Mishima

da Redazione Downtobaker

mishima

Riprendiamo, da un bel post social, questa sintesi biografica dello scrittore giapponese, capace di esprimere perfettamente la vera essenza del Giappone e della sua cultura feudale che, alla fine del XX secolo, rimaneva ancora vivissima.

“La bellezza, le cose belle, sono ormai miei nemici mortali.”
Yukio Mishima

“25 novembre 1970. Quartier generale della base militare di Ichigaya, a Tokyo. Yukio Mishima – uno dei più importanti scrittori e intellettuali giapponesi del ’900 – si uccide facendo seppuku, il tradizionale suicidio per sventramento.

Pochi minuti prima, con l’aiuto di quattro membri del Tatenokai (l’associazione paramilitare da lui fondata nel 1968), aveva preso in ostaggio il generale a capo della guarnigione, e aveva incitato inutilmente i soldati dello Jietai (le Forze armate di autodifesa) alla ribellione contro la progressiva «occidentalizzazione » della nazione nipponica, una ribellione che aveva come scopo la restaurazione dell’autorità imperiale e della potenza militare giapponese. Henry Scott Stokes, inviato del «Times» a Tokyo e amico intimo di Mishima, fu l’unico occidentale a poter assistere alle varie fasi del processo che ne seguì, ed è da questo avvenimento che il giornalista prende spunto per narrarci la vita di un personaggio straordinario. Romanziere, saggista, autore teatrale, attore e regista, cultore di arti marziali e di body building, Yukio Mishima è stato un artista affascinante e discusso (anche a causa della sua malcelata omosessualità), nonché lo scrittore giapponese più conosciuto e tradot Leggi tutto…

La donna che tradusse il giovane Holden

di Luca Sofri

holden

Sono passati quasi settant’anni dall’uscita del grande romanzo di J.D. Salinger, che gli italiani conoscono (soprattutto) nella versione di Adriana Motti.

Il 16 luglio 1951 uscì negli Stati Uniti Il giovane Holden, leggendario e straordinario romanzo di J.D. Salinger che in Italia uscì nel 1952 con il titolo Vita da uomo per l’editore Casini, ma raccolse la meritata notorietà soprattutto a partire da dieci anni dopo, quando fu pubblicato da Einaudi. A tradurlo fu Adriana Motti, che Luca Sofri aveva intervistato e raccontato nel 1999 per Diario, e che è morta nel 2009. Ripubblichiamo quell’articolo, sessant’anni dopo la nascita del libro.

Un libro le ha cambiato la vita. Chissà se i libri cambiano davvero le vite, e figurarsi uno. Ma è bello sentire qualcuno dirlo, fingere di crederci, chiedere quale libro. Quale libro vi ha cambiato la vita? Ascoltare risposte originali, titoli sconosciuti, racconti commossi. E libri noti, quelli che se non cambiano la vita, ci passano almeno attraverso quando la vita si fa, a venti, trent’anni. Siddharta, lo Zen e la motocicletta, Grandi Speranze. E il Giovane Holden, per forza. A lei, già, la vita l’ha cambiata il Giovane Holden, come a molti altri. Solo che a lei l’ha cambiata davvero: non l’ha letto, lo ha tradotto. Che, non fosse stato per Salinger, forse nessuno l’avrebbe tolta dall’ufficio stampa della Società Autostrade, e chissà che altra carriera, che altra vita, che altra città che non questa Roma da cui sta traslocando. È La donna che ha tradotto Il giovane Holden.
Adriana Motti, il nome sul frontespizio, ha settantacinque anni, cinque meno di Salinger, ed è oggi una delle più note traduttrici italiane. Note a chi? “Non si presta mai nessuna attenzione al nome del traduttore: è un lavoro aberrante e io mi sono tremendamente pentita di averlo fatto. Nessuna soddisfazione, si guadagna pochissimo e si perde completamente la propria identità. E si sta sempre soli, noi e il libro e nient’altro”. La signora ha tradotto Karen Blixen, Lawrence Durrell, E.M. Forster, Wodehouse, Shikibu Murasaki, Catherine Porter e Colette dal francese. E Ivy Compton Burnett e altri ancora.
A ventitré anni, nel ‘47, le capitò la prima traduzione, un Wodehouse: “me lo sono totalmente inventato ’sto mestiere ed è stato molto divertente cominciare con Wodehouse”. Figlia di un avvocato romano, a quel tempo faceva la giornalista all’Avanti, dove era entrata rispondendo con un suo articolo a uno scritto di Benedetto Croce. Le traduzioni le fecero poi perdere l’attitudine a scrivere, dice: “non finisco mai niente, solo cose brevissime, fulminee, ma non si può vivere di cose fulminee”.
“A Roma in quegli anni capitava di conoscere tutti e io avevo la smania degli scrittori. Mi sembravano esseri sublimi, che poi non è affatto vero, ma allora ci credevo”. In America negli stessi anni usciva “Questo mio folle cuor[…]

via La donna che tradusse il giovane Holden – Il Post

Collodi è più macabro di Poe, ma quando fa risorgere Pinocchio muore come scrittore.

di Fabrizio Coscia

pinocchio

Fabrizio coscia legge il libro assoluto della letteratura italiana.

Il vero capolavoro letterario dell’Italia unita è una novella che se ne sta nascosta dentro un altro libro, tra i più popolari del mondo: la novella si intitola «La storia di un burattino» e comparve a puntate sul «Giornale per i bambini», supplemento settimanale del quotidiano «Il Fanfulla», dal 7 luglio al 27 ottobre del 1881. L’autore, Carlo Lorenzini, era un giornalista e autore di libri umoristici, scritti con lo pseudonimo di Collodi (dal nome del paese dove aveva lavorato il nonno materno come fattore di una famiglia di marchesi). Aveva 55 anni (dunque era già vecchio per quegli anni), quando scrisse quella che lui stesso definì una «bambinata», creata solo per far soldi, e che invece si rivelò una novella terribile e perfetta, tra le creazioni più straordinarie della letteratura universale, un capolavoro impietoso, senza un cedimento retorico, senza un’incertezza di tono, senza una sbavatura stilistica dall’inizio alla fine, senza alcun compromesso con le aspettative del pubblico, e risultato della vena creativa e immaginativa audace e originalissima di uno scrittore che, senza saperlo, stava facendo i conti con se stesso e i suoi demoni.

A rileggerli oggi, quei primi quindici capitoli delle Avventure di Pinocchio, si resta ancora stupefatti. Quando insegnavo alle scuole medie li leggevo ogni volta che avevo una prima, tutti e quindici i capitoli iniziali, dalla prima all’ultima riga, con il pezzo di legno che rideva e piangeva, il litigio grottesco tra Mastro Ciliegia e Geppetto, la «stanzina terrena» di quest’ultimo, «che pigliava luce da un sottoscala» e la fabbricazione portentosa del burattino, il Grillo-parlante schiacciato senza pietà da Pinocchio, e poi ancora la straordinaria coppia criminale del Gatto e la Volpe, il terribile e umanissimo Mangiafoco, e ogni volta si creava la stessa identica scena: una classe di una ventina e più di ragazzini scalmanati, della periferia di Napoli, improvvisamente si zittiva e tutti restavano incantati ad ascoltare quella storia famosissima eppure sempre misteriosa, tutti pendevano dalle mie labbra.

Ma che storia è quella del «burattino di legno»? E perché il suo potere è ancora così forte? «Un grande libro genererà infiniti libri, e così a loro volta questi ultimi: né vi sarà mai l’ultimo», così scriveva Giorgio Manganelli nella sua memorabile rilettura Pinocchio: un libro parallelo. E in effetti, che cos’altro ci sarebbe da aggiungere che non sia già stato scritto su questo libro, dalla simbologia cristologica alle interpretazioni esoteriche, dalle implicazioni freudiane a quelle picaresche?

Non c’è che da aprirlo, allora, e rileggere quei quindici capitoli iniziali, proprio come facevo coi ragazz[…]

via Collodi è più macabro di Poe, ma quando fa risorgere Pinocchio muore come scrittore. Fabrizio Coscia legge il libro assoluto della letteratura italiana – Pangea

La libreria più bella del mondo? Si trova in Argentina, nascosta in un teatro

di Noemi Penna

libreria_buenosaires

Una delle librerie più belle del mondo è nascosta in un teatro. Siamo a Buenos Aires, in Argentina, e El Ateneo è un vero paradiso per i lettori: si trova nel teatro Gran Splendid, acquistato dalla casa editrice Yenny-El Ateneo a fine Anni 90 per essere trasformato in un inconsueto scrigno di cultura.  L’ossatura dello storico teatro al numero 1860 di Santa Fe Avenue è rimasta intatta: da platea e balconate sono state rimosse le poltrone per far spazio agli scaffali, regalando uno scenario unico nel suo genere. La libreria ha infatti mantenuto intatti tutti gli infissi e gli elementi decorativi dell’elegante teatro, incluse le tende in velluto rosso del sipario.

Non bastano le fotografie di questo insolita casa dei libri a far percepire la meraviglia che si prova varcando le porte del teatro, trovandosi davanti migliaia di volumi incastonati in una sala maestosa, incoronata da Buzzfeed come la più bella libreria del mondo. Il teatro Gran Splendid è stato costruito da Mordechai David Glücksmann, uomo d’affari austriaco, pioniere dell’industria musicale e cinematografica argentina. E’ stato progettato dagli architetti Peró e Torres Armengol e inaugurato nel maggio del 1919. E oltre ad essere un teatro, del 1924 ha ospitato anche una stazione radiofonica e uno studio di registrazione.

Qui la leggenda del tango Carlos Gardel ha registrato la sua musica e la stanza che ha usato a metà degli Anni 20 è rimasta intatta, proprio come l’aveva lasciata lui, anche se attualmente non è aperta al pubblico. Inutile dire che l’El Ateneo Grand Splendid sia diventata una delle destinazioni turistiche più popolari di Buenos Aires, dove perder[…]

via La libreria più bella del mondo? Si trova in Argentina, nascosta in un teatro – La Stampa

La medicina Camus

di Giorgio Fontana

Albert-Camus

In un saggio pubblicato quarant’anni fa sulla rivista “Plural” (e ora disponibile nel volumetto Tra Sartre e Camus, Scheiwiller 2010), Mario Vargas Llosa invitava a rileggere Camus e comprenderlo alla luce della sua “triplice condizione di provinciale, uomo di frontiera e membro di una minoranza”. Aggiungo un quarto elemento: il suo appartenere al mondo mediterraneo — il suo difenderne un’idea non banale. L’anno che comincia a chiudersi, che intravede il suo autunno, ha di nuovo visto questo mare al centro delle cronache — il referendum greco e le dimissioni di Tsipras, più di duemila migranti morti in acqua fra i molti che hanno affrontato il viaggio verso l’Europa. E potremmo aggiungere la situazione a Gaza (che Mohammed Omer sul New York Times ha definito di recente un Gulag sul Mediterraneo), il caos libico, i braccianti morti nei campi in Puglia, gli scontri in Libano, la Turchia autoritaria di Erdogan…

Ma per quanto riguarda l’immaginario? Che ruolo ha, se lo ha ancora, il concetto di Mediterraneo quando il suo nord si impegna solo a difendere i confini, fino ad ergere dei muri o sparare lacrimogeni contro persone e bambini indifesi? In questo senso, la parola lucida di Camus ha un effetto quasi farmaceutico; va molto oltre il richiamo semplicistico al pensiero greco classico che ha colpito tanti editorialisti, e offre una serie di spunti concreti per ridare senso al Mediterraneo come luogo inclusivo. Quest’estate è stata la mia medicina personale; e credo possa anche avere un buon effetto coll[…]

via La medicina Camus | Doppiozero