La struttura del processo creativo

A cura del prof. Andrea Sgarro

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La creatività ha due momenti, l’ispirazione e l’elaborazione. L’ispirazione, che inizia il processo creativo, è generata nel cervello di destra: é necessariamente seguita dal processo di elaborazione, che richiede la cooperazione di entrambi gli emisferi cerebrali. L’elaborazione può essere lunga e faticosa: lo testimoniano le dichiarazioni di artisti famosi, da Leopardi, a Lorca, ad altri poeti: Sereni definiva ad esempio la definiva “il lavoro del poeta”.  Ed al di fuori delle dichiarazioni, lo testimonia il lavoro di molti altri artisti, pittori in primis. Un’interessante estensione del momento di ispirazione è il duende, introdotto da Lorca per le forme d’arte nelle quali l’intervento umano è necessario per il trasferimento nella realtà: la musica, la danza, i recitals di poesia. Il duende e’ qualcosa di unico che sgorga dall’anima dell’artista che lo possiede, e lo travolge assieme agli spettatori, coinvolgendoli nell’atto creativo. La musica, con le forme correlate di arte di cui parla Lorca, estende il momento iniziale di ispirazione anche da un altro angolo: il compositore compone lo spartito seguendo l’ispirazione, e le indicazioni che vi aggiunge guideranno l’esecutore. Il quale le interpreterà secondo il suo proprio momento di ispirazione, condividendo quindi con il compositore l’atto creativo.

L’ispirazione iniziale può essere dominante, consentendo quindi all’artista solo varianti “prevedibili” nel processo di elaborazione. Ma può anche avere margini di incertezza che, trasferiti nel lavoro di elaborazione, ne determinano tentativi erratici in diverse direzioni, con varianti anche drammaticamente discordanti.

Un problema importante del processo creativo riguarda la sua “libertà”: si sta ora affermando il concetto che l’artista non crei con libertà illimitata, a 360°, ma con limiti e costrizioni interni verosimilmente introiettati durante il percorso percorso evolutivo che ha portato all’Homo Sapiens moderno. Che “costringono” il processo creativo ad estrinsecarsi solo in determinate direzioni. […]

via La struttura del processo creativo

Chadia featuring Rimbaud

di Vincent Baker

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Anche se non sembrerebbe, questo articolo ha molto a che fare con la letteratura. Uno dei miei ultimi contatti Facebook, che segue con grande passione e ampiezza la scena musicale italiana e sembra intendersene parecchio, mi suggerisce, a proposito delle vive polemiche da campioni del mondo di Briscola sul rapper Sfera Ebbasta, che cosa cercare e ascoltare di generi che non conosco e non capisco, per discernere tra i granelli di un deserto troppo esteso, tra tanta paccottiglia e opere di forte identità e qualità. Negli ultimi tempi non ho seguito le troppe uscite discografiche, me ne sono disinteressato anche e soprattutto a causa di produzioni deludenti, che hanno mostrato ben poco nella loro sostanza artistica, creativa, di linguaggio. Ma ho ascoltato il consiglio, sempre aperto a cambiare idea, entusiasmato dall’entusiasmo contagioso del mio amico e perché volevo riflettere e capire. Capire che, come per tutte le forme artistiche e le loro derive, anche nel caso della musica e della cosiddetta scena indie (qualsiasi cosa voglia dire oggi) non è questione di genere o di sottogenere, d’abito, di forma, ma quanto sempre e soltanto di che cosa un artista – o presunto tale – abbia da dire e la sua capacità nel dirlo. Sempre che questa capacità, composta da tante qualità, ce l’abbia davvero. Capacità quindi, mestiere, mezzi artistici che non s’improvvisano, e poi profonda verità e rivelazione di un contesto. I social, le scorciatoie, le apparizioni, le sovraesposizioni (che è il modo in cui io traduco mainstrem) vengono sempre e soltanto dopo, se vengono e se agli artisti pare. Vale per tutte le forme d’arte: ecco come si può parafr Leggi tutto…

Schtroumpf und Drang

di Umberto Eco

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Dovuti al genio del disegnatore belga Peyo (la cosiddetta scuola francofona del fumetto è in gran parte belga, basti pensare allo Hergé di Tintin), gli Schtroumpf – in italiano i Puffi – sono una delle creazioni più graziose e avvincenti del fumetto co­mico odierno. Già introdotti in Italia dal «Corriere dei Piccoli», ora vengono pubblicati dall’editore Salani, in albi cartonati, a colori, e a questi primi quattro albi ne seguiranno, per la gioia dei lettori grandi e piccini, altri sei. Dei lettori piccini qui non ci occuperemo: diremo al massimo ai genitori che le storie dei Puffi sono deliziose, fiabe­sche ma piene di humour, un occhio al fantastico e un occhio ai problemi delll’attualità, ben disegnate, comprensi­bili per tutte le età, e quasi educative. Non c’è purtroppo il sesso, perché i Puffi sono una tribù di nanetti blu tutti maschi (tranne una Puffetta che fa apparizioni occasionali e piuttosto fantasmatiche), tanto che non si capisce come si riproducano. Forse si diventa puffi per cooptazione, come all’uni­versità. Ma questo ai piccini non dite­lo. Ditegli semmai che se saranno buoni potranno diventare, un giorno, puffi anche loro. È come una comune di autonomi, ma senza giradischi e armi improprie. Un Macondo vero. Un segno dell’età dell’oro, l’Egloga Quarta con un pizzico di sette nani, ma meno oleosi.

Adesso parliamo per i grandi. Per­ché le storie dei puffi hanno un grande rilievo filosofico, o almeno semiotico. Sono una meditazione pratica sul fun­zionamento contestuale del linguaggio e non possono che piacere a me che ho appena scritto un libro sull’attività cooperativa nell’interpretazione dei testi. Dunque i puffi vivono nella fore­sta, sono blu, piccolissimi, di età inde­finita, salvo il Gran Puffo, che è vec­chio e ha la barba bianca (i puffi vivo­no in una società gerontocratica per­fetta dove tutti sono più o meno infanti e c’è solo un anziano, depositario au­toritario ma paterno di tutta la saggez­za, compreso il laboratorio alchemico dove distilla filtri ineffabili e segreti). Hanno un nemico, un mago di formato umano (i puffi sono alti come un fungo ben messo), uno stregone cattivo che nella traduzione italiana si chiama Gargamella e che cerca sempre di cat­turarli e scoprirne i segreti. Tutti i puffi si chiamano Puffo e si assomigliano come gocce d’acqua. Ciascuno è peral­tro diverso, c’è il puffo scontento, il puffo secch Leggi tutto…

110 disegni e dipinti di J.R.R. Tolkien: della Terra di Mezzo.

di Colin Marshall (trad. Terry Passanisi)

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Qualche anno fa, è apparso in rete un articolo che parla delle copertine disegnate personalmente da J.R.R. Tolkien per la trilogia del Signore degli Anelli, romanzo che ha reso indimenticabile il nome del creatore del più fervente immaginario in prosa mai scritto, ma che, come contrappasso, ha oscurato la sua produzione di illustratore e di pittore. Tolkien non si è solo limitato a realizzare la grafica per le copertine dei propri libri. Ci si può fare un’idea, se ben lontana dalla realtà, della vastità dell’arte visiva dello scrittore visitando la galleria di The Tolkien Gateway che propone oltre 100 immagini realizzate dallo stesso; esse svelano ulteriori paesaggi, lettere, architetture e interni delle stesse, e tutto il bestiario possibile dentro la mente del creatore della Terra di Mezzo.

J.R.R._Tolkien_-_West_Gate_of_Moria

Molte di queste immagini sono accompagnate da una descrizione della loro provenienza, che è possibile scoprire cliccando sulle miniature presenti nella galleria. La prima immagine in alto mostra il dipinto di Tolkien del 1927 Glaurung sets forth to seek Turin, pubblicata per la prima volta sul Silmarillion Calendar del 1978. “Il titolo è in inglese antico, linguaggio che J.R.R. Tolkien preferiva spesso quando scriv Leggi tutto…