di Jacopo Zonca

Nato a Firenze nel 1982, Edoardo Rialti è uno dei più illustri traduttori nostrani, specializzato in fantasy e fantascienza e promotore di scrittori di genere all’interno della nostra realtà editoriale. Tra le tante versioni, spiccano i nomi di George R. R. Martin per il quale ha tradotto “Fuoco e sangue”, e soprattutto quelli di Joe Abercrombie (nuova edizione in collaborazione con Stefano Giorgianni) e Richard K. Morgan, considerati i sovrani del fantastico oscuro, disperato e violento, il cosiddetto Grimdark fantasy. Oltre al suo lavoro di traduttore, Rialti è anche un curatore editoriale di vaglia in grado di proporre al grande pubblico titoli importanti e in edizioni pregiate grazie alle collaborazioni con diverse realtà editoriali, ultima tra le quali Ne/oN, costola di edizioni E/o che, tra i tanti titoli, si propone di ripubblicare una serie di romanzi autoconclusivi di Joe Abercrombie da tempo fuori catalogo. Per Bompiani, è co-curatore della collana in dodici volumi della Storia della Terra di Mezzo di Tolkien, della nuova edizione de Le cronache di Narnia (Mondadori) e, attualmente, sta traducendo per Adelphi C. S. Lewis.
Edoardo, benvenuto su Downtobaker e grazie per aver accettato il nostro invito. Partirei chiedendoti di raccontare qualcosa di te, quando è nata la tua passione per la letteratura e quando hai capito che poteva diventare un mestiere?
Grazie per l’invito gentile. Cerco di indulgere meno che posso nell’autobiografismo, l’io è il più infame dei pronomi, constatava Gadda, e c’è fin troppa auto-narrazione, oggi, nella comunicazione culturale, dove “fare lo scrittore” divora sempre più lo spazio dello “scrivere e basta”, ammoniva già Flannery O’ Connor. Mi limito quindi a dire che non ho memoria di me senza che certe storie non costituissero già lo sfondo o l’orizzonte del mio sguardo, dalla scena di Odisseo che getta i panni lerci da vecchio mendicante, ringiovanisce e tende l’arco d’oro, al fantasma di Canterville nel racconto di Wilde o all’assedio del Fosso di Helm. Leggere e scrivere sono sempre stati tutt’uno, per me, e le tre dimensioni della mia stessa narrativa, si quid est, della traduzione e della critica (e dell’insegnamento) sono solo altrettante facce del medesimo prisma da sempre, approfonditosi nel tempo e assecondato nelle scelte di studio e lavoro, di “restare” in quello spazio in cui io per primo sono costantemente raggiunto da qualcosa di cui non posso fare a meno per guardare e camminare in questo mondo. Le storie sono spazi in cui la nostra libertà ha modo di muoversi ed esercitarsi nelle sue scelte. È strano ma commovente che si debba così tanto a dei fantasmi, mani tese e abbracci e sorrisi da stelle ormai spente o ancora da sbocciare, in una spirale dove la distanza e il tempo non conta più, e agisce con strani riflussi di marea, direbbe il principe Hjel di R. Morgan, ma possiamo solo misurare la realtà di qualcosa dalla quantità di amore che suscita in noi, notava un personaggio di R. Hutchinson, e per quel che vale io sottoscrivo.
C’è qualcosa che mi ha sempre incuriosito nel mondo della traduzione. Volendo fare un parallelismo cinematografico, possiamo parlare di una sorta di doppiaggio letterario, voglio dire che oltre a tradurre, occorre restituire al lettore/spettatore, quelle emozioni, il calore, il mondo e le intenzioni dell’autore. Hai tradotto libri davvero imponenti per mole e complessità… quali sono i sentimenti che ti accompagnano durante la lavorazione? Ti capita di emozionarti o a volte ti senti più esecutore che artista?
Poter trascorrere mesi – se non anni – nel lavoro per trasportare certe parole-immagini di grandi autori nella propria lingua sono un privilegio, una emozione e una gratitudine costante. Il paragone col doppiaggio ha un suo fondamento, ma credo si potrebbe citare anche la specificità di ogni diverso musicista nel suonare uno spartito (Michelangeli ci restituisce Beethoven in modo diverso e uguale da Gould), un attore nel recitare una battuta, o, per chi come me ne è praticante, la relazione fluida di scambi nel judo tra tori e uke. La passività, la ricettività del traduttore, il suo fare spazio alle parole dell’autore tradotto, è una esperienza attiva. Un traduttore è, per così dire, anche un lettore che esce allo scoperto. Tutti i lettori “traducono”, perché compiono ancora una volta l’opera che leggono, la fanno riaccadere in sé, se ne impastano, danno inflessione ai dialoghi e colori alle immagini. “Vedono”, danno voce dentro di sé, a Genji o Zivago o Lolita. E poter indugiare nello “spazio” che le parole originali dell’autore hanno saputo creare, e interrogarsi su come renderle nella tua lingua, resta a sua volta una costante e grande scuola di apprendimento, nella misura che ti è possibile. Ho imparato e imparo moltissimo come scrittore. Ci sono intere costruzioni sintattiche, ossia anche di pensiero, soluzioni, balzi, nessi che ti educano molto nel tradurre certi scrittori. Come scalare una montagna in compagnia di un grande maestro che tu, più dal basso, rimiri sfrecciare di sasso in sasso come una capra, trovando appigli che a te parrebbero inesistenti, per poi tentare, come puoi, faticosamente, di fare lo stesso. Ti sbucci le ginocchia e rimbalzi e scivoli indietro, ma proprio per questo è anche un gran divertimento, e la vista intorno si allarga a ogni passo.

Abercrombie, Morgan, Martin. Sono tutti scrittori ben incasellati da un punto di vista commerciale, eppure li trovo diversissimi; Martin ha scritto molta fantascienza e anche Morgan. Il primo ha creato un mondo, quello de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”, dove le tradizioni, le dinamiche, la mentalità e le nomenclature medievali di classe e casata sono centrali, mentre Morgan ha scritto una trilogia fantasy, “Cosa resta degli eroi”, di ambientazione sicuramente medievale ma nella quale si riscontrano elementi al limite della fantascienza. In Abercrombie invece si avverte una volontà di trasportare il fantasy in epoca rinascimentale con alcune contaminazioni steampunk. Tra questi tre, qual è più facile da tradurre e con quale invece sono sorte delle difficoltà?
Non saprei dire in generale, dipende sempre dalla circostanza singola. Non riesco a fare classifiche. Il Martin di “Fuoco…” offriva un racconto dal tono volutamente e uniformemente cronachistico, con pochi sbalzi o mutamenti o scatti o contaminazioni (perlopiù affidati a una sorta di contro narratore come il nano-buffone Fungo), come se l’intero libro fosse il manoscritto ritrovato e vergato d’un antico maestro della Cittadella, al pari di certe appendici ne Il Signore degli Anelli più ancora che il Silmarillion. Non si può parlare quindi propriamente di romanzo. Bisognava attenersi a quello stile senza scadere nella monotonia ma anche senza incepparsi. Abercrombie e Morgan nelle loro opere invece hanno taluni elementi in comune, la “contaminazione” del fantasy cosiddetto classico e dei suoi topoi con le suggestioni di altri “generi” – in primis il noir. Come spesso accade nella scrittura di pregio, si tratta anche di una costante operazione metaletteraria, che riprende e varia altre voci, da Dumas a Moorcock a Ellroy, l’antimilitarismo di Heller o il western alla MacMurry, e che rende un tributo – anche quando stravolge o parodizza – Tolkien o Anderson. Tuttavia, pure nel loro caso sussistono differenze significative e stimolanti. L’ironia brillante di Abercrombie, il continuo guardarsi allo specchio dei suoi personaggi in un complesso gioco metaletterario, è ben diversa dal sorriso amaro, insanguinato dell’hardcore postpunk di Morgan, così duro e lirico e straziante assieme, come una scogliera frastagliata, gravata da un cielo nero che improvvisamente si apre in una dolce baia sotto la luna. I termini che più attingono alla fantascienza possono essere particolarmente difficili da rendere – l’inglese sa essere molto sintetico e denso, sebbene chiaro, e su questo fu complesso ma stimolante lavorare su Pierce Brown- in italiano, così come quelli più immediatamente riconducibili al fantasy (i termini geografici, topografici o i titoli onorifici) devono a loro volta trovare una consistenza non vagamente e facilmente fiabesca restando limpidi e non – a loro volta – eruditamente aulici.
Rispetto ai grandi romanzi di J. R.R Tolkien, dove bene e male sono nettamente distinti, all’interno di questo tipo di Fantasy, oltre a una forte dose di violenza e crudeltà, i confini sono estremamente sfumati. Pensi che il grimdark sia una normale evoluzione, una componente che era già in essere all’interno del genere, oppure qualcosa che, dal momento che riscuote successo, venga sfruttato per fare cassa? Perdona la brutalità ma dati i romanzi di cui parliamo…
La forza di Tolkien quale spartiacque o Montagna Solitaria del fantasy contemporaneo è stata e resta tale da cancellare – quasi fossero tracce nella neve – come anche la sua sia stata una opzione possibile, un certo modo di scrivere letteratura fantasy, travolgente per la sua forza ma , appunto, specifica. Coeve al suo tentativo, e addirittura antecedenti, c’erano altre opzioni (a questo tema ho dedicato, per come sono riuscito, un saggio lungo per i Quaderni di Arda – così come diversi articoli sull’Indiscreto) nelle quali l’orizzonte morale e immaginativo del fantasy – e di conseguenza anche lo stile narrativo – era assai diverso. Si pensi, solo per citare nomi coevi o di poco antecedenti, a Morris, Haggard, Eddison, o Anderson, i quali a loro volta guardavano alle stesse fonti di Tolkien, dalle saghe norrene o Beowulf, valorizzandone o riprendendone aspetti molto diversi. Seguiranno poi le generazioni di Moorcock o Cook, e poi ancora Martin, Abercrombie, Morgan, Kameron Hurley… Il cosiddetto grimdark costituisce dunque tanto una “reazione” di generazioni diverse a una eredità massicciamente tolkieniana (sebbene spesso si tratti di un Tolkien a sua volta diluito e banalizzato nella sua immensa complessità narrativa) quanto il ritorno o la ripresa, nelle diverse priorità delle generazioni contemporanee, di suggestioni e strade immaginative molto, molto più antiche, che però paiono fornire un orizzonte immaginativo alle questioni esistenziali, sociali e conoscitive del nostro tempo. Se Tolkien è il John Ford del Fantasy, autori come Martin o Morgan o Abercrombie ne sono i Sergio Leone o addirittura i Tarantino.

Vorrei fare un gioco e spero che i tre autori mi possano perdonare: dimenticati di essere un traduttore e pensa di essere un lettore che si trova tra le fiamme del Monte Fato. Per salvarti, tra Abercrombie, Martin e Morgan ne puoi scegliere solo uno. Anche se ami tutti e tre, devi fare una scelta. Se questa domanda ti mette nei guai non rispondere (eh eh… ndr)
Piuttosto mi butto giù io e festa finita, così i lettori possono continuare a godere di tre autori così meritevoli.
Credo per uno scrittore, il Fantasy e la Fantascienza siano macrogeneri estremane difficili da trattare. Oltre alle diverse ibridazioni, concepire un romanzo di questo tipo implica una costruzione a priori complessa, un worldbuilding mastodontico (nel caso di Martin soprattutto) che poi viene distillato all’interno dell’opera. C’è un lavoro che fai anche tu prima di cominciare a trattare un testo, voglio dire, studi materiali già esistenti o parli direttamente con gli autori?
Certamente, come per ogni opera d’arte di valore, il singolo testo non dialoga semplicemente col resto della produzione di un autore (che è il primo spazio di cui essere consapevoli) ma anche con quanto cita o a quanto reagisce, per immedesimazione o per contrasto. Se è possibile confrontarsi con l’autore medesimo, ciò costituisce sempre una risorsa preziosa, oltre che un modo per mostrare rispetto, e ho avuto la fortuna di poter dialogare con molti degli scrittori che ho tradotto. Bisogna essere tanto sincronici che diacronici, cogliere il dialogo che una singola opera intesse con le altre dello scrittore, con quelle coeve altrui ma in dialettica esplicita-implicita con la sua scrittura, e anche le genealogie interne, i debiti, le citazioni, i rimandi, le parodie, che spesso valicano eccome i confini dei cosiddetti generi. Un traduttore è anche un critico-storico della letteratura, e della cultura in generale, giacché certi autori si sono formati anche col cinema, o con i fumetti (pensiamo a S. King). Abercrombie cita tanto Tolkien e Martin quanto Machiavelli e le tragedie di vendetta elisabettiane, il Dickens di Tempi Difficili o i revenge movies britannici degli anni ‘70. In Morgan ci sono riverberi tanto della cultura giapponese quanto della Los Angeles di Ellroy, ma anche dei saggi darwiniani di Richard Dawkins. Martin in certi passaggi di “Fuoco…” rende dei piccoli omaggi a Lovecraft e Dunsany, ma anche a personaggi storici reali come Eleonora d’Aquitania. A tutto questo si somma poi quello che ha plasmato gli occhi e le parole del traduttore medesimo, la sua mappa di riferimenti e risorse che formano la sua costellazione privata e allenano la muscolatura immaginativa e linguistica. Per lavorare su certi capitoli nei “Luoghi Grigi” di Morgan, sono tornato a leggere le poesie costiere di Sylvia Plath, stabilendo un nesso che avvertivo tanto elusivo quanto reale e fecondo. Per tradurre, come per scrivere, serve niente meno che tutto, tutto quello che aiuta a restare nella vita della lingua, un lavorio a strati che sprofondano nell’inconscio. I debiti verso gli altri traduttori in questo senso sono innumerevoli e costanti. A volte le soluzioni ti vengono non da ciò che ricordi esplicitamente di aver letto o cercato (le saghe di Egill o Njall per Tolkien, il Vangeli o Dante per Lewis…) ma da quanto hai comunque intercettato e si è depositato sul fondo, anche mentre non pensavi affatto alla traduzione medesima e ti godevi, “per conto tuo”, Yourcenar o Camus o Mary Renault o Undset o Walter Siti.
Una volta, George R. R. Martin ha dichiarato: “Il fantasy e la fantascienza sono entrambi dei gelati, uno è al gusto di fragola, l’altro al cioccolato. Sono profondamente diversi, ma hanno entrambi un ottimo sapore”. Rimanendo su questa metafora, che secondo me calza a pennello, vorrei approfondire il rapporto che hai con Richard K. Morgan, per il quale hai tradotto e curato la sua meravigliosa trilogia Fantasy, mentre la trilogia di “Altered Carbon” è stata tradotta da Vittorio Curtoni. Penso che la fantascienza di Morgan sublime, specie il secondo libro della saga, “Angeli spezzati”, è una fantascienza irrorata di cyberpunk, ma anche di fantascienza militare e altri generi come il noir… tuttavia, è tanto bella quanto complessa, nella sua struttura narrativa e nella sua densità di genere. Parafrasando Martin, quale dei due gusti preferisci da lettore e quale, secondo te è più stimolante da tradurre.
Vittorio Curtoni, come Sergio Altieri, sono stati traduttori grandi a cui devo molto per diversi motivi, e che ho spesso riletto e, per come possibile, cercato di omaggiare in modo esplicito e implicito. Certe soluzioni in “Quel che resta degli Eroi” sono proprio un innesto sulle sue scelte nella trilogia sci-fi. Non ho tanto preferenze previe di genere, proprio perché i generi stessi sono solo delle finestre da cui affacciarsi sul mondo. Ci sono aspetti dell’esistenza che possono essere contemplati solo leggendo di un umano modificato geneticamente che ha appena compiuto una strage su un’astronave che si inoltra nel vuoto siderale, e altri che tornano a colpirci con forza rinnovata se leggiamo di un incontro con gli elfi in una radura. Che genere è l’Odissea, o Delitto e Castigo? Ciò che mi convince e coinvolge e nutre è tanto il cosa che il come, la voce, lo stile di una scrittura. Qualcosa in noi assentisce tanto guardando Solaris coi suoi spettri del passato che tornano ancora e ancor, quanto ascoltando una registrazione audio di Seamus Heaney che legge la sua traduzione di Beowulf. In ogni grande libro le risorse dei generi si fondono in una esperienza compiuta, in fondo inestricabile, che ti fa semplicemente dire “Sì, la vita è anche questo”, che si tratti di una lite tra due sposi nella provincia francese dell’800 o di un duello in cerchio di scudi, tra sputi, urla e acclamazioni nel fango sporco di sangue o dei pescatori caraibici presso cui riaccade l’Iliade. Più che i generi, sono le singole storie e voci a contare davvero, e, ad esempio, portare a compimento in italiano Quel che resta degli Eroi è stato uno dei viaggi di scrittura che mi ero ripromesso come voto personale, per il debito senza confine che devo a quei romanzi e a quei personaggi. Ci sono storie e voci nelle quali incontri allo specchio qualcosa di tuo altrimenti irraggiungibile, mai così chiaro e intenso prima, non comunicabile altrimenti che in quel mosaico di parole e scene e dettagli, prima durante e dopo qualunque definizione, ma che ha lo strano conforto di farti anche tornare a casa, più lontano delle stelle e più prossimo della tua giugulare, parafrasando un detto arabo.
Da un punto di vista commerciale, questi generi hanno un fortissimo potenziale, eppure a volte, a distanza di pochi mesi dall’uscita, alcuni titoli risultano introvabili, se non a prezzi altissimi. Sapresti dire perché?
Credo ciò partecipi del più vasto problema della vita asfittica dei libri nel gonfiore tumorale del mercato italiano, dove tutto si gioca in tempi così brevi, ansiogeni e viene rimpiazzato sugli scaffali in una produzione drogata da risultati immediati in una specie di scommessa sui cavalli da corsa nella quale si prenotano spazi per libri che poi verranno restituiti al distributore solo perché quell’anticipo consente di andare avanti e stampare altri libri ancora, nella speranza di scovare e lanciare il vincente da bestseller. Questa iperfetazione nuoce profondamente alla vita dei libri, alla loro diffusione discussione e si piega al ricatto banalizzante di tutto ciò che può garantire una visibilità immediata, il vezzeggiamento di recensioni che sono riassunti delle quarte di copertina, video banali di sedicenti esperti-appassionati che in realtà vogliono spesso acquistare credito presso le case editrici medesime (magari perché hanno a loro volta un libro nel cassetto), la trasformazione degli scrittori in personaggi, la riduzione dei libri medesimi a prodotti di consumo sempre uguali, anziché valorizzare spazi autentici di comunità e dibattito letterario. Un esempio virtuoso per contrasto è quello che è stato creato negli anni da Wu Ming. Che la presenza di un libro nel sistema circolatorio del nostro panorama letterario si debba giocare nei trenta giorni della sua uscita è una infamia. Occorre difendere e valorizzare ciò che ci riconsegna luoghi e tempi per una esperienza culturale non meramente consumistica. I lettori stessi hanno una grande fondamentale responsabilità al riguardo.
Ho cominciato a leggere i romanzi di Joe Abercrombie da poco e mi ha conquistato subito. Trovo straordinaria la sua capacità di fondere le epoche e creare personaggi intrisi di quell’umorismo crudele, da bassifondi, tipico di una certa letteratura britannica. Nei prossimi mesi usciranno altri titoli di quello che, giustamente, viene considerato “Il signore del Grimdark”. Che cosa diresti a un lettore che non bazzica il mondo fantasy perché non interessato al genere o perché spaventato dalla mole dei libri, ma ha comunque voglia di scoprire una voce come quella di Abercrombie?
Non credo esistano tecniche pubblicitarie per invogliare a fare un’esperienza verso la quale si è chiusi o riottosi, o almeno a me non riescono. Chi non ha speranze non solo non scrive romanzi, ma nemmeno li legge, notava sempre Flannery O’Connor, perché non vuole aspettarsi di essere cambiato da qualcosa, e leggere è un modo, drammatico e bello, di fare esperienza della realtà. Come invogliare a viaggiare chi non desidera farlo? Che il viaggio sia lungo o breve. Qualcosa deve scattare in noi, o essere già presente come seme, come succede a Bilbo quando ascolta il canto dei nani a Casa Baggins, e allora, toccato da parole e musica, desidera uscire e vedere le montagne, impugnare la spada anziché il bastone. Guardò fuori dalla finestra, scrive Tolkien. Bilbo è già partito, senza ancora muoversi. Joe Abercrombie è semplicemente un grande scrittore, ironico, duro e lirico insieme che sa consegnarci al tempo stesso un mondo nuovo, altro (perché passare del tempo con mercenari ubriaconi, maghi banchieri, guerrieri sfregiati, cariche di cavalleria? Chi non abbia già la risposta in sé non potrà essere convinto dall’esterno, né deve) e il vecchio reso esplicito, parafrasando Eliot: proprio in quella storia e in quell’universo remoto si palesa ancora una volta quello che è già vivo e operante in questa nostra esistenza, le ombre e le vigliaccherie annidate nei nostri sogni, l’idiozia violenta della retorica, i moti segreti per cui nessuno è mai il mostro della propria storia sebbene sia così facile esserlo in quelle altrui, il coraggio e la dedizione sporche ma reali che scorrono anche nel fiume limaccioso delle nostre esistenze spezzate.
Come ultima domanda ti chiederei a cosa stai lavorando… Se possiamo aspettarci qualcosa di nuovo da Morgan o Abercrombie… E poi ti chiederei qualcosa su cui i fan si arrovellano da anni: secondo te, George R. R. Martin riuscirà mai a concludere “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”?
Sto traducendo Till we have faces di C. S. Lewis, l’ultimo romanzo che pubblicò in vita, forse il meno noto come grande diffusione; eppure, il preferito di Lewis stesso e di chi conosce meglio la sua opera, e a ragione. Una grandiosa rinarrazione del mito di Amore e Psiche, una meditazione lirica sulla natura profonda dell’amore e del possesso e della gelosia. E’ uno dei libri che ho amato di più da quando avevo diciassette anni, e ricordo ancora distintamente cosa provai a finirlo, cosa mi fece “vedere” e da allora è rimasto nel mio sguardo. Morgan ha appena pubblicato un nuovo romanzo del tutto indipendente dai precedenti, fantasy o sci-fi, No man’s Land, nel quale le trincee della Prima Guerra Mondiale si intrecciano a loro volta col fantasy, mentre Abercrombie credo abbia appena annunciato il secondo volume de suo nuovo mondo di Devils, di cui il primo è stato tradotto da Stefano Giorgianni che con me co-cura le nuove edizioni dei suoi vecchi stand-alone de “la Prima Legge”. Quanto a Martin, come ha ammesso lui stesso, speriamo di non trovarci nella situazione dell’Edwin Drood di Dickens: per molto tempo mi sono ritrovato nelle parole di Neil Gaiman: Martin non è la vostra puttana. Come dissi dialogandone con Vanni Santoni qualche mese fa sul Corriere Fiorentino, e riprendo ed estendo quelle parole, non abbiamo diritto alcuno sull’immaginazione di un autore, sui tempi e modi e sulle scelte della sua scrittura. Un’opera non è un pacco di cui lamentarsi del ritardo di consegna o perché non va a finire come volevamo. Al tempo stesso bisogna ammettere che i rapporti intricati e spesso ondivaghi e ambivalenti dello stesso Martin col vasto universo transmediale in cui sono tracimate le sue opere, il suo essere anche autore e produttore televisivo (per sua natura un linguaggio che tende ad ampliarsi in mille rivoli ed estensioni e prequel e sequel) ci ha condotto nella situazione controversa di un adattamento che precede l’adattato, caso più unico che raro, con una gigantesca, pressoché sconfinata, pressione esterna di aspettative, richieste e proteste ogniqualvolta Martin stesso ha annunciato qualche collaborazione o progetto diverso da Winds of Winter. Non so quanto sia facile assecondare quanto la tua stessa narrativa ti chiede dall’interno, quando il mondo esterno aspetta al varco e magari sta già dichiarando cosa vorrebbe leggere. Stephen King lo aveva a suo modo raccontato con ironia sinistra in Misery. Speriamo la Musa aiuti Martin a recidere il “nodo di Mereen”, come lo hanno definito alcuni, se è quello che grava davvero, e offrirci comunque una bella grande storia che in qualche modo aggiri – se può – questa superfetazione facendoci dire ancora una volta quel “Finalmente” che già i capitoli precedenti ci avevano fatto assaporare: al tempo stesso, un ritorno in un paesaggio familiare del nostro immaginario condiviso, fecondato da una specificità tutta sua, col sentore inesorabile delle cose vere.
