“Pacchia”, “crociera” e la lingua di ricino che si sparge in giro

di Giulio Cavalli per Left

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Tre dichiarazioni a caso:

“È tutto sotto controllo  è tutto tranquillo non c’è problema alcuno” con la nave Aquarius. Andrà in Spagna? Gli hanno chiesto i giornalisti. “Certo non è che adesso possono anche decidere dove cominciare e dove finire la crociera. Mi sembra che l’arrivo sia previsto sabato senza intoppi”.

“Il 99 per cento delle domande respinte è oggetto di ricorso e c’è il business degli avvocati di ufficio che fanno soldi sulla pelle di questi disgraziati e occupano le aule dei tribunali. Anche su questo occorre fare qualcosa”.

“Regeni? Sono più importanti i rapporti con l’Egitto”.

Sono solo tre frasi pescate nel mucchio di bile che vomita ogni giorno Matteo Salvini, quello che ha bisogno di spargere letame tutto intorno per esistere, farsi notare, prendere qualche like e continuare a nutrire le pance affamate del cattivismo che l’ha portato fino al ministero dell’Interno e finirà per sbranarselo. Non lo sa, Salvini, che usare le parole come manganello non è nient’altro che una vigliaccheria di chi vorrebbe apparire come l’uomo dal pugno duro e invece finirà per passare per un patetico bofonchiatore. Non funzionerà per sempre che gli basti aggiungere qualche frasetta da cresimando (come il “lo dico da padre” che ormai usa come intercalare) per evitare di essere smascherato in quella che lui rivende come autorità e invece è l’incapacità di uscire da una campagna elettorale che necessita di un nemico sempre più grande. Finirà come quell’Arlecchino che incapace di controllare la propria fame feroce inizia mangiandosi una mosca e finisce per mangiarsi le sue stesse braccia e le sue stesse gambe.

Arriverà il giorno in cui non basterà questo linguaggio greve e grondante d’odio (perché non è populismo, no, è tossicità linguistica di chi è tossico nel pensiero); non basterà più per distrarre i disperati dalle proprie disperazioni e alla fine avrà allenato all’odio i suoi stessi odiatori.

Poiché la lingua però è un luogo sociale anche nella lingua difenderemo l’etica e la dignità. Anche qui. Sempre. Tutti i giorni. Senza respiro.

(ps: «Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena». «Dal[…]

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Pasolini, Salvini e il neofascismo come merce

di Wu Ming 1

paso

“Nel futuro la storia c’è ancora, e la storia è confusione; benché sia assurdo pensarci, nel futuro immediato ci può essere sempre qualcosa di imponderabile che può togliere ai fascisti quel successo che tutti prevedono ed essi tracotanti si aspettano”. Così scrive Pier Paolo Pasolini nell’appunto 64 del romanzo incompiuto Petrolio.

Stralciato dal testo e letto oggi, sembra un invito a non arrendersi, a non darsi per vinti di fronte all’avanzare dell’ondata reazionaria, xenofoba, razzista e quant’altro. In quell’abbozzo di capitolo, invece, si parla di tutt’altro: un rimpasto dentro l’Eni. Il protagonista del romanzo, funzionario dell’ente in quota “area cattolica di sinistra”, rischia di essere scalzato da “un uomo decisamente di destra, proposto (anzi, quasi imposto!) da Almirante”, ma riesce a conservare l’incarico spingendosi a destra egli stesso. È solo uno dei molti possibili esempi di come estrapolare frasi di Pasolini e cercare di adattarle al presente possa generare ogni sorta di equivoci.

Il tormentone del “Caro Alberto”
Durante la lunga campagna per le scorse elezioni politiche, segnate da due fatti di sangue a chiaro movente razzista (a Macerata il 3 febb[…]

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Pascoli. Come l’aratro in mezzo alla maggese

di Antonio Prete

Giovanni-Pascoli

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

È l’ultimo verso di Lavandare, una poesia di Pascoli nota per essere tra le più antologizzate e studiate nelle scuole. Appartiene alla raccolta Myricae, alla sua terza edizione (1894; la prima edizione è del 1891). C’è subito da dire che questo verso molto bello non è di Pascoli, ma viene da un canto popolare marchigiano che il poeta lesse nella raccolta pubblicata da Antonio Gianandrea nel 1875 (prendeva vigore in quel giro di anni l’attenzione a forme e testi delle tradizioni popolari e la loro trascrizione). Questo passaggio dalla voce anonima alla voce del poeta, dal canto alla scrittura, dal verso popolare alla poesia del singolo è un passaggio che non riguarda solo questo verso ma l’ultima parte del testo pascoliano, dove, più che la voce delle lavandaie, sono messe in for[…]

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“L’Italia è un Paese irreale, il prodotto di 30 anni di televisione trash, e la cultura è soltanto decorativa. Per gli scrittori veri resta un’etica monastica”

di Fabrizio Coscia

monoscopio

Governo ‘verdeoro’, ‘carioca’, grillino-leghista. Si parla di tutto ma non dell’unica cosa che conta. La cultura. La gestione dei ‘beni culturali’. Cioè, l’Italia. Chi vorresti, nel libro dei sogni, tra vivi e deceduti, come Ministro della Cultura? Soprattutto, cosa ne faresti della cultura italiana?

Faccio una premessa che potrà sembrare provocatoria ma non lo è: “politica culturale” è, di fatto, un ossimoro. Non c’è niente di più lontano dalla cultura della politica. E ogni volta che i due termini si sono accostati il connubio è risultato, per la cultura, letale. Penso all’uso propagandistico che il potere totalitario ha sempre fatto dell’arte, ma penso anche ai danni del concetto di «engagement», e a tutte le «cicale scoppiate», come le chiamava Ariosto, per lodare il potente di turno. E penso, naturalmente, a tutti gli artisti perseguitati dai regimi, ridotti al silenzio o costretti all’esilio perché dissidenti o non allineati alle “politiche culturali” dei governi. Ma al di là di questi casi limite, mi pare che in generale politica e arte siano proprio incompatibili: la politica cerca la semplificazione, mentre l’arte indaga la complessità; la politica insegue la menzogna, l’arte la verità; la politica propaganda la coerenza, l’arte rappresenta la contraddizione; la politica lavora sull’attualità, l’arte, quando è autentica, è sempre inattuale. Non c’è possibilità di incontro, a meno che non torniamo nella Roma imperiale di Augusto o nell’Italia rinascimentale, civiltà capaci di conciliare splendidamente l’inconciliabile. Ma oggi siamo piuttosto, se vogliamo restare nella metafora storica, in pieno Basso Impero. E allora vengo alla domanda: che cosa ne faresti della cultura italiana? Io credo che l’unico investimento per la cultura che uno stato potrebbe fare, senza creare danni, è nella scuola, nella formazione. E se guardiamo cosa è diventata la scuola italiana oggi, allora possiamo avere l’idea concreta del fallimento totale, e perseguito consapevolmente, della politica culturale italiana. Del resto che cos’è diventata l’Italia? Un Paese irreale, così irreale da farc[…]

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Philip Roth morto, addio allo scrittore di Pastorale americana: fu premio Pulitzer ma mai Nobel

da Redazione Downtobaker

PhilipRoth

La sua ultima opera è stata Nemesi. Da allora Philip Roth non ha più scritto. Un talento immenso quello dello scrittore statunitense premiato con il Pulitzer nel 1998 per uno dei suoi capolavori, Pastorale americana, ma mai con il Nobel della Letteratura. A 85 anni l’autore leggenda della letteratura statunitense è morto. Discendente di una famiglia ebraica Roth era nato a Newark nel New Jersey il 19 marzo 1933. Sesso, vita e morte narrati avendo ben presente il suo ruolo di coscienza critica. Con il dono di una satira corrosiva e dissacrante ha saputo dipingere la comunità di origine ma anche l’uomo nel senso più ampio. Indimenticabili Il Lamento di Portnoy (1969) e Everyman (2006).

Cresciuto in una famiglia ebraica della piccola borghesia, fu studente brillante; conseguita la laurea in letteratura inglese, insegnò per poco nelle aule dell’Università di Chicago. Nel 1959 esordì con Goodbye, Columbus. Tra questa prima prova e Il Lamento ci sono state opere interlocutorie, ma il suo carnet letterario annovera una lunga teoria di composizioni di livello altissimo spostando la sua penna sulla figura dello scrittore contemporaneo e sulle sue disillusioni, ponendola al centro di una saga caratterizzata da spunti autobiografici ed elementi di autoriflessione. Negli ultimi anni aveva scritto La macchia umana (2003), Complotto contro l’America. Tra le sue opere più recenti occorre ancora citare Indignation. L’ultimo libro è stato Nemesi, opera che si svolge durante una epidemia di poliomielite.

Nel 2011 è stato insignito Man booker international prize. Nel 2012 con una lettera al New Yorker contestò la voce scritta su di lui presente nell’enciclopedia libera Wikipedia in cui veniva identificato con lo scrittore Anatole Broyard il personaggio de La macchia umana. Più volte in lizza per conquistare la medaglia dell’Accademia di Svezia Roth non ha mai ricev[…]

via Philip Roth morto, addio allo scrittore di Pastorale americana: fu premio Pulitzer ma mai Nobel – Il Fatto Quotidiano

La lezione ironica di Piero Angela: “La velocità della luce non si decide a maggioranza”

di Diego Longhin

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“La scienza non è democratica”. Parola di Piero Angela che nell’Arena Robinson, intervistato da Paolo Mauri, torna su questioni attuali, come la paura dei vaccini, oppure il timore delle scie chimiche. Il giornalista divulgatore per eccellenza, padre di programmi come Quark e SuperQuark, che tornerà a luglio con sette nuove puntate, sostiene che “tutti noi abbiamo bisogno di divulgazione scientifica e formazione scientifica, altrimenti ci esponiamo a rischi. I vaccini è un caso. Basta poco per incendiare i discorsi. Cosa fate, i vaccini uccidono i vostri figli, dicono quelli contrari. Ma su che basi? Ci sono stati giornalisti perseguitati per queste cose”.

Angela ricorda un aneddoto del periodo del metodo Di Bella. “Andai a parlare a Milano con Vereonesi e Galoppini per informarmi e documentarmi. Il taxista mi chiese cosa ne pensavo. Io chiesi: E lei? Mi tirò fuori che dietro ci sono sempre le case farmaceutiche, che dietro c’era qualche manovra”.

Lo stesso Angela ha subito cinque processi quando ha attaccato l’omeopatia: “Ho detto solo che l’omeopatia non ha nessun effetto a parte quello del placebo. Un immunologo aggiunse che era come acqua fresca. Mi attaccarono perché non avevo rispettato la par condicio. Insomma, avrei dovuto dare spazio a chi sosteneva l’omeopatia. Io dissi al giudice che non dovevo farli parlare perché la scienza non è un talk sh[…]

via La lezione ironica di Piero Angela: “La velocità della luce non si decide a maggioranza” – Repubblica.it

Luciano Bianciardi: gaddiano e classicista

di Matteo Marchesini

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I nostri scrittori nati negli anni venti, gli ultimi a conoscere una canonizzazione non meramente accademico-editoriale, hanno attraversato in poco tempo un numero straordinario di traumi storici e stagioni culturali. Cresciuti tra prosa d’arte e fascismo, adulti tra neorealismo e dopoguerra, sono maturati poi durante il boom, perdendo le speranze palingenetiche della giovinezza. Spesso hanno trasformato le narrazioni degli esordi in levigati apologhi o in ibride, lutulente opere-mostro, invecchiando tra le ideologie antistoriciste e approdando magari a un maneggevole postmodernismo. È una parabola che si può riconoscere in Pasolini, Sciascia, Calvino: cioè negli autori più celebri di questa generazione. Specie il primo e il terzo, in modi speculari, hanno finto di poter guardare la Storia dall’alto, cavalcando le mode anziché subirle, ed elaborando un sistema stilistico onniattrattivo, coerente come un marchio. Eppure nessuno di loro è dotato di una lingua limpida e prensile come l’assai meno noto Luciano Bianciardi.

Bianciardi sa cogliere le metamorfosi dell’epoca senza perdere lo sguardo di chi si sente un uomo qualunque tra gli uomini, né si ritiene mai investito d’insostituibili mandati tecnici o sociali. Un amore inattuale per i buoni studi storico-letterari, e una quotidianità vissuta a lungo in cerca di amici fraterni (non di modelli, o alunni, o chierici-compagni illuminati) sono forse i tratti che lo hanno salvato dalle sclerotizzazioni identitarie dei colleghi, e che al tempo stesso hanno determinato la sua incapacità ad amministrare un proprio fruttuoso Ruolo. Così, questo maremmano bizzarro ma attaccatissimo al senso comune è stato prima dimenticato e poi tradito dai volgarizzatori del suo antagonismo. Speriamo dunque che questa edizione del Saggiatore serva a leggerlo o a rileggerlo al netto del marketing tendenzioso a cui rischia di cedere ogni “operazione outsider”.

Il piccolo borghese Bianciardi, classe 1922, matura il suo liberalsocialismo studiando nella Pisa di Capitini, Russo e Calogero. Dopo la guerra insegna al liceo di Grosseto, la sua città, e lì dirige la Biblioteca Chelliana, inventandosi un Bibliob[…]

via Luciano Bianciardi: gaddiano e classicista | Doppiozero