Perversione e degenerazione ne Il ritratto di Dorian Gray

di Terry Passanisi

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Dando una scorsa alle innumerevoli recensioni recuperate su Internet – tanto più a quelle dei primi 50 anni del secolo scorso – a proposito del romanzo capolavoro di Oscar Wilde, ci si accorge presto che la maggior parte di esse additano Il ritratto di Dorian Gray come perverso e immorale. Dopo essermelo riletto (e goduto) per l’ennesima volta, ho provato a esaminare le svariate ambiguità, sia morali che sessuali, dell’opera.
L’unico vero e proprio romanzo di Oscar Wilde, apparve per la prima volta in un Lippincott Monthly Magazine del 1890, dopo che gli fu commissionato dall’editore americano alle stesse condizioni per le quali Arthur Conan Doyle accettò di scrivere il secondo romanzo con protagonista Sherlock Holmes, Il segno dei quattro. Oscar Wilde (1854-1900) fu di certo il più celebre esteta di professione di sempre, il prototipo del dandy, una star in anticipo sui tempi, tanto famoso proprio per essere famoso. Uno degli aneddoti più curiosi che circolano sul suo conto è che non solo fu preso in giro dall’operetta Patience di Gilbert e Sullivan, ma che egli cavalcò felicemente il successo di quello spettacolo esibendosi nella tournée americana nel ruolo di se stesso, l’Esteta affettato ed elegante per antonomasia. Wilde iniziò a lavorare come giornalista e redattore, ma tra il 1888 e il 1890 pubblicò una serie di saggi, racconti e libri che lo resero un’eminente figura letteraria dell’epoca. La fama di drammaturgo e il successivo scandalo che ne provocarono la disperata caduta sarebbero arrivati qualche anno dopo, quando fu arrestato e incarcerato con l’accusa di atti osceni con altri uomini, di omosessualità, nel 1895. Il famigerato rapporto con Lord Alfred Douglas gli si sarebbe rivelato letteralmente fatale. Morì, nell’esilio dorato di un’incantevole Parigi del 1900, a causa di una salute irrimediabilmente compromessa (e dalla probabile contrazione della sifilide) dopo due anni di durissimo carcere a Reading. Sembra, tra l’altro, che il romanzo giocò un ruolo fondamentale nella condanna penale, venendo utilizzato dai suoi accusatori quale prova inconfutabile della natura perversa di Wilde.

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Per gli abitanti di qualche lontano pianeta che non l’avessero ancora letto, Il ritratto di Dorian Gray è un romanzo di genere gotico che va a parare – con inarrivabile maestria letteraria – sui comportamenti scandalosi della società vittoriana, sepolti sotto la sua superficiale coltre perbenista. Gli elementi sovrannaturali utilizzati nella narrazione divengono perfettamente funzionali a Wilde per parlare apertamente di cose indicibili per l’epoca. Il libro narra difatti del bellissimo, giovane e aristocratico Dorian Gray, che si prefigge come unico scopo di vita l’esaudirsi e l’esplorare ogni vizio possibile, ogni desiderio congegnale, mentre, parallelamente, il decadimento morale che ne consegue si trasfigura nel ritratto gelosamente secretato, il quale subisce al posto suo tutti i segni della degenerazione etica e fisica. I vittoriani, cresciuti a pudding e fisiognomica morale, credevano che i peccati commessi finissero per iscriversi sul corpo dei viziosi; per questo, nonostante le insistenti e maldicenti voci che imperversano di continuo su Dorian, nessuno finisce per credere, di fronte a cotanta giovanile avvenenza, quanto la sua anima sia invece irrimediabilmente corrotta. È la medesima storia di Robert Louis Stevenson Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde (del 1885), ma costruita al rovescio: Dorian è perfettamente in grado di mantenere il controllo di se stesso in pubblico dietro un’incorruttibile apparenza, mentre è il suo doppio, il suo simulacro a marcire in gran segreto. Con il progredire del romanzo, Dorian diviene sempre più immorale, indulgendo in ogni sorta di vizio, fino all’estremo atto ultimo di compiere l’assassinio del proprio ritrattista. Dorian si rende conto, infine, che può far cessare quel diabolico rinvio di colpe soltanto pugnalando a morte il dipinto, finendo per uccidere se stesso. Il ritratto verrà trovato intatto, tale e quale a com’era stato dipinto in origine: un osceno e deforme abominio, il volto di una creatura orrenda incrostato su di una tela logora.

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Non appena fu pubblicato sulle pagine del Lippincott, i revisori delle bozze espressero tutto il loro disgustato sdegno. Non si risparmiarono epiteti gratuiti quali effemminato, poco virile, lebbroso, e ricolmo di esoterica prurigine. Ma, cosa peggiore di tutte per costoro, quella narrazione era spudoratamente alla francese, e ammiccava al cattivo decoro indotto dall’atavica indecenza culturale della Francia. Si pensi, e non è una boutade come si potrebbe credere, che ancora in tempi recenti, il traduttore inglese di un romanzo di Emile Zola è stato processato per oscenità, per aver osato lavorare su di un’edizione di quel “vile sporcaccione parigino”. Il libro che corrompe Dorian Gray, un anonimo libro dalla copertina gialla, risulta essere oltre ogni ragionevole dubbio il romanzo francese di Joris-Karl Huysmans, Controcorrente (À Rebours, del 1884); storia strana e perversa, la vera bibbia del decadentismo francese, che descrive le vicissitudini dell’ultimo rampollo di una degenerata e aristocratica casata, alla costante ricerca del piacere fine a se stesso, e che sfida la noia con una serie di esperienze sempre più perverse. La recensione più famosa del Dorian Gray fu pubblicata sul conservatore Scots Observer, per mano del poeta W. E. Henley che giunse molto vicino all’accusare Wilde del reato di atti osceni (seppure solo narrati), divenuti nel frattempo illegali e penalmente perseguibili come da Criminal Amendment Act del 1885. “Quel Dorian Gray,” diceva la recensione, “si addice perfettamente per nessun altro che nobili fuorilegge e pervertiti ragazzi del telegrafo.” La cosa faceva diretto riferimento al famigerato Cleveland Street Affair, la scoperta che un bordello maschile fu utilizzato da diversi aristocratici per condurvi i giovani impiegati del telegrafo e ottenerne così sesso a pagamento. Nel romanzo, a Dorian Gray viene chiesto, fuori dai denti, dall’amico Basil Hallward: “Perché il tuo ascendente è tanto fatale sui giovani?” Non a caso, emergono presto tutta una serie di dicerie e di voci suggestive su Dorian, che implicano il ricatto, la rovina, l’esilio o il suicidio nella vergogna. Lo stesso artista che completa il ritratto di Dorian esprime apertamente tutta la sua passione per il giovane: “che ho adorato follemente, profusamente, in modo assurdo.”

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Quale strascico di questa e di altre recensioni, la principale biblioteca pubblica, la W. H. Smith, si vide costretta a ritirare quell’edizione della rivista Lippincott. Wilde, naturalmente, difese a spada tratta il romanzo pubblicato tra quelle pagine, ma ricevette le pressioni di George Ward – che sosteneva i vantaggi di avere la storia pubblicata completa in un unico volume, così come consigliavano gli stessi amici di Wilde –, affinché i toni delle accuse venissero smorzati con la pubblicazione di un libro. Nella versione del 1891, Wilde vi aggiunse altri sei capitoli e un mucchio di ulteriori dettagli, ma non si azzardò minimamente ad alterare il tono della storia né a dissipare il torbido che il romanzo si prefigge di esplorare. Difatti, nel lungo undicesimo capitolo (una sorta di litania sulla vita di Dorian quale collezionista e ricercatore di oggetti esotici ed esoterici, simboli di bellezza), Wilde codificò, a detta di molti critici, quelli che possono essere considerati ancora oggi l’immaginario e la sensibilità omosessuale maschile, con riferimenti diretti ad Alessandro Magno e a tutta una serie di imperatori romani e di poeti latini che non temevano di esibire la propria omosessualità; di Edoardo II e del suo amore per Piers Gaveston; dei viaggi ad Algeri per apprezzare i begli arabi, e delle convulse relazioni con i marinai di Blue Gate Fields, la famigerata zona della darsena nell’East End di Londra. Wilde riutilizzò quel genere di codifica anche nella sua opera teatrale più riuscita, L’importanza di chiamarsi Ernesto. La serata della prima rappresentazione, il San Valentino del 1895, confermò Wilde come la più grande celebrità letteraria del suo tempo, ma fu anche la causa della serie di eventi che lo portarono alla più completa rovina solo poche settimane più tardi.

“Quelli che leggono il simbolo lo fanno a loro rischio e pericolo”

Naturalmente, leggere Dorian Gray come se fosse solo un testo sull’omosessualità del suo autore, alla ricerca degli indizi più espliciti, non servirebbe ad altro che a ripetere il terribile gesto perseguito dall’avvocato dell’accusa (il compagno di università di Wilde a Dublino, Edward Carson), mentre scavava fuori dal libro con enfasi, al processo del 1895, i passaggi più lascivi. Wilde vi scrisse invece una delle più brillanti prefazioni epigrammatiche di sempre, appositamente pensata per mettere in guardia i lettori in cerca di troppi segreti: “Quelli che vanno in profondità, sotto la superficie, lo fanno a loro rischio e pericolo. Quelli che interpretano il simbolo lo fanno a loro rischio e pericolo.” La strenua difesa del principio della sua dottrina estetizzante “L’arte per amore dell’arte” è anche pronta lì, sotto i nostri occhi: “Non esiste una cosa come un libro morale o immorale. I libri sono scritti bene o sono scritti male. Questo è tutto.” Nei capitoli non vi è in realtà alcuna descrizione esplicita di quali siano i vizi di Dorian: dar loro una forma dettagliata è relegato alla fervida (ed eventualmente malata) fantasia di ogni lettore. L’intenzione del libro sembra volgere nel finale ad un castigo inevitabile per l’abbandono dei costumi morigerati da parte dell’esteta. Eppure tali conclusioni difensive non bastarono a proteggere Wilde da una classe dirigente che ripugnava il suo pensiero, la sua estetica e, soprattutto, le sue trasgressioni sessuali.

La British Library ospita la collezione permanente Lady Eccles, una delle più vaste su Oscar Wilde e su materiali legati al mondo di Wilde, contenente oltre 1000 volumi e una grande varietà di memorabilia. Essa comprende una copia firmata del romanzo progettato da Charles Ricketts, con una dedica al giovanissimo Lionel Johnson, che divenne presto uno dei poeti della Tragic Generation del 1890. Fu proprio quella copia che Johnson diede in prestito al suo compagno di studi a Oxford, Lord Alfred Douglas, ed entrambi i giovani si recarono a incontrare Wilde per la prima volta nel giugno 1891. Quello fu l’inizio della relazione che portò all’incarcerazione di Wilde nella prigione di Reading nel maggio 1895.

In qualunque caso, credo che Cesare Pavese avrebbe opportunamente commentato che, neanche troppo sotto sotto, tutti vorremmo essere almeno per una volta nella vita Dorian Gray.

Altro su Oscar Wilde: https://downtobaker.com/2016/10/18/tutti-gli-ottobre-di-oscar-wilde/

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