signor Desmon Doss, dagli Stati Uniti, è sicuramente un nome che dirà molto poco a tanti; soprattutto dalle nostre parti.

Doss nacque a Lynchburg, in Virginia, figlio di William Thomas Doss, un falegname, e Bertha E. (Oliver) Doss.

Desmond Doss si arruolò nell’esercito americano nel mese di aprile del 1942, ma si rifiutò categoricamente di uccidere o di portare un’arma in combattimento a causa delle sue convinzioni religiose come Avventista del Settimo Giorno. Pur di onorare il suo dovere di soldato americano, di conseguenza, diventò medico, e mentre prestava servizio continua a leggere…