Il Gruppo 63, quarant’anni dopo

di Umberto Eco

eco

Riunirsi non vent’anni ma quarant’anni dopo può avere due funzioni, o profili. Una è la riunione dei nostalgici di una monarchia, che si ritrovano perché vorrebbero che il tempo tornasse indietro. L’altro è la riunione dei vecchi compagni della terza A, nel corso della quale è bello rievocare il tempo perduto proprio perché si sa che non ritornerà più: nessuno pensa che si voglia tornare indietro, semplicemente si sta recitando il proprio longtemps je me suis couché de bonne heure, e ciascuno assapora nei discorsi degli altri la propria madeleine inzuppata nell’infuso di tiglio. Spero che questo nostro ritrovarci abbia più del simposio tra vecchi compagni di classe che del complotto di vandeani nostalgici, con un solo correttivo. Che ci si riunisce anche per riflettere su di un momento della cultura italiana, rileggendolo col senno di poi, per capire meglio che cosa sia avvenuto, e perché, e per aiutare i più giovani, che non c’erano, a comprenderlo meglio. Nella fattispecie, poiché non sapevo in anticipo chi avrei trovato in questa sala, ho pensato ad alcune annotazioni sull’ambiente culturale di quarant’anni fa, dirette principalmente a chi non c’era, e non a a tutti i sopravvissuti che ritrovo con grande piacere ma che, come era d’uso allora, mi contesteranno che tutto quanto avrò detto era sbagliato. Riandiamo dunque alle origini, e poiché parliamo qui a Bologna, nel ricordo ancora indimenticabile di Luciano Anceschi, ricordiamo che in principio era il Verri.

Il Verri

Mi ricordo benissimo di quel maggio 1956 in cui Anceschi mi ha telefonato. Lo conoscevo di fama. Che cosa poteva sapere lui di me? Che da meno di un anno e mezzo mi ero laureato a Torino in estetica, che vivevo ormai a Milano e stavo frequent[…]

Leggi tutto il contributo: http://www.umbertoeco.it/quarant’annidopo.pdf

 

Le solite cose (non sospette) che salvano il mondo

di Terry Passanisi

mafalda

Scommetto “my two cents” che questo articolo, da qualcuno in particolare, sarà etichettato come buonista; definizione che oggi, fino a prova contraria, si spende e si porta un po’ su tutto.

Parliamoci chiaro: In Italia, nel 2017, è ancora permesso a taluni quotidiani nazionali di professare la Reductio ad Hitlerum, con titoli e articoli a dir poco surreali e sgradevoli fondati sul più losco razzismo. Anzi no: fosse almeno quello, sapremmo che chi li congegna non è una marionetta subdola al soldo di un potente in cerca di vantaggi politici.

A fronte dello spregio che alcuni (presunti) giornalisti fanno dell’informazione e della cronaca, provo a rispondere. Perché, sotto sotto, il problema più grande è proprio questo: avere persa la bussola, tutti, grazie al gioco delle tre carte di un sistema più grande di chi l’ha generato, e gestito, per sete di potere e ambizione, nondimeno l’ignoranza più bieca dell’attuale classe dirigente. Perché i corsi e i ricorsi storici avrebbero già dovuto insegnarle qualcosa, per l’appunto, su qual è la colpa di ignorare – o fare finta di  continua a leggere…

Cinque mostre di fotografia da Roma a Pordenone

di Rosy Santella, photo editor di Internazionale

fotoshow

Another look, Daniele Tamagni
Galleria del Cembalo, Roma
Fino al 16 settembre 2017
La prima mostra a Roma dedicata ai lavori che Tamagni ha realizzato in diversi paesi africani. Venti immagini tratte dai reportage in cui ha documentato i fenomeni di resistenza e di rivendicazione dell’identità africana. Dai Gentlemen of Bacongo che “sfoggiano i loro completi da Sapeurs suscitando l’ammirazione della gente del quartiere come fossero delle vere e proprie celebrità” agli Afrometals, i metallari del Botswana. E poi il collettivo degli Smarteez, giovani sudafricani nati dopo il 1994 che attraverso la moda affermano le proprie idee politiche e sociali.

La progettualità dello sguardo, Gabriele Basilico
Spazi espositivi della chiesa di San Lorenzo a San Vito al Tagliamento (Pordenone)
Fino al 10 settembre 2017
“Il tema costante della ricerca di Gabriele Basilico è stato la città, mentre il paesaggio è un ‘genere’ fotografico che ha guardato con diffidenza fino alla metà degli anni ottanta”, spiega Giovanna Calvenzi, curatrice insieme a Angela Madesani della mostra La progettualità dello sguardo. Sessanta immagini tratte da lavori realizzati dal fotografo milanese sul paesaggio. Il primo è quello del 1984, per la Mission photographique della Datar, un’organizzazione che affidò a una serie di fotografi il compito di rappresentare il paesaggio francese contemporaneo. Degli anni novanta è un lavoro sulla Svizzera, realizzato in occasione di una mostra sul passo di San Gottardo, in cui “le tracce dell’uomo nella natura sono come dei segni, dei disegni astratti”. […]

via Cinque mostre di fotografia da Roma a Pordenone – Rosy Santella – Internazionale

Oltre il profondo. La fotografia di Lara Perentin

di Terry Passanisi

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Lara Perentin insieme alla figlia

Oggi, in un mondo in cui chiunque possieda un corpo macchina fotografico si definisce di conseguenza un fotografo, è più difficile parlare del lavoro di un vero artista, per quel mestiere. Tanto più quando quel fotografo è un amico di lunga data, di intense esperienze comuni e reciproche.

Siccome non è mai galante suggerire l’età di una signora, mi limiterò a questa indicazione: conosco Lara Perentin dai tempi della scuola media.
Lara durante l’adolescenza è stata di quel genere che, agli occhi di un imberbe infante qual ero, appare già una donna fatta e finita. Viso da ragazza, non da bambina. Non va tanto per il sottile in nessuna delle cose che fa e che le capitano, non ha tempo di soffermarsi a capire le facezie e gli orpelli, già li conosce oppure, più coerentemente, li lascia scivolare sulle spalle larghe. Lo sguardo è sereno, rilassato, eppure viene attraversato dalla malinconica consapevolezza di esperienze precoci. Nessuna timidezza in quegli occhi profondi – ecco cosa – che sembrano guardare, più che dritto verso il loro interlocutore, inversamente, dentro di sé, alla ricerca della propria anima; più che uno sguardo curioso e indagatore, un’eco di curiosità che si riverbera a ogni scoperta imprevista. Un’infinita, affamata tensione per tutto ciò che è esteticamente bello. Perché? Non lo sa, forse un giorno se lo spiegherà o se lo farà spiegare, intanto ha poca importanza; non certo più della bellezza stessa. Senza riflessioni di sorta, senza chiedersene perché e percome si fa trascinare. E se un qualcosa le risulta bello, l’indomabile desiderio di possederlo completamente anima e corpo nella sua essenza più impalpabile non lo sopprime. Nessuna paura di conoscere, di voler sondare, provare, tastare con mano, costasse qualsiasi gioia impercettibile o pena profonda. E quante esperienze per davvero, inopinatamente, Lara aveva già vissute a quei tempi sulla propria pelle. Si sa: diventiamo, in tutto e per tutto, ciò che la nostra mente continua a leggere…

COMMAND-ALTERNATIVE-ESCAPE| 6-13 May 2017 | Biennale di Venezia

da Redazione Corsocuratori

Michelangelo Pistoletto, Third paradise, garden Thetis, Venezia

COMMAND-ALTERNATIVE-ESCAPE
a cura del 24° Corso in Pratiche Curatoriali

Dal 6 al 13 maggio 2017
Giardino di Spazio Thetis, Venezia
Inaugurazione sabato 6 maggio 2017 ore 18.00
Preview stampa ore 17.00

Il 24° Corso in Pratiche Curatoriali di Venezia è lieto di annunciare che il Giardino di Spazio Thetis è la prestigiosa location che ospiterà la mostra COMMAND-ALTERNATIVE-ESCAPE dal 6 al 13 maggio 2017, in concomitanza con l’inaugurazione della 57esima edizione della Biennale Arte di Venezia. Il Giardino di Spazio Thetis è situato all’interno dell’Arsenale Novissimo, a due passi dalla sede dell’Esposizione Biennale. Thetis Spa, leader mondiale nel campo delle tecnologie marine, sin dalla sua nascita nel 1996, ha inserito tra le mission della società la promozione dell’arte contemporanea: una visione lungimirante sull’importanza della collaborazione tra arte e impresa promossa da lunghi anni dall’architetto Antonietta Grandesso.

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L’arte delle copertine di dischi

di Valerio Mattioli

warhol

È appena uscito per Taschen un grosso volume (450 pagine in formato quadrato 29×29 cm) dal titolo di per sé rivelatore: Art Record Covers raccoglie 500 copertine di dischi “d’artista”, vale a dire copertine firmate da artisti visivi – anche molto noti – dagli anni ’50 fino ai giorni nostri. Curato dall’italiano (ma residente a New York) Francesco Spampinato, il libro mette in fila i contributi all’industria discografica di nomi quali Salvador Dalì, Jean-Michel Basquiat, Damien Hirst, Andy Warhol (suo il John Lennon in sovraccoperta) e decine e decine d’altri, e il tempismo della sua uscita è quasi perfetto: da una parte, in questi mesi ricorrono un paio di anniversari di cui si dice meglio oltre; dall’altra, al New Museum di New York è in corso una mostra tutta dedicata a Raymond Pettibon, ai più noto come “l’uomo delle copertine dei Black Flag” (e fratello di Greg Ginn, certo). Ho quindi scambiato quattro chiacchiere con Francesco per capire i criteri con cui ha assemblato l’antologia, e più in generale riflettere sul sempiterno rapporto tra ar[…]

via L’arte delle copertine di dischi – Prismo

Manet, il padre dell’Impressionismo in mostra a Milano

da Redazione Downtobaker

manet

Dall’8 marzo al 2 luglio il Palazzo Reale di Milano ospita la mostra ‘Manet e la Parigi moderna’, un’antologica dedicata al grande pittore francese e al suo ruolo centrale nella nascita della pittura moderna europea. Nato in una famiglia alto borghese, elegante e mondano, Édouard Manet seppe raccogliere intorno a sé i protagonisti dell’Impressionismo e alcune delle figure più importanti della cultura parigina di metà Ottocento. Di alcuni, come il pittore Edgar Degas e il poeta Charles Baudelaire, fu amico; per gli altri fu esempio ed apripista. Dalla collezione del Musée d’Orsay di Parigi saranno a Palazzo Reale un centinaio di opere, tra cui 55 dipinti: 17 capolavori di Manet e 40 altre splendide opere di maestri coevi, tra cui Boldini, Cézanne, Degas, Fantin-Latour, Gauguin, Monet, Berthe Morisot, Renoir, Signac, Tissot. Alle opere su tela si aggiungono 10 tra disegni e acquarelli di Manet, una ventina di disegni degli altri artisti e sette tra maquettes e sculture […]

via Manet, il padre dell’Impressionismo in mostra a Milano – l’Espresso