Umberto Eco: “maitre à penser, ami à presenter”

di Paolo Fabbri

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In occasione del secondo anniversario della scomparsa di Umberto Eco, pubblichiamo l’introduzione di Paolo Fabbri al libro “Così parlò Umberto Eco”, una raccolta di articoli e interviste rilasciate in francese, inediti assoluti nel mondo arabo, a cura di Ghazi Berro, di prossima pubblicazione dalla casa editrice Dar El Farabi.

In uno scritto del 1992, l’anno precedente alla prima intervista di questo libro, Umberto Eco suggeriva di non fidarsi delle interviste. Sapeva bene che sono spesso legate ad avvenimenti politici o a ricorrenze culturali, oppure a scadenze editoriali, come l’uscita di nuovi libri da implementare e promuovere. Sapeva soprattutto che la reputazione di un autore globalmente affermato – dopo il romanzo Il nome della rosa e il film che ne fu tratto – semplifica e talora distorce i caratteri di un autore che è stato insieme scrittore e teorico, filosofo, semiologo, editore e giornalista.

Ricordo soltanto la sua formazione in estetica all’Università di Torino (con G. Vattimo) che lo ha condotto alla formulazione dell’Opera aperta (1962), poi alla teoria dei segni e alla scrittura romanzesca. Con una tensione coerente, la dialettica tra tradizione e innovazione, l’apertura e la chiusura testuale indicata dai titoli contrapposti di molte opere speculative: oltre Opera aperta, la Struttura assente (1968), Le forme del contenuto (1971), Kant e l’ornitorinco (1997), Dire quasi la stessa cosa (2003), Dall’albero al labirinto (2007) e così via.

Il formato del volume che raccoglie il lungo periodo delle interviste in lingua francese suggerisce accostamenti inediti, aggiunge complessità e complicazioni a questo autore polivalente. Per il loro carattere occasionale e improvvisato le interviste si espongono a ripetizioni, rischiano contraddizioni e lapsus, ma colgono spesso il segno. Il tono di conversazione colta e ironica, condotta con curiosità e cura, permette l’improvvisazione, in cui Eco eccelleva, e la sorp[…]

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Umberto Eco: così ho corretto Il nome della rosa

di Maurizio Bono

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“Ho corretto solo alcune inesattezze e ripetizioni per far piacere a me, cosa di poche righe Rimane come prima”. “I giovani devono apprezzarlo così come era. Chi non legge oggi già non lo faceva”. “In un punto Adso parla di secondi ma è un errore: nel Medioevo quella misura non c’era”. “L’esperienza mi è piaciuta. Ora nel tempo libero rivedrò anche gli altri romanzi”.

Ma allora, Umberto Eco, è vero quanto si dice, che ha riscritto Il nome della rosa per adattarlo a un nuovo pubblico?
Macché: «Boatos estivi – risponde lo scrittore – . Ma le pare che uno che ha scritto un libro che ha avuto e continua ad avere una notevole fortuna vada a riscriverlo?».

Da qualche settimana ne stanno parlando non solo vari giornali italiani ma anche quelli stranieri.
Su Le Monde Pierre Assouline ha scritto «Eco réinvente son Nom de la rose pour les nuls», vale a dire che lo riscrive per i minus habens, per i poveretti. Teleramaha scritto che tutto è nato da una discussione con l’editore americano che aveva chiesto a Eco di adattare il suo stile ai giovani lettori.
El País dice che ha riscritto per la generazione di Internet.

Qui l’autore sgombra il campo dagli equivoci.

Per essere una bufala, professore, quella della “riscrittura” è circolata parecchio…

«E che cosa le debbo dire, siamo in estate, i giorn continua a leggere…

La giornata di quelli con le gambe corte

di Terry Passanisi
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Il famigerato cancello d’ingresso del lager di Auschwitz

Quando mi sento dire con ignobile coraggio “ha fatto ‘anche’ cose buone” di un dittatore guerrafondaio e xenofobo, mi aspetto di sentire, un secondo dopo, quelle stesse persone provare a vendermi, come piazzisti di pentole di plastica e carta stagnola, la loro simpaticissima visione del mondo al motto: “Ma guarda che ho tanti amici extracomunitari”. Svizzeri? “E ne ho pure di gay; sono ‘anche’ bravi: si vestono e ballano benissimo”. A casa loro?
Questi signori, ebbri delle loro convinzioni figlie del più populistico e becero revisionismo storico, del resto, qualche solida base devono – anche – avercela, per essere tanto convinti delle loro affermazioni. Magari la storia no (e nemmeno la musica), ma il razzismo devono avercelo nel sangue. La Giornata della Memoria, nell’indomani, sembrerà già molto, molto corta.

http://video.repubblica.it/mondo/memoria-ad-auschwitz-con-la-sopravvissuta-non-cancellero-mai-il-numero-sul-mio-braccio/295493/296111?ref=RHPPLF-BS-I0-C8-P5-S4.4-T1

“Il numero tatuato sul mio braccio è 76483. Non ho mai pensato di cancellarlo. E’ dentro di me, non è possibile toglierlo”. Andra Bucci è la più giovane sopravvissuta italiana alla Shoah: “Arrivai qui a 4 anni e forse fui fortunata per questo: i bambini si adattano prima”. Entrata ad Auschwitz nel 1944 ad appena quattro anni, in occasione del Viaggio della Memoria organizzato dal Ministero dell’Istruzione, ha accettato di tornare nella fabbrica della morte nazista per testimoniare la sua storia a cento studenti italiani accompagnati dalla ministra Valeria Fedeli. “Venire qui è una sofferenza, è quasi come rivivere un’altra volta quel momento”, racconta Bucci ai giovani.

A cura di Antonio Nasso

L’adattamento di Raúl Ruiz del capolavoro di Marcel Proust

di Terry Passanisi

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Marcello Mazzarella rivive il decadente splendore della Francia fin-de-siècle ne “Il tempo ritrovato” di Raúl Ruiz (1999).

Dopo il rovesciamento di Salvador Allende, nel 1973, il regista cileno Raúl Ruiz decise di emigrare a Parigi. Lì, divenne l’equivalente di un ambasciatore cinematografico del realismo magico, importando una gradita dose di fantasia nel cinema francese. Cineasta prolifico, scomparso nel 2011, Ruiz è stato oggetto di una retrospettiva al Film Society del Lincoln Center di New York lo scorso dicembre, nel 2016. Quello che ci interessa di più, com’è d’uso da queste parti, è la sua più grande rivelazione cinematografica: “Il tempo ritrovato”, il sontuoso adattamento del 1999 della più grande opera letteraria francese moderna – e, probabilmente, della storia della letteratura – “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust.

Ruiz distilla il lavoro di 2300 pagine di Proust in sole due ore e cinquanta minuti, incentrando il film sul volume conclusivo, mentre pesca liberamente dalle sei parti che lo precedono. Il film è costruito da una serie di flashback negli ultimi giorni dell’autore ormai sul letto di morte, quando è in lotta con la malattia per completare il volume finale. Lo scrittore (interpretato da André Engel), scavando nella memoria aiutato da una pila di fotografie, evoca visioni di se stesso prima come bambino precoce (Georges Du Fresne) e poi come adulto (Marcello Mazzarella), età in cui frequenta i dorati reami dell’alta società, dissezionandoli e rendendocene indietro una cronaca minuziosa e caustica.

Gli spezzoni d’azione del film – in gran parte ambientati tra il patriottismo pomposo e la decadenza urbana della Prima Guerra Mondiale – fanno da sfondo all’amicizia di Marcel con il Barone de Charlus (John Malkovich), innamorato del giovane musicista Charles Morel (Vincent Perez); alla relazione possessiva e convulsa con Albertine (Chiara Mastroianni); al rapporto divenuto platonico con Gilberte (Emmanu continua a leggere…

Star Wars, torna il mito con gli ultimi Jedi

di Beatrice Fiorentino

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MESTRE. Niente attesa febbrile, stavolta, a precedere il lancio di “Star Wars: Gli ultimi Jedi”, nuovo capitolo della saga avviata da George Lucas nel lontano 1977, da oggi nelle sale cinematografiche di tutta Italia. Se le aspettative per il precedente “risveglio della Forza” erano state costruite ad arte, tra trailer centellinati sul web e indiscrezioni fatte abilmente trapelare dal set, non si può dire altrettanto per il sequel di Rian Johnson (una scoperta della Settimana della Critica di Venezia del 2005), che arriva oggi in sala senza particolare clamore e quasi atteso al varco, chiamato a decretare una volta per tutte la rinascita o il definitivo tramonto del “mito”. Sfida già raccolta ma non pienamente risolta dal predecessore J.J. Abrams che, una volta imboccata la sua strada, aveva lasciato irrisolte diverse questioni. Johnson riprende la storia esattamente da dove era stata interrotta, da quel viaggio intrapreso da Rey (Daisy Ridley) su un pianeta remoto della galassia, nel tentativo di convincere Luke Skywalker a tornare a lottare nelle fila della Resistenza.

Al fianco degli storici “Luke” (statico Mark Hamill) e “Leia” (la scomparsa Carrie Fisher, alla cui memoria il film è dedicato), ritroviamo tutti i personaggi introdotti da Abrams nel precedente episodio: ovviamente Rey e Kylo Ren, la luce e l’ombra, lo yin e lo yang, il maschile e il femminile contrapposti e complementari; Finn (John Boyega), Poe (Oscar Isaac), che qui acquistano spessore; e altre nuove conoscenze, il Viceammiraglio Amilyn Holdo (Laura Dern), l’ambiguo DJ (Benicio Del Toro), fino a Rose (Kelly M[…]

via Star Wars, torna il mito con gli ultimi Jedi – Tempo Libero – Il Piccolo

Cinque bellissimi libri da leggere a Natale

di Terry Passanisi

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È bene sottolineare che la classifica di questo articolo è assolutamente arbitraria e che i libri indicati, in ordine inverso di preferenza dalla quinta alla prima posizione, non hanno un’ambientazione natalizia, né hanno per forza a che fare con il Natale. Sono libri che, per un motivo o per l’altro, trovo adatti alla stagione, per averli letti a mia volta durante l’inverno, vuoi per la loro capacità di instillare il buonumore in un periodo freddo, vuoi per la loro bellezza intrinseca che salva dalla malinconia delle festività. Inoltre, non è la classifica assoluta dei romanzi che consiglierei, visto che mancano titoli illustri come la “Recherche” di Proust – il romanzo più bello e inarrivabile della storia – e “Il nome della rosa” di Eco, altra pietra miliare della narrativa da non farsi sfuggire nella vita: due romanzi da leggere e rileggere sempre e comunque.

Se aveste già letto i romanzi di questa classifica, mi auguro che le indicazioni vi tornino utili a sciogliere definitivamente il dubbio sui titoli da impacchettare e mettere sotto l’albero per i vostri cari. Soprattutto, regalarli potrebbe essere un metodo sottile e infallibile per comunicare qualcosa difficile da trasmettere a una certa persona: per fare pace con un parente che non vi parla da un po’, ma al quale volete molto bene, oppure per dichiarare il vostro amore segreto a quel qualcuno a cui non avete il coraggio di chiedere nemmeno il nome; ma, soprattutto, se non doveste averli letti, per farvi riprendere fiato, per farvi fermare a riflettere, per sorridere, per farvi conoscere le grandi riflessioni dei loro autori. Per fare di voi, attraverso la loro lettura, delle persone un po’ più felici e soddisfatte. Per farvi pass continua a leggere…

Bruno Bozzetto raccontato da Marco Bonfanti

di Beatrice Fiorentino

Non ci ha entusiasmato, il documentario di Marco Bonfanti. Ma rendere omaggio a un gigante dell’animazione è sempre una buona cosa. Soprattutto se funziona come invito a rivedere i suoi classici.

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Marco Bonfanti, Bozzetto non troppo (2016)

È Bruno Bozzetto in persona, colui il cui nome – assieme a quello di Osvaldo Cavandoli – è tuttora sinonimo di animazione all’italiana, a raccontarsi nel nuovo documentario di Marco Bonfanti Bozzetto non troppo. È lui a spalancare le porte di casa e del suo studio, per guidare lo spettatore alla scoperta del suo lavoro, della famiglia, degli animali domestici –cani, gatti e una pecora – e delle abitudini che scandiscono le sue giornate. Giornate che, se dovessimo ignorare di trovarci al cospetto di una vera e propria leggenda in vita, potrebbero sembrare anonime, persino identiche a quelle di tante persone comuni. Una partita a carte tra amici, i nipotini da prendere a scuola, una passeggiata al lago. Le giornate normali di un “Signor Rossi” qualunque.
E invece quel signore minuto, riservato e sempre allegro (non troppo), alla soglia degli ottant’anni, di comune ha ben poco. In più di dieci lustri di carriera ha ricevuto un Orso d’Oro a Berlino (per Mister Tao), una nomination agli Oscar (per Le cavallette), insieme a dozzine di altri riconoscimenti in tutto il mondo. I suoi personaggi, dal Signor Rossi, icona dell’italiano medio, a Vip, mio fratello superuomo, supereroe mascherato antesignano degli Incredibili a marchio Pixar, rientrano nell’immaginario collettivo tra i più apprezzati di sempre, soprattutto tra gli Anni Sessanta e Settanta.

Sono oltre trecento i titoli che portano la sua firma, tra film corti e lunghi realizzati per il cinema, la televisione e il web, tuttora riferimento e ispirazione per chiunque si accosti o si sia accostato in passato al suo mestiere. E il cartoonist delle meraviglie può vantare anche un altro primato, quello di essere stato tra i prim[…]

via Bruno Bozzetto raccontato da Marco Bonfanti | Artribune