‘La Stanza Profonda’ di Vanni Santoni, cosa resta di Dungeons & Dragons

di Marco Mogetta

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Per un recente addio al celibato ho sperimentato un’escape room con degli amici. Si tratta di un’esperienza di evasione molto divertente nella quale, in un dato lasso di tempo, un gruppo di persone collabora per risolvere gli enigmi necessari a uscire da una stanza in cui si è prigionieri. Al momento della scelta dell’ambientazione abbiamo valutato proposte quali l’antico Egitto o il mondo di Harry Potter ma noi, in ossequio ad anni di cinema di genere, abbiamo scelto la sanguinaria stanza di Saw- L’enigmista.

Dopo un’ora siamo riusciti a venire a capo dell’ultimo rompicapo e, con grande soddisfazione, aperto la porta che ci separava dalla libertà. Mentre recuperavamo i nostri effetti personali ho discusso con uno dei responsabili che confermava una mia sensazione: tra i loro clienti figurano molte aziende importanti che usano queste strutture per aumentare, in maniera efficace e divertente, il livello di team building dei loro dipendenti. Il gioco è sempre seguito da un’altra stanza da un membro dello staff che, in caso di necessità, può essere chiamato a dare un consiglio, svolgendo la funzione di dungeon master, il deus ex machina dei giochi di ruolo.

Così, tra compagni ammanettati al pavimento, enigmi cifrati e giochi di specchi, mi sono ritrovato a vivere in prim[…]

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Il Gruppo 63, quarant’anni dopo

di Umberto Eco

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Riunirsi non vent’anni ma quarant’anni dopo può avere due funzioni, o profili. Una è la riunione dei nostalgici di una monarchia, che si ritrovano perché vorrebbero che il tempo tornasse indietro. L’altro è la riunione dei vecchi compagni della terza A, nel corso della quale è bello rievocare il tempo perduto proprio perché si sa che non ritornerà più: nessuno pensa che si voglia tornare indietro, semplicemente si sta recitando il proprio longtemps je me suis couché de bonne heure, e ciascuno assapora nei discorsi degli altri la propria madeleine inzuppata nell’infuso di tiglio. Spero che questo nostro ritrovarci abbia più del simposio tra vecchi compagni di classe che del complotto di vandeani nostalgici, con un solo correttivo. Che ci si riunisce anche per riflettere su di un momento della cultura italiana, rileggendolo col senno di poi, per capire meglio che cosa sia avvenuto, e perché, e per aiutare i più giovani, che non c’erano, a comprenderlo meglio. Nella fattispecie, poiché non sapevo in anticipo chi avrei trovato in questa sala, ho pensato ad alcune annotazioni sull’ambiente culturale di quarant’anni fa, dirette principalmente a chi non c’era, e non a a tutti i sopravvissuti che ritrovo con grande piacere ma che, come era d’uso allora, mi contesteranno che tutto quanto avrò detto era sbagliato. Riandiamo dunque alle origini, e poiché parliamo qui a Bologna, nel ricordo ancora indimenticabile di Luciano Anceschi, ricordiamo che in principio era il Verri.

Il Verri

Mi ricordo benissimo di quel maggio 1956 in cui Anceschi mi ha telefonato. Lo conoscevo di fama. Che cosa poteva sapere lui di me? Che da meno di un anno e mezzo mi ero laureato a Torino in estetica, che vivevo ormai a Milano e stavo frequent[…]

Leggi tutto il contributo: http://www.umbertoeco.it/quarant’annidopo.pdf

 

Pagine a prova di alunno. La letteratura e le scuole difficili

di Roberto Contu

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Volavano le sedie.

Sono entrato in classe per la prima volta a ventisei anni non compiuti. Venni convocato a inizio ottobre in un istituto professionale statale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) della provincia di Perugia, per una supplenza in Italiano e Storia che poi durò tutto l’anno. Ricordo bene il bacio di mia moglie prima di uscire di casa e il maglioncino di cotone morbido che ritenni adatto per il mio primo in assoluto giorno in cattedra. Poi venti minuti di macchina, durante i quali ascoltai un po’ di radio senza sentire nulla, ebbro della constatazione che finalmente il momento sognato fin dai tempi del liceo fosse finalmente arrivato. Parcheggiata l’auto nel grande piazzale gremito di motorini, per un attimo mi sentii felice e mi beai tra me e me: «prof. Contu, suona bene». Varcata la porta della scuola chiesi degli uffici a una signora in camice blu seduta in portineria. Venni accompagnato alla segreteria del personale da dove mi spedirono immediatamente in presidenza: il dirigente mi stava aspettando. Ovviamente non colsi l’anomalia che intesi invece come ineccepibile cortesia. Bussai alla porta, il preside mi fece accomodare all’istante. Ricordo il doppiopetto, la cravatta, gli occhialetti da ragioniere. «Benvenuto professore». In cinque minuti venni messo in guardia sulla «terribile I°E meccanica» che aveva già collezionato tre consigli straordinari in meno di un mese di scuola. Venni congedato con un «le auguro buon lavoro professore, vedo che è molto giovane, se la saprà cavare». Non mi resi conto del messaggio, salutai con un bel sorriso di circostanza e mi avviai verso il mio battesimo scolastico. Ricordo vagamente il percorso di avvicinamento alla classe, erano le circa undici di giovedì mattina, questo lo so per certo perché mi dissero che avrei dovuto tenere, mi dissero proprio «tenere», la I°E meccanica durante le ultime due ore di lezio[…]

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Sarà un capolavoro – Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori

di Leonardo Luccone

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Se è vero che la scrittura è soprattutto sudore e dedizione, se è vero che la scrittura è in grado di intrappolare le vibrazioni più recondite, allora queste lettere, così organizzate, sono una biografia di F. Scott Fitzgerald. Uno sguardo angolato che accorpa i frammenti di vita con il mastice dei diari, che allinea i mattoni della bêtise con la malta della scrittura.

L’antologia edita da minimum fax possiede davvero una completezza biografica. Osserva, attraverso lo scandaglio dello scambio epistolare, gli anfratti di un’esistenza schermata in superficie da un luccichio ingannevole. Perché si è portati ad alimentare una drammaturgia glamour, quando ci si pone di fronte alla parabola scoppiettante di F. Scott Fitzgerald, storditi dal fascino irradiato dal talento e dai suoi misteriosi effetti collaterali. Ma appunto “Sarà un capolavoro – Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori” racconta la fatica dello scrittore, la passione ardimentosa, le incalcolabili debolezze, la consuetudine alla generosità, testimoniata anche dalla moglie Zelda, che tre giorni dopo la morte di Fitzgerald rivelò: “Ha dedicato notti su notti a lavorare sui manoscritti di altri, a spostare paragrafi e a dare qualche buon consiglio, perfino quando era troppo malato per prendersi cura di sé”.

Circoscritti e ben definiti gli argomenti trattati nelle lettere inviate e ricevute dallo scrittore statunitense, suddivise, all’interno della raccolta, in cinque capitoli che coprono un arco temporale di ventitré anni, da i “Primi successi (1917-1922)” a “Le luci opache di Hollywood (1937-1940)”.

Problemi di soldi, innanzitutto. I debiti incalzano quasi implacabilmente Fitzgerald, che chiede anticipi e prestiti, e al contempo si ingegna per onorar[…]

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Le solite cose (non sospette) che salvano il mondo

di Terry Passanisi

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Scommetto “my two cents on” che questo articolo, da qualcuno in particolare, sarà etichettato come buonista; definizione che oggi, fino a prova contraria, si spende e si porta un po’ su tutto.

Parliamoci chiaro: In Italia, nel 2017, è ancora permesso a taluni quotidiani nazionali di professare la Reductio ad Hitlerum, con titoli e articoli a dir poco surreali e sgradevoli fondati sul più losco razzismo. Anzi no: fosse almeno quello, sapremmo che chi li congegna non è una marionetta subdola al soldo di un potente in cerca di vantaggi politici.

A fronte dello spregio che alcuni (presunti) giornalisti fanno dell’informazione e della cronaca, provo a rispondere. Perché, sotto sotto, il problema più grande è proprio questo: avere persa la bussola, tutti, grazie al gioco delle tre carte di un sistema più grande di chi l’ha generato, e gestito, per sete di potere e ambizione, nondimeno l’ignoranza più bieca dell’attuale classe dirigente. Perché i corsi e i ricorsi storici avrebbero già dovuto insegnarle qualcosa, per l’appunto, su qual è la colpa di ignorare – o fare finta di  continua a leggere…

Leggere i “Promessi Sposi” per capire la psicologia dei complottisti sui vaccini

di Ilaria Gaspari

Ci fanno studiare Alessandro Manzoni per “pubblicizzare l’epidemia” (sic!)

promessi

L’opinione di quelli che i poeti chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico” a volte crea cortocircuiti esilaranti. Se avete riconosciuto le parole fra virgolette, che questi tempi fanno risuonare di sinistri sottintesi (oltre che del sontuoso snobismo di Orazio), è probabilmente perché a scuola avete studiato “I Promessi Sposi”, e quella frase è andata ad ammonticchiarsi nel gran bric-à-brac delle memorie scolastiche, tra emistichi di poemi epici, cavalline storne, fotosintesi clorofilliane, giacimenti di bauxite, lune e selve oscure. Compare nel trentunesimo capitolo, che illustra il diffondersi della peste a Milano. Attraverso i documenti dell’epoca Manzoni ricostruisce il dilagare dell’epidemia, che monta piano piano, in una costellazione di casi sporadici, di allarmi inascoltati, di indifferenza e provvedimenti stravaganti delle autorità. Racconta la paura che cresce, e l’ostinazione a ignorarla. Fra molti episodi notevoli, ce n’è uno che riguarda il medico ottantenne Lodovico Settala, il quale, essen[…]

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Qual è il futuro delle lingue classiche?

di Dario Iocca

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Perché preservare il patrimonio classico in un mondo orientato a una concezione utilitaristica dell’istruzione.

In un passo tra i più divertenti della sua autobiografia, Winston Churchill racconta il suo primo contatto, a sette anni, con il latino. Il maestro inizia la lezione consegnandogli un foglio con la prima declinazione da imparare a memoria, destando confusione nel giovane:

“Posso sapere cosa vuol dire?”. “Vuol dire quello che dice. Mensa, la tavola”, ripeté. “E come mai mensa vuol dire anche, O tavola?”. “O tavola è il caso vocativo. Questa espressione lei la può usare per rivolgersi a una tavola, per invocare una tavola”. “Ma è una cosa che non faccio mai” mi lasciai sfuggire in preda a un’onesta sorpresa. “Se fa l’impertinente sarà punito, e punito molto severamente, le posso assicurare” fu la sua risposta finale.
L’aneddoto dell’ex primo ministro britannico rappresenta un’istantanea abbastanza fedele, per quanto colorita ed estremizzata, di un approccio mnemonico e coercitivo dell’insegnamento delle lingue classiche che vige nelle scuole italiane, quasi nelle stesse identiche modalità, dalla riforma Gentile del 1923 ad oggi. Un’impostazione didattica che non è certo di matrice esclusivamente neoidealista, ma ha radici più profonde che risalgono almeno all’inizio del XVIII secolo, periodo in cui il declino del latino parlato porta alla costituzione di un metodo traduttivo affine a quello del greco, incentrato sugli aspetti morfosintattici della lingua. In questo processo le competenze strettamente linguistico-comunicative vengono meno e le lingue classiche diventano sempre più un sapere formale ed elitario, le cui motivazioni d’apprendimento si riducono a un modello tripartito sopravvissuto fino ai giorni nostri. Lo studio delle lingue classiche aiuta a: 1) migliorare la padr[…]

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