“Sarai tu a morire”, afferma il romanzo d’esordio di Terry Passanisi | IL RIFUGIO DELL’IRCOCERVO

di Loreta Minutilli

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Sarai tu a morire è il romanzo di esordio di Terry Passanisi, edito dalla rivista digitale Downtobaker nel 2017.

Il lettore può ben intuire l’atmosfera di cui è permeata l’opera fin dal titolo, perentorio e inquietante. Il romanzo è infatti un giallo la cui struttura ricalca quella della classica detective story, con frequenti strizzate d’occhio ai classici del genere: basti pensare che l’investigatore protagonista si chiama Salvatore Olmi, che è dotato di una genialità disturbante e ingestibile, è esperto di chimica, fa uso di droghe e la sua avventura è narrata dal fidato coinquilino e migliore amico, l’ex medico militare Gianni Buozzi.

Questi riferimenti letterari risultano piacevolmente collocati per chi apprezza il genere e la sua storia: protagonisti di Sarai tu a morire non sono semplici ricalcature della vicenda vittoriana ma abitano uno spazio originale e ricco di rielaborazioni.

Il primo tratto distintivo dell’opera è lo scenario in cui il mistero si svolge: Olmi e Buozzi, infatti, vivono a Trieste, città natale dell’autore, che tra le pagine del libro viene minuziosamente descritta e rievocata, di strada in strada e di ristorante in ristorante. Monumenti come il Teatro Rossetti e la chiesa di Sant’Antonio diventano il setting di diverse scene di tensione e per chi ama questa città o addirittura ci vive la lettura del romanzo sarà senz’altro una piacevole fonte di sorprese, dopo le quali forse non guarderà certi luoghi con gli stessi occhi di prima.

Il mistero che Olmi e Buozzi affrontano è costruito in maniera complessa ma coerente e tutti, o quasi, gli indizi disseminati tra le pagine si collocano in un chiaro quadro finale. Nel mezzo, l’autore crea un ambiente in cui usare buona parte dei topos del genere: misteriosi tatuaggi, passaggi segreti, logge massoniche, organizzazioni criminali internazionali, macabri ritrovamenti; tutto concorre a creare un trionfo di susp[…]

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Cartoleria: scrivere con carta e matita

di Fabrizio Ravelli

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Se sniffate un barattolo di Coccoina e il profumo di mandorla vi sommerge di ricordi – cannucce e pennini, calamai, carta assorbente, quaderni con la tavola pitagorica, temperamatite – allora siete pronti a entrare nel club. La passione per la cartoleria sta diventando un fenomeno mondiale, si aprono negozi nelle grandi città, da New York a Londra a Parigi a Berlino a Tokyo a Milano, dove gli appassionati possono perdere la testa. E non si tratta solo di nostalgia o di collezionismo. È che molti, e perfino giovani della generazione biro, cominciano a pensare che le mani non servono solo a digitare su whatsapp o a pestare su una tastiera. Scrivere davvero vuol dire prendere in mano una penna o una matita, scegliere un taccuino o una carta da lettere, esercitare la calligrafia. È una passione che si alimenta di oggetti leggendari, di ricordi d’infanzia ma anche di novità, di storie e di piccole manie.

Prendiamo le matite. Oggetti genialmente semplici, di uso ordinario un tempo e oggi quasi dimenticati. Se non lo fate da quando eravate bambini, provate a scrivere con una matita: una meraviglia. La pensava così John Steinbeck, che un giorno trovò qual era la matita fatta per lui: “Ho scoperto un nuovo tipo di matita, la migliore che io abbia mai avuto. Si chiamano Blackwing, e davvero planano sulla carta”. Era la Blacwing 602, creata nel 1934 da Eberhard Faber, che è considerata la matita migliore mai prodotta. La fanno ancora: dopo vari passaggi, una azienda californiana ha acquisito il marchio, che ora è Palomino Blackwing. A Steinbeck hanno dedicato il modello 24, perché lo scrittore aveva un rito: ogni mattina, prima di cominciare a scrivere, metteva davanti a sé sul tavolo una scatola con 24 Blackwing perfettamente temperate, e appena una perdeva la punta la spostava in un’altra scatola e ne prendeva una nuova. Finite le 24, le temperava e ricominciava. La Valle dell’Ed[…]

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L’ultima nuotata d’estate

Traduzione italiana della poesia di Faith Shearin, “The Last Swim of Summer”

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La piscina rimane azzurra, ma già qualche

foglia caduta affiora sulla superficie

dell’estate. Gli altri nuotatori

se ne sono tornati a casa la settimana scorsa, accantonati

gli scoloriti costumi da bagno,

tantoché io e mia figlia restiamo soli

nell’acqua che via via si raffredda

come la mano di un uomo sul finire della

sua passione. La bagnina è lì

sotto il suo continua a leggere…

La duplice avventura de “La nave di Teseo”, a cura del creatore di “Lost”

da Redazione Downtobaker

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Si chiama come la casa editrice fondata da Elisabetta Sgarbi e ha per creatore J. J. Abrams, ideatore fra le altre delle serie tv Lost e Fringe. Come se non bastasse, è protetto da una vera e propria scatola-custodia sigillata, che deve essere aperta una volta acquistato il volume. È un’opera di cui si sente parlare poco nell’ascoltare il grande pubblico, sebbene sia in commercio già dal 2013, ma di cui chi l’ha letta non può fare a meno di esprimersi con meraviglia.

La nave di Teseo – V. M. Straka è, infatti, un vero e proprio caso editoriale. Un romanzo assolutamente unico nel suo genere, che è stato scritto concretamente da Doug Dorst in lingua inglese e che ha poi fatto il giro del mondo in pochissimo tempo, per via della sua struttura innovativa e insolita.

Il volume sembra piuttosto antico e, nello sfogliare le prime pagine, si ha l’impressione che sia stato effettivamente scritto dal già citato V. M. Straka e dato alle stampe nel 1949, motivo per cui la sua carta è ormai ingiallita e malandata. Dall’etichetta di una biblioteca che si nota sul retro, peraltro, si intuisce che la copia che si ha fra le mani appartenga a una struttura dalla quale è possibile solo chiedere in prestito il libro. In verità, l’intera ambientazione è una finzione letteraria che catapulta il lettore nel secolo scorso anche se i veri autori sono altri, e che sulle prime sembra seguire le vicende di un unico personaggio principale, affetto da amnesia e protagonista di un viaggio fuori dal comune alla scoperta di sé stesso.

A rafforzare questo patto di lettura c’è una prefazione firmata F. X. Caldeira, uno studioso che Straka ha scelto personalmente come proprio traduttore e che fornisce alcuni dettagli misteriosi e affascinanti sull’identità dello scrittore. Dopodiché, la trama si sviluppa contemp[…]

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Il Gruppo 63, quarant’anni dopo

di Umberto Eco

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Riunirsi non vent’anni ma quarant’anni dopo può avere due funzioni, o profili. Una è la riunione dei nostalgici di una monarchia, che si ritrovano perché vorrebbero che il tempo tornasse indietro. L’altro è la riunione dei vecchi compagni della terza A, nel corso della quale è bello rievocare il tempo perduto proprio perché si sa che non ritornerà più: nessuno pensa che si voglia tornare indietro, semplicemente si sta recitando il proprio longtemps je me suis couché de bonne heure, e ciascuno assapora nei discorsi degli altri la propria madeleine inzuppata nell’infuso di tiglio. Spero che questo nostro ritrovarci abbia più del simposio tra vecchi compagni di classe che del complotto di vandeani nostalgici, con un solo correttivo. Che ci si riunisce anche per riflettere su di un momento della cultura italiana, rileggendolo col senno di poi, per capire meglio che cosa sia avvenuto, e perché, e per aiutare i più giovani, che non c’erano, a comprenderlo meglio. Nella fattispecie, poiché non sapevo in anticipo chi avrei trovato in questa sala, ho pensato ad alcune annotazioni sull’ambiente culturale di quarant’anni fa, dirette principalmente a chi non c’era, e non a a tutti i sopravvissuti che ritrovo con grande piacere ma che, come era d’uso allora, mi contesteranno che tutto quanto avrò detto era sbagliato. Riandiamo dunque alle origini, e poiché parliamo qui a Bologna, nel ricordo ancora indimenticabile di Luciano Anceschi, ricordiamo che in principio era il Verri.

Il Verri

Mi ricordo benissimo di quel maggio 1956 in cui Anceschi mi ha telefonato. Lo conoscevo di fama. Che cosa poteva sapere lui di me? Che da meno di un anno e mezzo mi ero laureato a Torino in estetica, che vivevo ormai a Milano e stavo frequent[…]

Leggi tutto il contributo: http://www.umbertoeco.it/quarant’annidopo.pdf

 

Giorgio Cavazzano, 50 anni di storie Disney

di Andrea Tosti

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Ci sono molti modi possibili di contribuire a un immaginario stratificato, industriale e globalizzato come quello disneyano. Fra gli approcci più frequentati, particolare rilievo assume quello ortodosso e filologico che passa per l’identificazione di alcuni autori cardine (ad esempio Carl Barks e Floyd Gottfredson) che hanno contribuito a fissare un canone da cui non sarebbe conveniente discostarsi più di tanto.

All’estremo opposto troviamo un approccio dissacrante, più sovversivo che innovatore, che mira a utilizzare le stesse regole fissate attraverso il canone per sottolinearne criticità e limiti. Quando questo gioco di disvelamento riesce a essere sufficientemente mimetico rispetto alla tradizione, le innovazioni che (a volte) introduce finiranno, piano piano, per essere incluse nel canone e normalizzate. Altrimenti, l’organismo-Disney finirà per rigettarle, cancellandole persino dalla propria memoria.

Naturalmente, tra i due estremi esistono una miriade di sfumature che, va detto, solitamente caratterizzano l’opera degli autori Disney migliori. Pochi sono riusciti a esse[…]

via Giorgio Cavazzano, 50 anni di storie Disney | Fumettologica