L’impronta dell’editore

di Andrea Zanni

Adelphi

Chi mi conosce, virtualmente o di persona, sa che io coltivo una particolare ossessione per Adelphi. Coltivo è un verbo esatto: ci spendo tempo, volontà e risorse, e col tempo ho sviluppato un certo mestiere e una certa competenza. Negli ultimi dieci anni ne ho letti circa 112, di Adelphi, e ne possiedo circa 280. Colleziono le prime edizioni dei primi numeri della Biblioteca Adelphi, e in generale amo avere pezzi particolari o non comuni. I demoni vanno nutriti per bene, e il mio è in gran forma.

Non vi saprei neanche spiegare bene il perché: è così e basta, è così da quando mi ricordo che compravo libri sulle bancarelle al mercato del lunedì mattina, nel parco che dovevo attraversare per entrare a scuola. Se c’era una Piccola Biblioteca Adelphi la compravo immediatamente; sarà stato perché erano brevi, eleganti, e con quarte di copertina affascinanti e misteriose. Piano piano, e credo che sia qualcosa di lungo e lentissimo e uno delle cose più belle del mondo, ho iniziato a conoscere non tanto i libri singoli, ma i libri nel loro complesso: cioè a conoscere la casa editrice, discernendo prima i diversi libri, poi gli autori, le collane, le tematiche. Percepire la forma, anticipare le scelte, sapere i legami, espliciti o meno. Leggere le quarte di copertina scritte da Calasso (ne ha scritte più di mille, e per i primi vent’anni quasi tutte lui) è diventata una caccia al tesoro, cercando di pescare tutti i riferimenti e i rimandi. Calasso stesso ne ha scritto bene tanti anni fa in un saggio bellissimo, L’editoria come genere letterario, poi ripubblicato recentemente ne L’impronta dell’editore.

Adelphi è un (grande) gioco che amo molto e che come poche cose al mondo mi rilassa, mi porta dall’altra parte, crea silenzio, mi fa sentire di appartenere a qualcosa. Per cui le bibliostatistiche su Adelp[…]

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Marina Abramović, la Barcolana, la censura

via Artribune

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Brutta pagina politica a Trieste, dove l’amministrazione, dal 2016, è in mano al centrodestra. La storica regata di barche a vela, la Barcolana, compie 50 anni e affida a Marina Abramović il manifesto ufficiale. Ed esplode il caos. Toni da censura inaccettabili e ricostruzioni visionarie, utili a una certa propaganda.

Dopo Palermo, anche Trieste. Agosto al sapore di polemiche e censura. Con una differenza: il primo caso, esploso intorno all’opera a tema erotico-botanico dell’artista Zhang Bo, in mostra per Manifesta 12, ha indignato parte dell’opinione pubblica ma non ha trovato alcuna sponda nell’amministrazione comunale, che ha anzi difeso l’indipendenza di artista e curatori; l’episodio triestino, invece, si è trasformato in una mesta, preoccupante vicenda di taglio politico, in cui l’arte è diventata oggetto di un chiaro tentativo di repressione.

IL MANIFESTO D’ARTISTA E LO SLOGAN DELLA DISCORDIA

Succede che un’artistar del calibro di Marina Abramović progetti il manifesto della prossima edizione della Barcolana, la storica regata velica, nata nel 1969 nella suggestiva cornice del Golfo di Trieste. Attesa tra il 5 e il 14 ottobre 2018, la karmesse vede tra i suoi sostenitori anche Illycaffè, leader dell’industria del caffè, azienda intimamente legata al capoluogo giuliano, di cui è originaria la famiglia Illy. Una famiglia di collezionisti d’arte contemporanea, che proprio intorno a questa passione ha costruito l’immagine del marchio, sostenendo eventi di portata internazionale, offrendo commissioni ai migliori artisti del mondo, coinvolgendoli nella messa a punto della comunicazione aziendale. E ci sono proprio loro dietro la realizzazione del manifesto firmato da Abramović per la prossima Barcolana.
L’opera è, non solo prestigiosa, ma anche ben riuscita. Sintesi grafica massima, tutta sui toni del rosso e del bianco (che sono anche i colori di Illy), tra pattern geometr[…]

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Il tentativo dell’arte romantica di comprendere l’incomprensibile

di Franco Rella (per Mimesis)

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Nell’uomo è l’intera potenza del principio tenebroso e, a un tempo, è in lui anche tutta la forza della luce. In lui è il più profondo abisso, e il cielo più elevato, ossia ambedue i centri.
F.W.J. Schelling

1. Verso la rivoluzione romantica

Il mondo antico aveva ipotizzato che nella natura agissero le forze incontenibili di inquiete divinità. Il mondo antico aveva ipotizzato che in essa si nascondesse un mondo infero, lontano da Dio e dalla forma. La natura era dunque il velo variopinto steso sul fruscio della selva, sul moto inarrestabile di oscure acque, in cui fermentava il male e la dissoluzione. Il mondo antico in area ebraico-cristiana aveva pensato che la natura fosse opera di Dio, e che Dio fosse soddisfatto della sua opera, e che avesse consegnato agli uomini il compito di dare voce alle cose mute, perché in esse potesse risuonare il nome di Dio, e questa immensa pluralità potesse essere ricondotta e redenta nella sua unità. Il mondo antico aveva guardato alla natura con reverenza, amore e timore, che vediamo riflessi nelle opere pittoriche, che si aprono su questa dimensione misteriosa come un occhio che si spalanca davanti al mistero. Il mondo antico, in una parola, aveva visto nella natura qualcosa che eccede lo spazio e la mera oggettualità.

Un’immensa rivoluzione apre i tempi moderni. Con Galileo e Cartesio il linguaggio della natura non è più la cifra segreta da interrogare nell’anima o nelle forze che uniscono e dividono anche la materia. Il linguaggio della natura è quello matematico: quello degli angoli, dei quadrati, dei rettangoli. La natura è un enigma, ma con la chiave del linguaggio matematico questo enigma si apre: essa si stende davanti a me, disponibile alla descrizione, res extensa, appunto. Il barocco esprime la vertigine di questo enigma, ma anche la certezza della sua soluzione. La materia si piega, si attorce, si libra, però è sostanzialmente misurabile. Ma l’arte che esprime più compiutamente questa metamorfosi, è l’arte neoclassica. Il recupero della misura classica esprime la misurabilità del mondo. E misurabilità significa armonia, o almeno simmetria.

Perché allora l’amore delle rovine? Perché l’artista neoclassico si è spinto verso questi segni della caducità delle opere umane, che fanno anche dell’erba che cresce fra i lacerti e i brandelli di mura una muta vegetazione cimiteriale? Piranesi ha spinto questa attrazione per la rovina fino a fare di essa un labirinto, in cui non c’è più nemmeno il Minot[…]

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Alien, ovvero: l’importanza dei corridoi nella sci-fi

di Settenotteinnero Blog

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C’è un elemento scenico/scenografico che, più di ogni altra cosa, è emblematico del film sci-fi. Anzi, ne è talmente l’emblema al punto da disperdersi come un albero nell’immensità della foresta, non sovrastando praticamente mai tutti gli altri aspetti visivi per così dire più preponderanti e significativi (astronavi, paesaggi extra-terrestri, megalopoli, fauna aliena ecc.). Ma, proprio per il fatto di essere presente in maniera così massiccia lungo tutta la pellicola, questo elemento svolge alla perfezione il ruolo di ‘segno di interpunzione’ nella grammatica generale della stessa: stiamo parlando del corridoio. Il corridoio rappresenta un po’ lo sfondo inanimato su cui si snodano le vicende narrate dal film; è il non-luogo che permette al nostro occhio di abituarsi più facilmente allo stile architettonico-artistico e più in generale visivo che il film di fantascienza vuole darci. Il corridoio è anche, e soprattutto, lo stratagemma che rende plausibile una pellicola sci-fi: è utile al regista perché è un canale che consente il passaggio da un set tendenzialmente molto più grande (un salone, una stazione spaziale ecc.) dove avvengono cose, dove si scambiano dialoghi, insomma dove si svolge un’azione, ad un altro set dove si svolge un’altra, diversa azione.  Proprio come una virgola, un punto di domanda, un punto esclamativo, il corridoio articola le frasi narrate per immagini del film. In questo aspetto, ha una funzione molto simile a quella dello sfondo dipinto nei quadri a carattere religioso del periodo rinascimentale, che rendeva plausibile alla vista il punto di fu[…]

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C’è Salvatore Olmi, un nuovo detective nella Trieste in giallo

di Beatrice Fiorentino

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Leonardo Cagliostro, Proteo Laurenti. E ora, Salvatore Olmi. Un nuovo detective si è unito al gruppo di investigatori che si aggirano per le vie di Trieste a caccia di indizi. Un “consulente investigativo”, per la precisione, come egli stesso ama definirsi, grande amico dell’ispettore di polizia G. De Stradi che non di rado si affida al suo notevole intuito per risolvere i casi più intricati. È il protagonista del romanzo d’esordio “Sarai tu a morire”, edizioni Downtobaker (pagine 246, euro 15), descritto dal suo autore, il quarantaduenne triestino Terry Passanisi, come un uomo di bell’aspetto, distinto, sulla quarantina. Alto ed elegante. Il portamento aristocratico, frutto di una classe innata, non stride con i vistosi tatuaggi che fregiano il suo braccio destro dal polso alla spalla. Che semmai tradiscono, forse, un narcisismo appena compiaciuto che coabita con una riservatezza e un’integrità d’altri tempi.

Abile pianista, esperto di chimica e appassionato di scacchi, Olmi è un assiduo lettore di quotidiani (tra questi “Il Piccolo”, citato più volte nel romanzo). Ogni mattina fa incetta di notizie che potrebbero rivelare informazioni decisive per la risoluzione dei misteri sui quali è chiamato a indagare. Non si lascia sedurre dalle donne e, piuttosto, ama sperimentare su se stesso gli effetti di sostanze stupefacenti. Per queste e altre sue caratteristiche, Salvatore Olmi non può non ricordare un personaggio letterario in particolare: Sherlock Holmes, solo una delle “ossessioni” dell’autore, che tra le pagine del libro si diverte a disseminare tracce dei suoi vasti interessi letterari e cinematografici, assieme a echi di esperienze e di luoghi personalmente vissuti. Salinger, Proust, Beckett, Chandler, ma anche Landis, Levin continua a leggere…