Chadia featuring Rimbaud

di Vincent Baker

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Anche se non sembrerebbe, questo articolo ha molto a che fare con la letteratura. Uno dei miei ultimi contatti Facebook, che segue con grande passione e ampiezza la scena musicale italiana e sembra intendersene parecchio, mi suggerisce, a proposito delle vive polemiche da campioni del mondo di Briscola sul rapper Sfera Ebbasta, che cosa cercare e ascoltare di generi che non conosco e non capisco, per discernere tra i granelli di un deserto troppo esteso, tra tanta paccottiglia e opere di forte identità e qualità. Negli ultimi tempi non ho seguito le troppe uscite discografiche, me ne sono disinteressato anche e soprattutto a causa di produzioni deludenti, che hanno mostrato ben poco nella loro sostanza artistica, creativa, di linguaggio. Ma ho ascoltato il consiglio, sempre aperto a cambiare idea, entusiasmato dall’entusiasmo contagioso del mio amico e perché volevo riflettere e capire. Capire che, come per tutte le forme artistiche e le loro derive, anche nel caso della musica e della cosiddetta scena indie (qualsiasi cosa voglia dire oggi) non è questione di genere o di sottogenere, d’abito, di forma, ma quanto sempre e soltanto di che cosa un artista – o presunto tale – abbia da dire e la sua capacità nel dirlo. Sempre che questa capacità, composta da tante qualità, ce l’abbia davvero. Capacità quindi, mestiere, mezzi artistici che non s’improvvisano, e poi profonda verità e rivelazione di un contesto. I social, le scorciatoie, le apparizioni, le sovraesposizioni (che è il modo in cui io traduco mainstrem) vengono sempre e soltanto dopo, se vengono e se agli artisti pare. Vale per tutte le forme d’arte: ecco come si può parafr Leggi tutto…

La cura

di Terry Passanisi

Sì, è vero, è colpa della musica. È colpa del fatto che per tutta la vita ho sognato di conciarmi come Robert Smith dei The cure e girare liberamente per la mia città col rossetto sulle labbra, il viso sbiancato e i capelli sparati di lacca. È colpa della musica: a undici anni lo facevo davanti allo specchio, mettevo nel mangianastri dello stereo le cassettine dei Cure, emulavo, sognavo, immaginavo di essere all’Hammersmith di Londra davanti a cinquemila persone. Come Baudelaire, come David Bowie. Quando i miei rientravano dal lavoro e mi trovavano così, comunque, non mi dicevano nulla. È colpa della musica, allora, mi vien proprio da pensare. Non è colpa del fatto che uscendo, conciato così, a quarant’anni – ma anche a venti, come mi è capitato davvero – qualcun altro avrebbe avuto qualcosa da dirmi, da ridermi dietro, da puntare il dito, da etichettare, senza capire. Seguire la linea, adeguarsi, perché lo standard è un altro. Per dire: mi sarei presentato in una banca, oggi, a chiedere un mutuo, col mio rossetto fresco di specchio d’ascensore, e avrei chiesto al direttore, che mi avrebbe guardato di traverso trattenendo a stento, e in parte volutamente, gli angoli della bocca. Che avrebbe finto di prendere in carico la mia pratica gettandola nel cestino un attimo dopo, chiedendo in giro ai suoi sottoposti, finalmente libero di sghignazzare: “Ma chi è quella fro**a da mettere in manicomio?”.

Che è comunque più o meno quello che succede all’ottanta percento dei richiedenti un mutuo, lacca o non lacca tra i capelli. Avrei dovuto spiegargli, eventualmente, scendendo al suo livello, pur di compiacerlo, nella vana speranza di fargli capire qualcosa, che tutto quello che facevo, indossavo, mostravo, vivevo ed ero non c’entrava nulla con la mia onestà, con la mia rettitudine, con la mia serietà e professionalità, tantomeno con la mia sessualità. Insomma avrei dovuto spiegargli che no, non era colpa sua, non era colpa degli altri o della società o della storia del mondo: di un disagio, della violenza, dell’ignoranza, dell’invidia, dell’odio atavico represso in ogni individuo. Pur di ottenere quel cazzo di mutuo avrei dovuto strisciare ai suoi piedi, avrei dovuto dirgli che era tutta colpa della musica.

 

Letture consigliate:

  • Glamorama – Bret Easton Ellis (Einaudi)
  • Please kill me – Legs McNeil e Gillian McCain (Baldini&Castoldi)
  • I detective selvaggi – Roberto Bolaño (Adelphi)
  • Bowie. Una biografia – María Hesse e Fran Ruiz (Solferino)

La musica influenzata dalle distopie letterarie di J. G. Ballard

di Louis Pattison (traduzione di Vincent Baker)

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I Locrian nello scatto di Jimmy Hubbard

Capita ogni tanto che uno scrittore si infiltri nella cultura popolare, contagi altri ambiti artistici, nella misura in cui diviene famoso ed è riconoscibile dal solo cognome. Nel caso di J. G. Ballard, la sua scrittura rimane imbattuta per la profondità e per la devianza della sua immaginazione. Da quando il romanziere inglese scomparve nel 2009, dopo aver perso la battaglia contro un cancro alla prostata, possiamo affermare di vivere in un mondo ballardiano, circondato da temi profondamente inquietanti di cui tenne ad avvertirci – audaci visioni di degrado urbano, di tecnologie esotiche, patologie sessuali e di collasso dell’ecosistema. È difficile mettere in relazione la persona di Ballard – con un padre vedovo che ha cresciuto tre figli nel tranquillo sobborgo londinese di Shepperton, e che non ha mai provato nulla di più forte di un whisky di malto – con il contenuto spesso depravato dei suoi romanzi. Da parte sua, Ballard ha sempre negato che il proprio lavoro fosse guidato da una qualche rovina esistenziale o dalla negatività; sono, come dichiarò, “metafore estreme”, un ammonimento su ciò che si potrebbe trovare proprio dietro l’angolo del nostro presente.

Ballard fu colto da ricca ispirazione nella seconda metà degli anni ’70, realizzando romanzi come Crash, L’isola di cemento e Il condominio, i quali avrebbero un potente ascendente sul linguaggio del punk emergente, del post-punk e delle nuove ondate di genere. Gruppi come The Human League, The Comsat Angels o gli Ultravox furono tutti discepoli di Ballard, e molti lo citarono esplicitamente. I Joy Division plagiarono il titolo della canzone ‘Atrocity Exhibition’ dalla raccolta sperimentale di fantascienza del 1970 di Ballard, mentre Daniel Miller, gran capo di Mute Records, iniziò la sua carriera musicale, con lo pseudonimo The Normal, intitolando una canzone ‘Warm Leatherette’, riferimento al romanzo di Ballard del 1973 Crash, autoproclamandolo ‘inno psicopatico’ a causa del potenziale erotico che risiederebbe in un incidente automobilistico. L’influenza di Ballard sopravvisse oltre il punk del XX secolo. Il gruppo pop psichedelico di Luke Steele, gli Empire of The Sun, prese il nome dall’opera più famosa di Ballard, L’impero del sole, romanzo semi-autobiografico in cui viene descritta l’infanzia dello scrittore in tempo di guerra a Shanghai; Myths Of The Near Future, invece, dei Klaxons, mutuava il titolo di un album da una raccolta di racconti. Nel frattempo, l’influenza di Ballard è sfociata perfino nella dance music – in particolare nelle prime espressioni del dubstep, che utilizza i ritmi balzellanti del garage U.K. affogati nelle atmosfere di ansia e terrore dell’urbanità.

Perché le visioni di Ballard si sono rivelate così durature? Elizabeth Bernholz, alias Gazelle Twin, artista di musica elettronica da Brighton, crede che l’autore abbia qualcosa da dirci sul mondo a venire come nessun altro. “Ballard ha predetto la minaccia e le conseguenze dell’ultra-conservatorismo all’interno di una società completamente capitalizzata”, afferma. “La sua descr Leggi tutto…

L’arte delle copertine di dischi

di Valerio Mattioli

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È appena uscito per Taschen un grosso volume (450 pagine in formato quadrato 29×29 cm) dal titolo di per sé rivelatore: Art Record Covers raccoglie 500 copertine di dischi “d’artista”, vale a dire copertine firmate da artisti visivi – anche molto noti – dagli anni ’50 fino ai giorni nostri. Curato dall’italiano (ma residente a New York) Francesco Spampinato, il libro mette in fila i contributi all’industria discografica di nomi quali Salvador Dalì, Jean-Michel Basquiat, Damien Hirst, Andy Warhol (suo il John Lennon in sovraccoperta) e decine e decine d’altri, e il tempismo della sua uscita è quasi perfetto: da una parte, in questi mesi ricorrono un paio di anniversari di cui si dice meglio oltre; dall’altra, al New Museum di New York è in corso una mostra tutta dedicata a Raymond Pettibon, ai più noto come “l’uomo delle copertine dei Black Flag” (e fratello di Greg Ginn, certo). Ho quindi scambiato quattro chiacchiere con Francesco per capire i criteri con cui ha assemblato l’antologia, e più in generale riflettere sul sempiterno rapporto tra ar[…]

via L’arte delle copertine di dischi – Prismo

La lezione del professor Muti

di Donatella Longobardi

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«Non cercare amore, cercare rispetto». Riccardo Muti condensa in poche parole il senso del lavoro del direttore d’orchestra. Sul podio della Sala Scarlatti del San Pietro a Majella, il maestro torna con i ricordi ai suoi studi al Conservatorio di Napoli e «restituisce» ai giovani la lezione ricevuta dai grandi del passato. Ed è un trionfo, l’ennesimo, per Muti. «Questa è casa», dice arrivando nell’antica scuola musicale dove dedica due giorni a specialissime lezioni d’orchestra. Ieri il primo, caloroso bagno di folla. Stamattina il bis, con uno spazio speciale dedicato agli studenti. Che sono, poi, i veri protagonisti dell’attenzione del maestro. «Sono qui per loro», dice ad un pubblico che riempie fino all’inverosimile la grande sala. In tanti sono seduti sui gradini delle scalinate, in tanti in piedi, altri sostano fuori della vetrata nel tentativo di cogliere qualche nota, di carpire qualche parola del maestro, sempre più a suo agio. Tante le battute in dialetto napoletano, le gag, i gesti divertenti coi quali imita il movimento di tanti colleghi. Niente nomi, per carità. Ma c’è quel tal direttore che si muove a scatti come Pinocchio burattino, quel tal altro che dirige con la bocca aperta, quell’altro che tiene la mano sinistra un po’ «cionca». […]

via Muti, lezioni di musica a Napoli: oggi il bis al Conservatorio | Il Mattino