Bruno Bozzetto raccontato da Marco Bonfanti

di Beatrice Fiorentino

Non ci ha entusiasmato, il documentario di Marco Bonfanti. Ma rendere omaggio a un gigante dell’animazione è sempre una buona cosa. Soprattutto se funziona come invito a rivedere i suoi classici.

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Marco Bonfanti, Bozzetto non troppo (2016)

È Bruno Bozzetto in persona, colui il cui nome – assieme a quello di Osvaldo Cavandoli – è tuttora sinonimo di animazione all’italiana, a raccontarsi nel nuovo documentario di Marco Bonfanti Bozzetto non troppo. È lui a spalancare le porte di casa e del suo studio, per guidare lo spettatore alla scoperta del suo lavoro, della famiglia, degli animali domestici –cani, gatti e una pecora – e delle abitudini che scandiscono le sue giornate. Giornate che, se dovessimo ignorare di trovarci al cospetto di una vera e propria leggenda in vita, potrebbero sembrare anonime, persino identiche a quelle di tante persone comuni. Una partita a carte tra amici, i nipotini da prendere a scuola, una passeggiata al lago. Le giornate normali di un “Signor Rossi” qualunque.
E invece quel signore minuto, riservato e sempre allegro (non troppo), alla soglia degli ottant’anni, di comune ha ben poco. In più di dieci lustri di carriera ha ricevuto un Orso d’Oro a Berlino (per Mister Tao), una nomination agli Oscar (per Le cavallette), insieme a dozzine di altri riconoscimenti in tutto il mondo. I suoi personaggi, dal Signor Rossi, icona dell’italiano medio, a Vip, mio fratello superuomo, supereroe mascherato antesignano degli Incredibili a marchio Pixar, rientrano nell’immaginario collettivo tra i più apprezzati di sempre, soprattutto tra gli Anni Sessanta e Settanta.

Sono oltre trecento i titoli che portano la sua firma, tra film corti e lunghi realizzati per il cinema, la televisione e il web, tuttora riferimento e ispirazione per chiunque si accosti o si sia accostato in passato al suo mestiere. E il cartoonist delle meraviglie può vantare anche un altro primato, quello di essere stato tra i prim[…]

via Bruno Bozzetto raccontato da Marco Bonfanti | Artribune

L’irrisolvibile mistero del Manoscritto Voynich

di Terry Passanisi

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La parola “inchiostro” deriva dal latino incaustum, che si può tradurre anche con l’accezione “bruciato, combusto”, dal latino caustĭcus, dal greco καυστικός, dal tema di καίω «bruciare». Nel Medioevo, si credeva che l’inchiostro incidesse la pergamena bruciandola, perché gli inchiostri cosiddetti ferro-gallici, dalla natura quasi indelebile, appena deposti sulla pagina appaiono pallidi, quindi si scuriscono. Non è, in realtà, quello che accade fisicamente, ma ha senso come metafora: un manoscritto medievale, data la sua redazione artigianale, è per forza un originale unico, anche quando è una copia di un’altra copia. E non può essere serializzato più di quanto qualcosa potrebbe risultare immune al fuoco.

Il Manoscritto Voynich è uno speciale esemplare di originale. È stato appurato, grazie alla datazione al carbonio-14, che fu composto all’inizio del XV secolo. Nessuna persona al mondo è mai riuscita, per quanto si sappia, a venirne a capo e a comprenderlo. Nessuno è mai riuscito a decodificare la lingua in cui il libro è scritto. Non ha né titolo né autore. Una recente riproduzione del manoscritto, riveduto da Raymond Clemens e pubblicato dalla Yale University Press, richiama l’attenzione sul modo in cui pensiamo la verità nei nostri giorni: il libro evoca supposizioni, la teoria delle cospirazioni, lo spiritualismo e la crittografia. Il Manoscritto Voynich ha carisma (proprio come il personaggio di un GDR…) e il carisma, senza ombra di dubbio, detiene oggi il monopolio delle nostre attenzioni.

Il manoscritto misura 22,5 centimetri in altezza, 16 in larghezza ed è spesso 5 centimetri. La replica prodotta a Yale è un po’ più ampia, poiché vi sono stati lasciati dei bordi bianchi per qualunque crittografo amatoriale che volesse lasciare i propri marginalia. La copertina di epoca rinascimentale del manoscritto (che fu rilegato) è composta da ciò che la Beinecke Rare Book & Manuscript Library, a Yale, definisce una “morbida pergamena”. Il tomo è stato acquisito dalla biblioteca della Yale University dal 1969.

Voltata la copertina – come una volta ebbe la fortuna di fare Umberto Eco, dato che questo era il solo libro della famosa collezione Beinecke a cui desiderava dare un’occhiata – si viene accolti dalla calligrafia d’inchiostro bruno, accompagnata da strani diagrammi e da piante dipinte. La scrittura non è decifrabile. Il libro è stato redatto secondo una maniera medievale alquanto ordin continua a leggere…

“Come si fa una tesi di laurea”, come si migliora la vita

di Terry Passanisi

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Da quando Umberto Eco pubblicò il suo primo romanzo “Il nome della rosa”, il più venduto, venne riconosciuto come uno degli intellettuali più celebri d’Italia, accademico una spanna sopra gli altri, autore delle più influenti opere sulla semiotica. Solo pochi anni prima, nel 1977, Eco pubblicò un piccolo libro dedicato ai suoi allievi, “Come si fa una tesi di laurea”, in cui offriva consigli utili per tutte le fasi di ricerca e di scrittura di una tesi universitaria – dalla scelta dell’argomento all’organizzazione del programma di lavoro per la stesura finale. Il saggio, giunto alla sua ventitreesima edizione in Italia e tradotto in ben diciassette lingue, oggi è diventato un vero e proprio classico.

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“Come si fa una tesi di laurea” di Umberto Eco, è comparso per la prima volta sugli scaffali delle librerie italiane nel 1977. Per Eco, uno tra i filosofi e romanzieri più giocosi e conosciuti al mondo per il suo inestimabile lavoro sulla semiotica, lo scopo di scriverlo fu se non altro pratico. Raccogliere i suoi pensieri sul processo di redazione di una tesi in un saggio lo avrebbe salvato dal ripetere all’infinito, ogni anno, i medesimi consigli agli studenti. Dalla sua prima pubblicazione, “Come si fa una tesi di laurea” ha visto 23 edizioni italiane ed è stato tradotto in almeno diciassette lingue. Caso piuttosto strano, la sua prima edizione in lingua inglese è stata resa disponibile per la prima volta solo nel 2015, in una traduzione di Caterina Mongiat Farina e Geoff Farina.

Perché è un testo da considerarsi tanto importante? Eco scrisse il suo manuale di redazione di una tesi prima dell’avvento dei software di testo, i cosiddetti word processor, e di Internet. Vi sono ampi passi dedicati alle fonti più specifiche e tradizionali, come gli archivi e le rubriche, nonché le più opportune strategie utili a superare le limitazioni della propria biblioteca locale. Ma il fascino che rende il libro senza tempo – il motivo per cui potrebbe interessare perfino qualcuno la cui vita non necessiti la stesura di uno scritto più comples continua a leggere…

“Sarai tu a morire”, afferma il romanzo d’esordio di Terry Passanisi | IL RIFUGIO DELL’IRCOCERVO

di Loreta Minutilli

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Sarai tu a morire è il romanzo di esordio di Terry Passanisi, edito dalla rivista digitale Downtobaker nel 2017.

Il lettore può ben intuire l’atmosfera di cui è permeata l’opera fin dal titolo, perentorio e inquietante. Il romanzo è infatti un giallo la cui struttura ricalca quella della classica detective story, con frequenti strizzate d’occhio ai classici del genere: basti pensare che l’investigatore protagonista si chiama Salvatore Olmi, che è dotato di una genialità disturbante e ingestibile, è esperto di chimica, fa uso di droghe e la sua avventura è narrata dal fidato coinquilino e migliore amico, l’ex medico militare Gianni Buozzi.

Questi riferimenti letterari risultano piacevolmente collocati per chi apprezza il genere e la sua storia: protagonisti di Sarai tu a morire non sono semplici ricalcature della vicenda vittoriana ma abitano uno spazio originale e ricco di rielaborazioni.

Il primo tratto distintivo dell’opera è lo scenario in cui il mistero si svolge: Olmi e Buozzi, infatti, vivono a Trieste, città natale dell’autore, che tra le pagine del libro viene minuziosamente descritta e rievocata, di strada in strada e di ristorante in ristorante. Monumenti come il Teatro Rossetti e la chiesa di Sant’Antonio diventano il setting di diverse scene di tensione e per chi ama questa città o addirittura ci vive la lettura del romanzo sarà senz’altro una piacevole fonte di sorprese, dopo le quali forse non guarderà certi luoghi con gli stessi occhi di prima.

Il mistero che Olmi e Buozzi affrontano è costruito in maniera complessa ma coerente e tutti, o quasi, gli indizi disseminati tra le pagine si collocano in un chiaro quadro finale. Nel mezzo, l’autore crea un ambiente in cui usare buona parte dei topos del genere: misteriosi tatuaggi, passaggi segreti, logge massoniche, organizzazioni criminali internazionali, macabri ritrovamenti; tutto concorre a creare un trionfo di susp[…]

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L’imprevedibile resurrezione di Dungeons & Dragons

di Terry Passanisi

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Il disegno di Larry Elmore per la mitica “scatola rossa”

Nel 2017, Dungeons & Dragons, gioco di ruolo praticabile al di fuori del regno di Internet, può sentirsi, se non proprio rivoluzionario, almeno orgogliosamente fuori dagli schemi.

Lo psicologo clinico Jon Freeman si sentiva esausto. Trascorreva le proprie ore di lavoro in un ufficio aziendale di Manhattan, gestendo decine di assistenti ricercatori che sperimentavano prodotti farmaceutici su persone con disturbi d’ansia, di depressione e di insonnia. Nella ricerca disperata di un via di fuga, si accorse che sua figlia, spesso, non aveva nulla da fare dopo scuola. Come tutti i pomeriggi, avrebbe raccolto il suo controller Nintendo Wii sgusciando “in quel mondo di isolamento digitale,” come ricorda lo stesso Freeman. Di tanto in tanto, riusciva a richiamarla a un’esistenza più sociale attraverso l’utilizzo di giochi da tavolo. “Allora mi venne questa idea: perché non attuare l’espediente su scala più ampia? Potrebbe essere esteso all’intero vicinato?”

Freeman si dimise dal suo lavoro, e poco dopo, nel 2011, i primi clienti – inizialmente, gli amici di sua figlia – cominciarono a fare capolino nel suo circolo-caffetteria di giochi di società, il Brooklyn Strategist. Quei bambini assieme ai loro genitori ebbero la possibilità di sedersi in santa pace a farsi una partita, sia ad alcuni giochi classici che a nuovi e mai visti, davanti a un piatto vegetariano oppure a un drink allo zenzero fatto in casa. Facendo riferimento alla sua esperienza nei laboratori di ricerca, Freeman unì i test di abilità cognitiva con i giochi a disposizione e classificò i passatempi in rapporto alle funzionalità cerebrali.

Un giorno, un ragazzino stufo di un gioco incentrato su statistiche sportive chiese a Freeman se avesse mai sentito parlare del gioco di ruolo (da adesso in poi GDR) Dungeons & Dragons e se potessero prima o poi fare una partita insieme. Il GDR, per chi non lo sapesse, non comprende né tabellone né alcuna carta da gioco. Anche se capita ai giocatori di ricorrere a mappe. Nella sua forma tipica, è una storia che si crea e si racconta passo dopo passo tra giocatori che interpretano, controllano i loro rispettivi personaggi (elfi, nani, mezzuomini o esseri umani) e il Dungeon Master, che utilizza i dadi per determinare la casistica e descrive loro il mondo in seconda persona (“Ti imbatti in una banda di orchi che viaggia sulla strada principale. Che cosa fai?”). Freeman rifiutò per una o due settimane – il gioco gli appariva troppo aperto e casuale e sembrava non presentare alcun vantaggio di tipo cognitivo – ma il giovane cliente insistette; salì nella soffitta dei suoi genitori e rispolv continua a leggere…

Carlo Rovelli: le cose non sono, accadono

di Ugo Morelli

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La mattina era fresca e il cielo terso, il 21 luglio 1969 alle ore 02:56, quando Neil Armstrong mise piede sul suolo lunare. Maria Grazia, contadina irpina del sud Italia, guardando il primordiale schermo televisivo chiedeva ai nipoti se l’avessero, allora, portata sull’aia, tra i covoni di grano della recente mietitura, la luna, quella palla lucente. Se avessero aspettato che fosse costruita per intero dal momento che secondo lei la luna veniva fatta e disfatta ciclicamente da quel Marcoffio che, nella sua cosmologia, era l’artefice di quella piccola palla. E il tempo per la covata delle chiocce si sarebbe calcolato avendo lo strumento di misura finalmente vicino e a disposizione. Così come non ci sarebbe stato più il problema di coprire le patate nascondendole ai suoi raggi, visto che, se no, se ne andavano di luna. E lo stesso valeva per la gravidanza delle mucche e persino per i cicli mestruali. Finalmente, insomma, divenivamo padroni del tempo, non più esposti ai capricci della luna.

Sacra è l’acqua, sacra è l’aria, sacra è la terra. A renderle tali è il nostro modo di viverle nel tempo: in quell’attimo che separa il prima e il dopo e esalta e inghiotte ogni esperienza possibile. Reinventare il tempo e ricreare una mitografia del nostro esistere nel tempo: un compito epocale a cui non dovremmo più sottrarci.

Il rapporto con il tempo è il problema principale di noi esseri umani. Carlo Rovelli, alla maniera di Montaigne o di Lucrezio, compone un cammino nel tempo che lascia col fiato sospeso fino all’ultima riga, senza ostacoli, fluido, anche nelle svolte più impervie della fisica quantistica, che si presenta a noi resa garbata e gentile, ironica e leggera, grazie alla sapienza linguistica dell’autore. Che dilettandoci ci inquieta più di quanto si possa immaginare. Ma lo fa con la poetica di un Mandel’štam – ad esempio in Quasi leggera morte. Ottave, appena pubblicato da Adelphi con la cura magistrale di Serena Vitale –, libero di inoltrarsi nel non-tempo per riconoscere il tempo, intrepid[…]

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