L’impronta dell’editore

di Andrea Zanni

Adelphi

Chi mi conosce, virtualmente o di persona, sa che io coltivo una particolare ossessione per Adelphi. Coltivo è un verbo esatto: ci spendo tempo, volontà e risorse, e col tempo ho sviluppato un certo mestiere e una certa competenza. Negli ultimi dieci anni ne ho letti circa 112, di Adelphi, e ne possiedo circa 280. Colleziono le prime edizioni dei primi numeri della Biblioteca Adelphi, e in generale amo avere pezzi particolari o non comuni. I demoni vanno nutriti per bene, e il mio è in gran forma.

Non vi saprei neanche spiegare bene il perché: è così e basta, è così da quando mi ricordo che compravo libri sulle bancarelle al mercato del lunedì mattina, nel parco che dovevo attraversare per entrare a scuola. Se c’era una Piccola Biblioteca Adelphi la compravo immediatamente; sarà stato perché erano brevi, eleganti, e con quarte di copertina affascinanti e misteriose. Piano piano, e credo che sia qualcosa di lungo e lentissimo e uno delle cose più belle del mondo, ho iniziato a conoscere non tanto i libri singoli, ma i libri nel loro complesso: cioè a conoscere la casa editrice, discernendo prima i diversi libri, poi gli autori, le collane, le tematiche. Percepire la forma, anticipare le scelte, sapere i legami, espliciti o meno. Leggere le quarte di copertina scritte da Calasso (ne ha scritte più di mille, e per i primi vent’anni quasi tutte lui) è diventata una caccia al tesoro, cercando di pescare tutti i riferimenti e i rimandi. Calasso stesso ne ha scritto bene tanti anni fa in un saggio bellissimo, L’editoria come genere letterario, poi ripubblicato recentemente ne L’impronta dell’editore.

Adelphi è un (grande) gioco che amo molto e che come poche cose al mondo mi rilassa, mi porta dall’altra parte, crea silenzio, mi fa sentire di appartenere a qualcosa. Per cui le bibliostatistiche su Adelp[…]

via L’impronta dell’editore – Andrea Zanni – Medium

La musica influenzata dalle distopie letterarie di J. G. Ballard

di Louis Pattison (traduzione di Terry Passanisi)

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I Locrian nello scatto di Jimmy Hubbard

Capita ogni tanto che uno scrittore si infiltri nella cultura popolare, contagi altri ambiti artistici, nella misura in cui diviene famoso ed è riconoscibile dal solo cognome. Nel caso di J. G. Ballard, la sua scrittura rimane imbattuta per la profondità e per la devianza della sua immaginazione. Da quando il romanziere inglese scomparve nel 2009, dopo aver perso la battaglia contro un cancro alla prostata, possiamo affermare di vivere in un mondo ballardiano, circondato da temi profondamente inquietanti di cui tenne ad avvertirci – audaci visioni di degrado urbano, di tecnologie esotiche, patologie sessuali e di collasso dell’ecosistema. È difficile mettere in relazione la persona di Ballard – con un padre vedovo che ha cresciuto tre figli nel tranquillo sobborgo londinese di Shepperton, e che non ha mai provato nulla di più forte di un whisky di malto – con il contenuto spesso depravato dei suoi romanzi. Da parte sua, Ballard ha sempre negato che il proprio lavoro fosse guidato da una qualche rovina esistenziale o dalla negatività; sono, come dichiarò, “metafore estreme”, un ammonimento su ciò che si potrebbe trovare proprio dietro l’angolo del nostro presente.

Ballard fu colto da ricca ispirazione nella seconda metà degli anni ’70, realizzando romanzi come Crash, L’isola di cemento e Il condominio, i quali avrebbero un potente ascendente sul linguaggio del punk emergente, del post-punk e delle nuove ondate di genere. Gruppi come The Human League, The Comsat Angels o gli Ultravox furono tutti discepoli di Ballard, e molti lo citarono esplicitamente. I Joy Division plagiarono il titolo della canzone ‘Atrocity Exhibition’ dalla raccolta sperimentale di fantascienza del 1970 di Ballard, mentre Daniel Miller, gran capo di Mute Records, iniziò la sua carriera musicale, con lo pseudonimo The Normal, intitolando una canzone ‘Warm Leatherette’, riferimento al romanzo di Ballard del 1973 Crash, autoproclamandolo ‘inno psicopatico’ a causa del potenziale erotico che risiederebbe in un incidente automobilistico. L’influenza di Ballard sopravvisse oltre il punk del XX secolo. Il gruppo pop psichedelico di Luke Steele, gli Empire of The Sun, prese il nome dall’opera più famosa di Ballard, L’impero del sole, romanzo semi-autobiografico in cui viene descritta l’infanzia dello scrittore in tempo di guerra a Shanghai; Myths Of The Near Future, invece, dei Klaxons, mutuava il titolo di un album da una raccolta di racconti. Nel frattempo, l’influenza di Ballard è sfociata perfino nella dance music – in particolare nelle prime espressioni del dubstep, che utilizza i ritmi balzellanti del garage U.K. affogati nelle atmosfere di ansia e terrore dell’urbanità.

Perché le visioni di Ballard si sono rivelate così durature? Elizabeth Bernholz, alias Gazelle Twin, artista di musica elettronica da Brighton, crede che l’autore abbia qualcosa da dirci sul mondo a venire come nessun altro. “Ballard ha predetto la minaccia e le conseguenze dell’ultra-conservatorismo all’interno di una società completamente capitalizzata”, afferma. “La sua descr Leggi tutto…

Vanni Santoni: «Abbacinati da Cartarescu»

di Daniele Ferriero

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Sua la postfazione alla nuova edizione de L’ala sinistra: lo intervistiamo a proposito del grande scrittore rumeno e di altri visionari europei.

Nella girandola retorica ed enfatica della sloganista politica d’oggi, ieri e di domani, la Romania non viene di certo ricordata per il suo contributo alle belle lettere. Si preferisce di gran lunga dondolare tra il richiamo alla fantomatica, massiva, invasione della minoranza rom e la speculazione spicciola rispetto agli orrori ed errori del regime di Ceaușescu. Al massimo, si guarda alla Romania con la condiscendenza del padre padrone saggio e ben pasciuto.

Peccato solo che, per restare ai più noti, queste terre abbiano dato i natali a Emil Cioran (“Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro sicuramente avrebbe affondato la sua barca”) e Eugen Ionescu (“Il mondo è forse solo un enorme scherzo che Dio ha fatto all’uomo”). Due esemplari definizioni di letterati potenti e controcorrente; con un fiotto di nichilismo in punta d’arguzia ed esistenzialismo. Senza considerare il contributo di Mircea Eliade all’antropologia, alla spiritualità e alla storia dei miti e delle religioni della specie umana.

In Romania, vive, scrive e opera oggi Mircea Cărtărescu, scrittore considerato tra i maggiori europei viventi. Un uomo che, con la trilogia Abbacinante, e la “premessa” di Travesti, ha ridefinito il senso del romanzo e la sua – mancanza di – misura. Ponendosi di diritto al fianco dei Roberto Bolaño, Thomas Pynchon, David Foster Wallace e W. G. Sebald.

Voland, l’editore italiano che ce ne ha fatto dono per la prima volta, ripropone ora in una veste rinnovata Abbacinante. L’ala sinistra, il primo volume. Per questo abbiamo voluto intervistare, in merito al libro e all’opera di Cărtărescu, Vanni Santoni, scrittore fiorentino, strenuo fiancheggiatore e promulgatore dell’opera del Nostro, che dirige la collana di narrativa della Tunué e ha contribuito con la postfazione al volume.

Negli anni, l’asse del massimalismo e dei libri-mondo si è spostato. Per fare di un lungo discorso una breve curiosità, vorrei chiederti cosa pensi di quanto si sta muovendo in Europa, in particolare verso est. Scrittori quali Krasznahorkai, Gospodinov, Sorokin, ma anche Aleksandar Hemon o Volodine, volendo. E, ovviamente, Cărtărescu. Ti sei chiesto a cosa questo sia dovuto, se sono rintracciabili alcune radici culturali, sociali, politiche, persino linguistiche? Oppure, se c’entra questa sorta di marginalità geografica in positivo o ci eravamo semplicemente abituati troppo bene con il canone pseudo-statunitense, prima dell’arrivo di un Bolaño?

Prima di tutto è bene chiarire che non è tanto l’asse del massimalismo, ma proprio quello del romanzo, ad essersi spostato. Il romanzo forse più importante del giro di secolo, Austerlitz del tedesco WG Sebald, del 2001, non è massimalista e non è certo “mondo”; pure, impone un magistero nuovo. Dall’altro lato, di là dall’ocean[…]

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Autobiografia del dolore

di Anna Stefi

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Georges Perec, sdraiato sul divano dello psicoanalista Jean-Bertrand Pontalis, ritrova il suo ricordo più doloroso. Un ricordo d’infanzia, riguardante la deportazione della madre. In W ou le souvenir d’enfance, sua opera autobiografica pubblicata nel 1975, consegna il compito di dire quel dolore straziante a una casella vuota. Non un capitolo, ma un taglio tra un capitolo e l’altro: tre puntini di sospensione che interrompono una struttura che intreccia un racconto di finzione a una collezione di ricordi. La lacerazione più grande si consegna in un vuoto che toglie l’aria.

Primo Levi nella prefazione di Se questo è un uomo scrive il suo passo indietro rispetto al dolore: testimoniare e cercare di comprendere per restituire «uno studio pacato dell’animo umano».
Ma la poesia che precede, soglia ulteriore, ordina al lettore di considerare, meditare, ripetere.
La comprensione è impossibile, e insostenibile il ricordo come esperienza individuale. Per ricordare è necessario pensare all’esperienza come zona di irrealtà.

Simonetta Fiori e Massimo Recalcati sono intervenuti sulle pagine di Repubblica in questi giorni rinnovando un dibattito cui avevano preso parte l’anno scorso, sul medesimo quotidiano, Michela Marzano, Stefano Bartezzaghi e Miguel Gotor. «Il dolore è di gran moda». Osservando il successo popolare dei racconti-testimonianza, Gotor faceva notare come rispondessero a un’esigenza di messa a nudo come garanzia di autenticità; la verità certificata nella carne, nell’esperienza vissuta. Michela Marzano rivendicava la necessità di guardare a quello scrivere come atto militante: nominare l’esperienza del dolore per dire l’origine del proprio interrogarsi sul mondo; incarnare il pensiero. Bartezzaghi registrava come il dolore non venisse più fatto oggetto di elaborazione: viscere esibite, senza la mediazione della letteratura. E senza, della letterat[…]

via Autobiografia del dolore | Doppiozero

L’Universo è una simulazione?

di Roberto Paura

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Teorizzato dai filosofi, studiato dai fisici, preso sul serio dai titani della Silicon Valley: torna il più radicale dei dubbi.

Nell’aprile scorso l’American Museum of Natural History di New York ha ospitato l’annuale “Isaac Asimov Memorial Debate” e ha invitato alcuni ospiti illustri a discutere del quesito “Il nostro universo è una simulazione?”. Per l’esattezza si trattava del filosofo David Chalmers, autore di Che cos’è la coscienza?; e dei fisici teorici Zohreh Davoudi, James Gates Lisa Randall e Max Tegmark. A moderare l’incontro c’era l’astrofisico Neil deGrasse Tyson, il volto più noto della divulgazione scientifica americana. Tanta concentrazione d’intelligenza per una domanda così bizzarra sembrerebbe una perdita di tempo. Se non che tutti i relatori, con l’eccezione di Lisa Randall, sono sostenitori più o meno convinti del cosiddetto simulation argument: l’ipotesi secondo cui l’universo sarebbe una simulazione informatica programmata da una super-intelligenza esterna alla nostra realtà. Specificità tecnologiche a parte, non si tratta di un’idea nuova. Dal velo di Maya alla caverna di Platone, dal dubbio metodico di Al-Ghazali al genio maligno di Cartesio, per finire con l’esperimento mentale del cervello nella vasca di Putnam; lo scetticismo circa l’autentica natura della realtà ha attraversato tutte le epoche e le latitudini del pensiero.

A rimetterlo in circolo nella sua formalizzazione più contemporanea è stato il filosofo analitico svedese Nick Bostrom. Direttore dell’Institute for the future of humanity di Oxford, nel 2003 Bostrom ha pubblicato su Philosphical Quarterly un paper dal titolo “Are you Living in a Computer Simulation?”. Dopo aver riepilogato le tesi a favore della nostra futura capacità di creare al computer menti dotate di consapevolezza, nel testo Bostrom speculava sulla possibilità che una civiltà super evoluta fosse in grado di sviluppare non solo una simulazione della realtà così ricca di informazione da essere indistinguibile dalla realtà stessa ma addirittura “un numero astronomico” di tali simulazioni. Da ciò desumeva, su basi probabilis[…]

via L’Universo è una simulazione? – il Tascabile