Racconti

Yvonne

di Terry Passanisi

Il materasso di quel letto sarebbe stato il più comodo, morbido e rilassante che avrei mai avuto sotto le mie ossa sempre stanche. Vi passavamo interi pomeriggi. I nostri corpi nudi e bellissimi trasudavano il più buon profumo del mondo. Nella penombra, le tapparelle abbassate ci scalfivano in diagonale con una mitragliata di sfavillanti capsule. I miei lavoravano, non c’erano mai. C’eravamo solo io e Yvonne, Yvonne e io. Così per ore; tutti i dopopranzo.

A forma di t sul letto, io mi appoggiavo a lei con la testa sul ventre. Tenevo l’orecchio sinistro sopra all’ombelico, creando una specie di vuoto, e ascoltavo il rumore dell’oceano da cui come una sirena, immaginavo, provenisse. Non trovavo oltre la sua pancia piatta la pinna di un pesce. Ammiravo quella montagnola liscia con un piccolo taglio rettilineo in mezzo. La guardavo con l’olfatto, quella luce per una falena; perché lo spettacolo non sarebbe stato completo se, il tessuto compatto e regolare che s’inabissava nelle sue cosce, non fosse stato tutt’uno con il profumo di pesca che lo intrideva. Anche da sudati, sapevamo di buono. Era l’insieme a non essere replicabile. Pur se, presi uno per uno, ognuno di noi aveva un odore speciale, unico, eccitante. Oh, ma l’insieme… non si distingueva! Non era una somma! Era una miscela indivisibile.

E Yvonne lo sapeva quanto fossi attratto dal suo mistero di donna – sì, era una donna per me, nonostante avesse solo sedici anni. Fingevo di dormire, ma se ne accorgeva, perché non riuscivo a tenere a bada il calore che s’impossessava del mio, di mistero; e lei provava per questo un tale piacere da cominciare subito a gemere; le sue ginocchia e le punte dei piedi s’inclinavano verso l’interno, e le cosce con un movimento impercettibile iniziavano a strofinarsi l’una con l’altra; il profumo di pesca aumentava più dolce, più caldo, più oleoso, saturando di nuovo la stanza. Allora mi voltavo verso la sua testa, ruotavo il corpo di centottanta gradi e appoggiavo l’orecchio destro sulla pancia soda e arrossata, e le guardavo da quell’angolazione i seni, talmente giovani e turgidi da non presentare pieghe alle falde. Due seni gonfi e candidi, innervati di potenza, geometrici e inamovibili come cupole di templi, ma molto più grandi, come se dovessero crescere ancora e lo facessero in quel momento. I capezzoli, nonostante da quella posizione e da quello stordimento ne vedessi solo uno per volta, erano così rosa e pronunciati da confondersi con le tette stesse, cielo e mare notturni, svettando strabici verso l’infinito e oltre senza soluzione di continuità. La qual cosa mi gonfiava sempre più nell’orgoglio e nel bassoventre. Avrei voluto esserle ovunque. Allora lei mi traeva a sé, spostandomi con una mano appoggiata al mio fondoschiena, con la più grande dolcezza possibile, per avermi accanto e potermi baciare dappertutto. E, allora, anch’io allungavo una mano verso il suo miracolo inumidito. Insinuavo le dita oltre il visibile e lei stringeva le cosce, non per vietarmelo o per difendersi, ma per trattenermi più forte che poteva, baciandomi con sempre maggior foga, parlando una lingua magica e antica. «Come sei bello, come sei dolce, quanto ti voglio bene!» ripeteva all’infinito; e anch’io. O forse me ne stavo zitto per non perdere un solo grammo di terra promessa, parco dell’Eden, morso di mela succosissima, pur sapendo di ripetere le sue stesse parole, come in coro, un poeta, un alchimista, un cavaliere. Volevo morire, volevo sacrificarmi, salvarla e tenerla tutta per me; sempre nudi, perennemente stretti e i nostri corpi collimanti. Volevo esplodere per Yvonne, e lei per me; finché succedeva sul serio e diceva basta.

«Mi raccomando, deve rimanere sempre il nostro segreto; per sempre!» diceva con l’alito di gomma americana fragola e panna, passandomi la mano tra i capelli, prima d’alzarci. Poi facevamo la doccia assieme. Mi stava bene tutto, perché sapevo che per me non avrebbe mai lasciato il suo ragazzo belga e che, prima o poi, sarebbe ripartita con lui per tornarsene dalle loro parti. E pur nella gelosia che mi attanagliava, quel ragazzotto insipido un po’ più grande di Yvonne, che mi salutava e scambiava sempre due chiacchiere senza sospettare nulla, mi andava a genio. Forse, solo perché io andavo a genio a lui. Forse, perché me li immaginavo lontani, sposati e felici; sotto sotto lo invidiavo, ma apprezzavo il fatto che si sarebbe preso cura di lei, una volta rimasti inevitabilmente distanti. Il vero amore era il nostro, tra me e Yvonne, non quella roba lì.

«Dai! Finisci di vestirti che t’accompagno con il motorino.»

Yvonne, sul cinquantino, mi accompagnava dappertutto. Senza casco, stavo seduto dietro e la stringevo forte. Non guidavo: mica ce l’avevo il patentino. Mi portava, mi veniva a prendere, a seconda di come mi sconfinferava. Esaudiva tutte le mie richieste. Mi faceva piccoli regali (gliene avessi mai fatto uno, io…), dava a me i suoi ultimi spicci se non ne avevo. E, quando c’era da scegliere un film, alla fine cedeva alle mie richieste, soprattutto se queste significavano rivedere per la centesima volta la stessa scemenza.

Non immaginavo che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei vista. Sarebbe ripartita improvvisamente, il giorno dopo, senza dirmi nulla. E per l’ultima volta facemmo le strade più isolate, affinché i vigili non ci beccassero. Mi trapassò con gli occhi azzurri e fece scivolare la mano tra i miei capelli, prima di lasciarmi sulla soglia di scuola, in consegna alla maestra. Guardavo dalla finestra le stelle invernali, che mi pungevano lo stomaco come spilli, continuando a pensare a Yvonne: il mio primo grande amore, la mia stupendissima babysitter.

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