Racconti

DED (o delle Nebbie del Tempo)

di Terry Passanisi

A fendere la nebbia non basterebbe una palla di fuoco. La paura non scava che viscere ramificate. Quale strada prenderai alla biforcazione? Tunnel impenetrabile dentro cui, pietrificato, non sai neanche decidere se fare un primo passo. Vuoi tornare indietro, solo che non puoi: devi procedere, attraversare lo Stige ed essere a casa tra poco, all’orario che tuo padre t’impone e a cui non immagini ancora si possano contrapporre proteste. Al tuo fianco, Alex non dimostra un atomo di coraggio in più. Hai sperato nella virtù della sua proverbiale iniziativa, invece entrambi state aspettando che sia l’altro a fare il primo passo. È un balzo della fede: il primo che ti capita di fare. O forse il secondo, i pensieri vanno e vengono, ondeggiano su frequenze indomite. Ardireste prendervi per mano, se non significasse perdere il bonus di forza, costituzione, carisma, essere scorti da qualcuno, il giorno dopo diventare gli zimbelli della scuola. Non trovi coraggio che nel ricapitolare il progresso della tua esistenza, tutta concentrata in quel pomeriggio inedito, glaciale, magnifico e spettacolare. Torta, spezie, cioccolato caldo, auguri, tè, tremori, regali, angosce, avventura, cera per pavimenti, neanche un granello di polvere (finita a comporre quel banco denso quanto un mausoleo di granito). Scacchiere in bella vista, volti imberbi imprigionati nell’abisso lustro del pianoforte a muro. Attorno al tavolo, tutto ti rimane fissato nell’iride, ti magnetizza da quando conosci il festeggiato.

Abbottoni il penultimo alamaro del montgomery, incassi il collo nella sciarpa, sono sempre solo cinquecento metri da casa: non vogliamo mica scherzare? Alex ne deve fare molti di più; ti pare una vigliaccata – lo è –, ma ti consola: sarà lui a dover passare fin sotto casa tua e non lasciarti solo per un momento. Coboldi e goblin, arpie e zombie si nascondono a un palmo, tramano nella bianca oscurità, vi strisciano alle spalle. Piede in avanti, vi tenete d’occhio di sguincio, pareggiando così quella mano che non vi date per virilità da tredicenni. Il primo passo, poi un altro e un altro. Quattrocento metri.

“Quel… quel teschio dagli occhi rossi che sghignazzava!” fa Alex.

“Non ricordarmelo, mi tornano i brividi; non sai come mi sentivo in quella stanza…”

“Ma anch’io!” E scoppiate a ridere, tentando di esorcizzare i presagi di morte.

Che trovata geniale, quanta immedesimazione; la spina dorsale che ti si trasforma in una scultura di ghiaccio intagliata con l’ascia più uno. La mappa, i dadi, la sorpresa, gli incantesimi, salotto di luci soffuse alla perfezione. Le 19:00 che arrivano troppo presto: potresti provare a chiamare a casa, tirando avanti mezz’ora, ma la mamma del master, nonostante sia proprio il giorno del suo compleanno, e voi siate lì per quello, vi avverte che a breve – un breve giro di parole, capito l’antifona, ragazzi? – la famiglia cenerà e, poi, a letto presto che domani.

Riuscite a esplorare fino all’ultima segreta, a giungere al colpo di scena finale: sconfitto il nemico, vittoria, ma quanti rischi. Il sangue è scorso a fiumi. Resti mesmerizzato ad infinitum tra quelle pareti umide, mattoni rossastri tappezzati di muschio, echi spaventevoli, trappole che per trovarle tutte dovresti fermare la rotazione terrestre – oddio, un anello magico: io, io, lo voglio io. Okay, lasciamolo al mago, ché già ha l’asma e, ancora un’ora qua sotto, schiatta non appena prova a respirare. Ridacchiate insieme, sedate il dolce brivido della rievocazione, il frattale della simulazione senza cui qualunque passione si spegne per sempre, t’ammazza. Piccola, minuscola banda di loser/lover, anzi vero e proprio party (il primo, l’unico). Party come dicono i loser/hater più grandi che vi prendono poco sul serio e vi escludono dalle sessioni più importanti o dai tornei validi per Leggendarie-Qualificazioni-Nazionali; che conoscono l’inglese, e voi lo sapete da bimbi delle medie, cioè non lo sapete affatto; che sanno come si acquista un gioco in America per posta a suon di tonnellate di francobolli. Tu, al massimo, hai spedito una cartolina delle vacanze a aunt Mary di Los Angeles, by Air Mail. Non importa, non cambia nulla. Anche se avessi quel regolamento, non ci capiresti un’acca. Uscito da lì, sei tu a essere cambiato. Sistemi il berretto, tiri sulla testa il cappuccio, intravedi gli scarponcini in pelle sul selciato medievale, sollevi il mento e sfoderi un immaginario simbolo sacro. Altri trecento metri nella nebbia magica; la fendi, invero ti protegge, e il tremore scheletrico diventa aura sul filo dell’armatura. Alex, solo un passo dietro a te, tiene pronti arco e frecce. Dissipata la paura, il protagonista sei tu, ghigna dalla brossura patinata il Vampiro.

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