Umberto Eco, avventure di un bibliofilo

di Umberto Eco

umberto

Anni fa, quando a Torino si è aperto il Salone del libro, non ricordo se per qualche anno o solo per il primo, c’era anche una sezione antiquaria. Non so quanto gli antiquari, in un salone frequentato da un pubblico che abitualmente va in cerca di cose contemporanee, abbiano venduto, e se siano stati loro a decidere di non venire più oppure se la direzione del salone non li abbia più invitati. Ricordo solo che mi era molto dispiaciuto perché, quando c’erano, ho visto intere scolaresche percorrere il loro settore e soffermarsi davanti a vetrinette con incunaboli o altre edizioni di pregio, e guardare incantati quei reperti mai visti, quelle incisioni sorprendenti, quei capolavori di tipografia. Anche se non si vendesse un solo libro, la presenza del libro antico in questo salone, così frequentato da giovani, ha un grande valore educativo, e sono lieto che questa volta gli antiquari siano tornati. Per questo ho deciso di dedicare questa mia conversazione alla passione di collezionare libri antichi o comunque rari.

Cos’è la bibliofilia? Narra la leggenda che Gerberto d’Aurillac, papa Silvestro II, il papa dell’anno mille, divorato dal suo amore per i libri abbia un giorno acquistato un introvabile codice della Farsaglia di Lucano, promettendo in cambio una sfera armillare in cuoio. Gerberto non sapeva che Lucano non aveva potuto terminare il suo poema, perché nel frattempo Nerone lo aveva invitato a tagliarsi le vene. Cosicché ricevette il prezioso manoscritto ma lo trovò incompleto. Ogni buon amatore di libri, dopo aver collazionato il volume appena acquistato, se lo trova incompleto lo restituisce al libraio. Gerberto, per non privarsi almeno di metà del suo tesoro, decise di inviare al suo corrispondente non la sfera intera, ma solo mezza.

Trovo questa storia mirabile, perché ci dice che cosa sia la bibliofilia. Gerberto voleva certamente leggere il poema di Lucano – e questo ci dice molto sull’amore per la cultura classica in quei secoli che ci ostiniamo a ritenere oscuri – ma se fosse stato solo così avrebbe richiesto il manoscritto in prestito. No, lui voleva possedere quei fogli, toccarli, forse annusarli ogni giorno, e sentirli cosa propria. E un bibliofilo che, dopo aver toccato e annusato, trova che il libro è monco, che ne manca anche solo il colophon o un foglio di errata, prova la sensazione di un coitus interruptus.

Certo ci sono bibliofili che collezionano a soggetto e persino leggono i libri che accumulano. Ma per leggere tanti libri basta essere topo di biblioteca. Il bibliofilo, invece, anche se attento al contenuto, vuole l’oggetto, e che possibilmente sia il primo uscito dai torchi dello stampatore. A tal segno che ci sono bibliofili, che io non approvo ma capisco, i quali – avuto un libro intonso – non ne tagliano le pagine per non violare l’oggetto che hanno conquistato. Tagliare le pagine al libro raro sarebbe come, per un collezionista di orologi, spaccare la cassa per vedere il meccanismo.

L’amatore della lettura, o lo studioso, ama sottolineare i libri contemporanei, anche perché a distanza di anni un certo tipo di sottolineatura, un segno a margine, una variazione tra pennarello nero e pennarello rosso, gli ricorda un’esperienza di lettura. Io possiedo una Philosophie au Moyen Age di Gilson degli anni cinquanta, che mi ha accompagnato dai giorni della tesi di laurea a oggi. La carta di quel periodo era infame, ormai il libro va in briciole appena lo si tocca o si tenta di voltarne le pagine. Se esso fosse per me soltanto strumento di lavoro, non avrei che a comperare una nuova edizione, che si trova a buon mercato. Potei persino impiegare due giorni a risottolineare tutte le parti annotate, riproducendo colori e stile delle mie note, che cambiavano durante gli anni e le riletture. Ma non posso rassegnarmi a perdere quella copia, che con la sua fragile vetustà mi ricorda i miei anni di formazione, e i seguenti, e che è dunque parte dei miei ricordi.

Si debbono sottolineare, anche solo a margine, i libri rari? In teoria una copia perfetta, se non intonsa, deve essere a grandi margini, bianca, con le pagine che crocchiano sotto le dita. Ma una volta ho acquistato un Paracelso, di scarso valore dal punto di vista antiquario, perché si trattava di un solo volume della 1a edizione dell’opera omnia compilata da Huser, 1589-1591. Se l’opera non è completa, che gusto c’è? Ma, rilegato in mezza pelle coeva, con nervi al dorso, uniforme media arrossatura, firma manoscritta sul frontespizio, tutto il volume è intessuto di sottolineature in rosso e nero e di note marginali coeve, con titoli maiuscoletti in rosso, e silloge latina del testo tedesco. L’oggetto è bellissimo a vedersi, le note si confondono col testo stampato, e spesso lo sfoglio col piacere di rivivere l’avventura intellettuale di chi lo ha segnato con la propria testimonianza manuale.

Ci sono i bibliofili e ci sono i bibliomani. Per stabilire una linea di confine tra bibliofilia e bibliomania farò un esempio. Il libro più raro del mondo, nel senso che probabilmente non ne esistono più copie in libera circolazione sul mercato, è anche il primo, ossia la Bibbia di Gutenberg. L’ultima copia circolante è stata venduta nel 1987 ad acquirenti giapponesi per qualcosa come otto miliardi – al cambio di allora. Se ne venisse fuori una prossima copia, non varrebbe otto miliardi, bensì ottanta, o mille.

Dunque ogni collezionista ha un sogno ricorrente. Trovare una vecchietta novantenne che ha in casa un libro che cerca di vendere, senza sapere di che si tratti, contare le linee, vedere che sono 42 e scoprire che è una Bibbia di Gutenberg, calcolare che alla poveretta restano solo pochi anni di vita e ha bisogno di cure mediche, decidere di sottrarla all’avidità di un libraio disonesto che probabilmente le darebbe qualche migliaio di euro (e lei ne sarebbe già felicissima), offrirle centomila euro con cui essa si rimpannuccerebbe estasiata sino alla morte, e mettersi in casa un tesoro.

Dopo di che, cosa accadrebbe? Un bibliomane, terrebbe la copia segretamente per se, e guai a mostrarla perché solo a parlarne si mobiliterebbero i ladri di mezzo mondo, e dunque dovrebbe sfogliarsela da solo alla sera, come Paperone che fa il bagno nei suoi dollari. Un bibliofilo, invece, vorrebbe che tutti vedessero questa meraviglia. Allora scriverebbe al sindaco della sua città, gli chiederebbe di ospitarla nel salone principale della biblioteca comunale, pagando con fondi pubblici tutte le enormi spese di assicurazione e sorveglianza, e consentendogli il privilegio di andarla a vedere ogni volta che desidera, e senza fare la coda. Ma che piacere sarebbe quello di possedere l’oggetto più raro del mondo senza potersi alzare alle tre di notte e andarlo a sfogliare? Ecco il dramma: avere la Bibbia di Gutenberg sarebbe come non averla. E allora perché sognare quella utopica vecchietta? Ebbene, il bibliofilo la sogna sempre, come se fosse un bibliomane.

Il bibliomane talora ruba libri. Potrebbe rubarli anche il bibliofilo, spinto dall’indigenza, ma di solito il bibliofilo ritiene che, se per avere un libro non ha compiuto un sacrificio, non c’è piacere della conquista bensì soltanto stupro. Il bibliomane invece ruba libri con mossa disinvolta mentre parla col libraio: gli addita un’edizione rara sullo scaffale alto e ne fa scomparire una altrettanto rara sotto la giacca; oppure ruba parti di libri andando per biblioteche dove taglia con una lametta da barba le pagine più appetibili. Ci sono persone di buona cultura, soddisfacente condizione economica, fama pubblica e reputazione quasi immacolata, che rubano libri per incontenibile passione, e gusto del brivido, come i ladri gentiluomini che rubano solo gioielli famosi. Il ladro bibliomane si vergognerebbe di rubare una pera dal banco del fruttivendolo, ma giudica eccitante e cavalleresco rubare libri, come se la dignità dell’oggetto ne scusasse il furto.

C’è poi la biblioclastia. Ci sono tre forme di biblioclastia, la biblioclastia fondamentalista, quella per incuria e quella per interesse. Il biblioclasta fondamentalista non odia i libri come oggetto, ne teme il contenuto e non vuole che altri li legga. È il caso dei roghi o dell’incendio della biblioteca di Alessandria che (secondo una leggenda che ormai è considerata falsa) fu messa a fuoco da un califfo seguendo il principio che o tutti quei libri dicevano la stessa cosa del Corano e allora erano inutili, o dicevano cose diverse e allora erano dannosi.

La biblioclastia per incuria è quella di tante biblioteche italiane, così povere e così poco curate, che non di rado diventano luoghi di distruzione del libro; perché c’è un modo di distruggere i libri lasciandoli deperire o facendoli scomparire in penetrali inaccessibili.

Il biblioclasta per interesse distrugge i libri perché vendendoli a pezzi ne ricava molto più che vendendoli interi. Quanto conviene sfasciare un libro completo? In un catalogo su Internet trovo che una mappa tratta da una delle prime edizioni della Cosmographia di Sebastian Münster (1570) viene offerta a 1200 euro. Ora la Cosmographia ha una quarantina di vedute di città a doppia pagina, 14 carte geografiche a doppia pagina, più una novantina di legni nel testo. Senza calcolare che i prezzi possono variare a seconda se la mappa o veduta è a pagina semplice, doppia, e ripiegata più volte, e che si vendono persino le pagine coi piccoli legni nel testo, voliamo basso e, fissando una media di mille euro solo per ogni mappa o veduta a doppia pagina, raggiungiamo la cifra di 50.000 euro circa. Ora vedo su cataloghi recenti che un Münster completo può valere anche 30.000 euro, ma se si è fortunati non è impossibile averne una copia decente per 20.000 euro.

Dunque, se si sfasciasse oggi una Cosmographia 1570, spendendo 20.000 euro se ne incasserebbero 50.000. Conviene, no? Naturalmente la copia completa che apparirà successivamente sul mercato, diventata più rara, costerà il doppio, e il doppio costeranno le tavole sciolte. Così in un colpo solo si distruggono opere di incommensurabile valore, si costringono i collezionisti a sacrifici insostenibili, e si accresce il prezzo delle tavole singole.

Il bibliofilo raccoglie libri per avere una biblioteca. Una biblioteca non è una somma di libri, è un organismo vivente con una vita autonoma. Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro. Mi spiego. Credo che sia capitato a tutti coloro che hanno in casa un numero abbastanza alto di libri di vivere per anni con il rimorso di non averne letti alcuni, che per anni ci hanno fissato dagli scaffali come a ricordarci il nostro peccato di omissione. A maggior ragione accade con una biblioteca di libri rari, che talora sono scritti in latino o addirittura in lingue ignote, e inoltre un libro antico bellissimo come oggetto, e con belle immagini, può essere anche noiosissimo.

Però ogni tanto accade che un giorno prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggiucchiarlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli. La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde poterne afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello, e noi lo abbiamo letto tattilmente, come se fosse in alfabeto Braille. Io non credo ai fenomeni paranormali, ma in questo caso il fenomeno è normalissimo, certificato dall’esperienza quotidiana. La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava vi si gettava uno sguardo, si apriva qualche pagina a caso, qualcosa nella grafica, nella consistenza della carta, nei colori, parlava di un’epoca, di un ambiente. E così, poco per volta, di quel libro se ne è assorbita gran parte.

La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così che senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove). In verità credo che siano vere tutte e tre le spiegazioni. Tutti questi elementi messi insieme “quagliano” miracolosamente e concorrono tutti insieme a renderci familiari quelle pagine che, legalmente parlando, non abbiamo mai letto.

Naturalmente il bibliofilo, anche chi colleziona libri contemporanei, è esposto all’insidia dell’imbecille che ti entra in casa, vede tutti quegli scaffali, e pronuncia: “Quanti libri! Li ha letti tutti?” L’esperienza quotidiana ci dice che questa domanda viene fatta anche da persone dal quoziente intellettivo più che soddisfacente. Di fronte a questo oltraggio esistono, a mia scienza, tre risposte standard. La prima blocca il visitatore e interrompe ogni rapporto, ed è: “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?” Essa però gratifica l’importuno solleticando il suo senso di superiorità e non vedo perché si debba rendergli questo favore.

La seconda risposta piomba l’importuno in uno stato d’inferiorità, e suona: “Di più, signore, molti di più!” La terza è una variazione della seconda e la uso quando voglio che il visitatore cada in preda a doloroso stupore. “No,” gli dico, “quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima.” Visto che la mia biblioteca conta cinquantamila volumi, l’infelice cerca soltanto di anticipare il momento del commiato, adducendo improvvisi impegni. Quello che l’infelice non sa è che la biblioteca non è solo il luogo della tua memoria, dove conservi quel che hai letto, ma il luogo della memoria universale, dove un giorno, nel momento fatale, potrai trovare quelli che altri hanno letto prima di te. È un repositorio dove al limite tutto si confonde e genera una vertigine, un cocktail della memoria dotta.

Ecco il contenuto virtuale di una biblioteca: Monsieurs les anglais, je me suis couché de bonne heure. Tu quoque, alea! Licht, mehr Licht über alles. Qui si fa l’Italia o si uccide un uomo morto. Soldato che scappa, arrestati sei bello. Fratelli d’Italia, ancora uno sforzo. L’aratro che traccia il solco è buono per un’altra volta. L’Italia è fatta ma non s’arrende. Ben venga maggio, combatteremo all’ombra. Tre donne intorno al cor e senza vento. L’albero a cui tendevi la nebbia agli irti colli. Dall’Alpi alle Piramidi andò in guerra e mise l’elmo. Fresche le mie parole nella sera pei quei quattro scherzucci da dozzina. Sempre libera sull’ali dorate. Guido io vorrei che al ciel si scoloraro. Conobbi il tremolar, l’arme, gli amori. Fresca e chiara è la notte, e il capitano. M’illumino, pio bove. Alle cinque della sera mi ritrovai per una selva oscura. Settembre, andiamo dove fioriscono i limoni. Sparse le trecce morbide, una spronata, uno sfaglio: questi sono i cadetti di Guascogna. Tintarella di luna, dimmi che fai. Contessa, cos’è mai la vita: tre civette sul comò.

C’è gente che, arrivata alla fine della propria vita, dopo aver fatto ogni giorno le stesse cose, si guarda indietro e non gli pare neppure di essere stata al mondo. Tutto è passato spaventosamente in fretta. Pensate invece a una giornata o a una settimana in cui vi sono accadute moltissime cose, una dietro l’altra, tutte emozionanti (sia che fossero gioie o che fossero fastidi, o dolori): ricorderete ore o giorni pieni, avrete l’impressione di avere vissuto moltissimo. Io credo che questa sia una delle ragioni per cui gli uomini si sono dedicati sempre a ricostruire il passato, sia per bocca dei vecchi che raccontavano intorno al fuoco, sia attraverso i libri. Qualcuno che, insieme ai suoi ricordi personali, abbia anche la memoria di quel giorno che fu assassinato Giulio Cesare, o della battaglia di Waterloo, ricorda più cose di chi non sa nulla di quello che è accaduto agli altri. Un libro ci consente di vivere più e più intensamente di quelle poche decine di anni che la biologia ci consente. Rispetto a chi non legge io sono più vecchio di Matusalemme.

Il bibliofilo non è spaventato né da Internet, né dai CD-rom né dagli ebook. Su Internet trova ormai i cataloghi antiquari, su CD-rom quelle opere che un privato potrebbe difficilmente tenere in casa, come i 221 volumi in folio della Patrologia Latina del Migne. Però sa anche che il libro avrà lunga vita, e se ne accorge proprio guardando con occhio amoroso i propri scaffali. Se tutta quella informazione che egli ha accumulato fosse stata registrata, sin dai tempi di Gutenberg, su supporto magnetico, sarebbe riuscita a sopravvivere per duecento, trecento, quattrocento, cinquecento, cinquecentocinquant’anni? E si sarebbe trasmessa, coi contenuti delle opere, la traccia di chi le ha toccate, compulsate, annotate, tormentate e sovente sporcate con segni di pollice, prima di noi? E ci si potrebbe innamorare di un dischetto come ci si innamora di una pagina bianca e dura, che fa crack crack sotto le dita come se fosse uscita ora dal torchio?

Un libro è stato pensato per essere preso in mano, anche a letto, anche in barca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, e sopporta segnacci e orecchie, può essere lasciato cadere per terra o abbandonato aperto sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, sta in tasca, si sciupa, registra l’intensità, l’assiduità o la regolarità delle nostre letture, ci ricorda (se appare troppo fresco o intonso) che non l’abbiamo ancora letto… Funzione del bibliofilo è anche quella di testimoniare del passato e dell’avvenire del libro.

Tuttavia mi rendo conto di quanto sia difficile parlare di bibliofilia ai non-bibliofili. Non solo perché un conto è vedere un bel libro e un conto sentirne parlare. Il cruccio di un collezionista di libri di pregio è che, se collezionasse quadri del Rinascimento o porcellane cinesi, li terrebbe nel soggiorno e tutti i visitatori ne rimarrebbero estasiati. Invece il bibliofilo non sa mai a chi far vedere i propri tesori: i non bibliofili vi gettano un’occhiata distratta e non capiscono perché un libercolo secentesco in dodicesimo, dai fogli arrossati, possa rappresentare l’orgoglio di chi ne ha acquisito l’ultima copia ancora in circolazione. E spesso anche un altro bibliofilo, se è un collezionista di libri d’architettura rinascimentali, può restare insensibile di fronte alla più preziosa raccolta esistente di pamphlet rosacroce del diciassettesimo secolo. Per questa ragione, e per non tediarvi ulteriormente, ho deciso di dedicare il tempo che ci resta ad alcune divagazioni su aspetti marginali e curiosi del collezionismo, vale a dire ai libri bizzarri, talora deliranti, in ogni caso inattendibili che popolano – a ben saperli leggere – i cataloghi di libri rari.

Leggere i cataloghi significa scoprire presenze inattese, purché si abbia la pazienza di andarle a scovare in quelle sezioni che i librai di solito intitolano “Varia et Curiosa”. Si scoprono allora libri i cui titoli ci fanno sognare. Anni fa, in un solo catalogo intitolato Cabinet de curiosités ho trovato squisite pubblicazioni mediche dell’epoca positivistica – come analisi sulla follia di Rousseau, un Maometto considerato come alienato del 1842, esperimenti di trapianto di testicoli dalla scimmia all’uomo; protesi testicolari in argento, le opere del celebre Tissot sulla masturbazione (come causa di cecità, sordità, demenza precoce e così via), un’operetta in cui si denuncia la sifilide come malattia pericolosa perché è possibile causa di tubercolosi, un’altra del 1901 sulla necrofagia.

Poi, un certo Andrieu, sullo stuzzicadenti e i suoi inconvenienti, 1869. Tale Ecochoard, sulle varie tecniche d’impalamento, nonché Foumel, sulla funzione dei colpi di bastone (1858), dove si fornisce una lista di scrittori o artisti celebri che sono stati bastonati, da Boileau a Voltaire e Mozart. Tale Berillon (indicato come esempio di uomo di scienza accecato dal nazionalismo) in piena guerra mondiale (1915) scrive un La polychesie de la race allemande dove dimostra che il tedesco medio produce più materia fecale del francese, e di odore più sgradevole. Un signor Chesnier-Duchene (1843) elabora un complesso sistema per tradurre il francese in geroglifici di nuovo conio, in modo di renderlo comprensibile a tutti i popoli. Tal Chassaignon scrive nel 1779 quattro volumi di cui vale la pena di assaporare il titolo: Cataractes de l’imagination, déluge de la scribomanie, vomissement littéraire, hémorragie encyclopedique, monstre des monstres. Questo signore, che i bibliografi definiscono unanimemente come dissennato, gioca su tutta la letteratura universale, da Virgilio agli scrittorucoli più demenzialmente marginali, per trascinarli nel giro del proprio delirio, traendone citazioni, episodi curiosi, osservazioni che riempiono pagine e pagine di note, passando dai pericoli della critica della modestia all’elogio della lode, dalle profezie di Ezechiele alle radici della liquerizia.

Avevo anche trovato un’operetta del 1626 sull’Ordine dei Cornuti Riformati, che di questi adepti descrive lo statuto, la cerimonia d’iniziazione, e fa risalire l’origine dei cornuti alla Torre di Babele. Erano pazzi tutti gli autori di questi libri? Uso a buon diritto la parola “pazzi” perché esistono libri di storiografia dei folli letterari, che si occupano di autori “matti”, non solo nell’ambito della letteratura ma anche delle scienze. Tra i più noti cito Les fous littéraires di Gustave Brunet, Bruxelles 1880. Il nostro Brunet non faceva una chiara distinzione tra opere folli e opere (anche sensatissime) di autori che nella vita privata soffrivano di disturbi psichiatrici. Ma certamente egli riteneva che l’opera di un folle fosse folle, e che un’opera che a lui pareva folle presupponesse un autore folle. Appare pertanto ovvio che, accanto a un Henrion che nel 1718 aveva presentato una memoria sulla statura di Adamo, Brunet citasse persino Socrate, Newton, Poe e Walt Whitman. Bisogna dire che Brunet aveva una sua logica. Per Socrate si chiedeva se non bisognasse classificare tra i matti un signore che affermava di avere un demone famigliare. Concludeva che si trattava in ogni caso di monomania.

Tra gli eredi di Brunet, il più celebre ai giorni nostri è stato André Blavier, che aveva pubblicato un volume di quasi mille pagine su Les Fous Littéraires, schedando millecinquecento opere di pazzi letterari. Ed ecco, in questa rassegna di mirifici orrori, inventori di lingue universali, apostoli di nuove cosmogonie, profeti, visionari, nuovi messia, quadratori del cerchio, inventori di macchine per il moto perpetuo, filantropi che propongono palingenesi sociali, igienisti che celebrano i vantaggi della marcia all’indietro, medici che hanno studiato la quantità di “animalucoli” nocivi che abitano lo sperma umano, un sociologo che propone un metodo per utilizzare socialmente gli assassini, un tal Madrolle che discute della teologia delle ferrovie, l’opera di Félix Passon, Demonstration de l’immmobilité de la terre, del 1829, la Réfutation du systhème de Copernic di Pierre Sindoco, del 1878; il lavoro di un tal Tardy che prova come il nostro globo giri su se stesso in quarantott’ore, l’Essai d’une nouvelle hypothèse planétaire di Van de Cotte (1851), dove si dimostra che, se si accetta Copernico, una città non potrebbe mai essere bombardata perché, la bomba restando almeno qualche secondo in aria prima di cadere, nel frattempo la superficie terrestre si sarebbe spostata.

Un’altra categoria di libri curiosi che alcuni appassionati cercano di collezionare, è quella degli autori che in un vecchio saggio avevo chiamato autori di Quarta Dimensione. Definivo Prima Dimensione quella dell’opera in forma manoscritta, e Seconda Dimensione quella dell’opera pubblicata da un editore serio. Calcolando come Terza Dimensione quella del successo, individuavo come quarta dimensione quella degli autori a proprie spese, di solito pubblicati da case editrici specializzate nello sfruttamento di questi talenti giustamente incompresi. Ne ho tratto materia narrativa raccontando delle case editrici Manuzio e Garamond nel mio Il pendolo di Foucault, ma se state attenti a individuare sui giornali pubblicità di infiniti premi di poesia per esordienti vedrete come essa prospera ancora. Personalmente ho raccolto una piccola bibliotechina di autori a proprie spese che ha tutti i titoli per entrare nel mercato antiquario. Uno dei miei pezzi più preziosi è il Dizionario biografico di personaggi contemporanei di Domenico Gugnali, Gugnali editore, Modica. Cerchiamo la voce “Cesare Pavese”. È esatta e sobria: “Pavese Cesare. Nato a Santo Stefano Belbo il 9-9-1908. Morto a Torino il 27 agosto 1950. Traduttore, scrittore.” Poco avanti abbiamo invece: “Paolizzi Deodato. Uomo di penna ed uomo di lettere; ecco Deodato Paolizzi. Fin dalla sua prima giovinezza si fece notare per le sue spontanee poesie, ma specialmente per i suoi scritti incisivi in cui già si sentiva l’avvocato di domani.” Seguono cenni sul suo celebre romanzo Il destino in marcia e note sulla sua attività civile e politica. Sempre nella “P”, dopo tre righe su “Piovene Guido” segue la lunga biografia di Pusineri Chiesa Edvige, maestra elementare di Lodi, poetessa e scrittrice, autrice di Mesti palpiti, Alba serena, Cantici, Il legionario, Sussurri lievi, Aurei voli, Chiarori nell’ombra, Le avventure di Fuffi. È redattrice milanese del periodico “Intervallo” che, per caso, è edito dal Gugnali che pubblica il dizionario in questione. La voce è corredata dalla foto della Pusineri Chiesa, che appare in tutta la gloria di una sua opulenta maturità, accanto all’immagine della “delicata poetessa sarda” Puligheddu Michelina.

Le biografie del Gugnali ci svelano un universo letterario ricco e fecondo e spesso tratteggiano una personalità di scrittore in pochi cenni essenziali: “Cariddi Walter. Nato a San Pietro Vernotico, Brindisi, il 4-2-1930, ivi residente (conosciuto).” Poeta, critico e pubblicista “ha una vocazione per gli studi seri congiunta all’impegno per più notevoli successi “. C’è Leonida Gavazzi (Cromatogramma tridimensionale dell’esistenza e La ragnatela dell’essere), Gargiuto Gaetano, fondatore del movimento poetico dell’ Armonismo (che invia anche poesie dattiloscritte in edizione numerata ai giornali), Maira Rosangela (“prese parte al concorso Brava e Bella indetto fra le studentesse siciliane del “Progresso italo-americano” … premiata con un apparecchio radio”), Montanelli Menicatti Elena (“una delle più apprezzate poetesse del nostro tempo”), Mignemi Gregorio (autore di un Temi svolti), Moscucci Cittadino (“autore di molte canzonette musicate dal maestro Cotogni e cantate alla radio dal tenore Sernicoli”) e, per finire, Scarfò Pasquale (autore di un Il signore delle camelie di cui si sa che “ragioniere e dottore commercialista, ha preferito sempre alla professione, però, la vita militare”), nonché un Umani Giorgio, autore, oltre che di L’ineffabile orgasmo, di un volume Umani 1937 e, come dice la biografia con una certa ridondanza, “profondo studioso di problemi umani”.

Ho i due volumi di Carlo Cetti Difetti e pregi dei Promessi Sposi e Rifacimento dei Promessi Sposi, di cui il secondo è l’adempimento dei propositi critici del primo. Argomenta il Cetti che bene avrebbe fatto il Manzoni a riscrivere un’altra volta il suo romanzo rendendolo meno greve col ridurre di un terzo il numero delle sillabe. “Perché dire ‘lago di Como’ e ‘mezzogiorno’ invece di ‘Lario’ e ‘sud’? …Anziché dire ‘tutto a seni e a golfi’ è meglio dire ‘tutto seni e golfi’ evitando la duplice ripetizione di quell’a.” Così il Cetti riesce a riscrivere il romanzo in sole 196 pagine (pubblicate a cura dell’autore, Como, 1965) dall’inizio che suona “Quel ramo del Lario…” al finale che dice sobriamente, dopo la morte di padre Cristoforo, “il povero giovane, sopraffatto da commozione e da gioia, piangeva”. Si badi bene che non si tratta di un semplice riassunto ma di un vero e proprio ricalco con asportazione di sillabe eccedenti. Sui Promessi Sposi si accanisce anche Vincenzo Costanza (“ammesso all’esame di libera docenza per caso speciale di alta scienza”, da Agrigento) in Il pecoronismo incantevole in Italia, dove però la polemica abbandona rapidamente il Manzoni per sostenere che non si dice Treccàni ma Trèccani.

Come c’è il poeta e il narratore, così c’è il filosofo di quarta dimensione. La figura che ha giganteggiato in questo campo verso la metà del novecento è stata quella di Giulio Ser-Giacomi, di Offida (Ascoli Piceno), che spargeva lo sconcerto nei congressi filosofici e che fu autore di volumi di ampia mole. Tra questi, celebre rimane l’epistolario con Einstein e Pio XII, che raccoglieva per centinaia di pagine tutte le lettere inviate dall’autore a Pio XII e a Einstein (senza naturalmente ottenere mai alcuna risposta) e in cui si confutavano a un tempo sia la metafisica cristiana che quella relativistica. Nelle riflessioni conclusive al diciassettesimo congresso di filosofia (dove, come nei congressi precedenti, gli interventi del Ser-Giacomi suscitavano giusta preoccupazione) il filosofo affermava: “I numerosi argomenti sulla storia, da me posti e risolti in Alea iacta est e perciò ‘anticipati’, nessuno si è interessato di discuterli, come pure gli altri esposti in Gutta cavat lapidem che mi sono preoccupato di far recapitare a molti studiosi prima del Congresso… La filosofia ha bisogno di una nuova linfa, quella linfa che io le ho da tempo data… ” Ser-Giacomi concludeva l’intervento al congresso rivolgendo un appello affinché lo si aiutasse a trovare un mecenate “per la ristampa, a migliaia di copie, di tutti i miei scritti”.

La mia raccolta di autori di quarta dimensione continua ad arricchirsi. Ho ricevuto qualche anno fa, come “prova di stampa – campione gratuito” il libro di Romano Pizzigoni, Rivolta di un uomo tranquillo. Il libro contiene lettere che il Pizzigoni ha mandato praticamente a tutti. All’editore Baraghini per discutere la relatività e lamentare che il New York Times e il Los Angeles Times, a cui aveva inviato moltissimi articoli, avessero liberamente ripreso le sue idee; a Bush (padre) per invitarlo a non ripresentarsi alle elezioni; ai deputati e senatori per protestare contro il festival di San Remo; a Enzo Biagi sull’esistenza di Dio; al re dell’Arabia Saudita, a Saddam Hussein per dare consigli sull’equilibrio mondiale; a Giorgio Bocca sul comunismo; alla redazione dell’Espresso per invitarli a non inviargli più gratuitamente il settimanale (cosa che mi stupisce perché non lo mandano neppure a me); alla rivista Nature sulla scomparsa dei dinosauri; alla fondazione Nobel per esortarli a non premiare dei furfanti; a varie istituzioni per accusare Hawking di averlo plagiato; a Ceronetti sul nazismo; a Tortora ormai malato di cancro, indicandogli i mezzi piscologici per non morire; a Canale 5 e per conoscenza a Berlusconi per offrire collaborazione; a Bobbio su dittatura e democrazia; ad Alberoni sulla scuola dell’obbligo, e via dicendo.

Chi sia il Pizzigoni ce lo diceva lui stesso in una pagina autobiografica. Allora cinquantaseienne, licenza elementare, sfuggito alla repressione della scuola dell’obbligo, operaio all’Alfa per due mesi, aveva rifiutato la catena di montaggio, era emigrato a Parigi, aveva lavorato all’Ansa come operatore di telescriventi, era diventato fotoreporter per dieci anni, quindi aveva iniziato un’altra attività non specificata che gli permetteva di farsi una casa con vista sul mare, ma “gli sciacalli, in agguato, travestiti da giudici, avvocati, bancari, lo spoglieranno, lasciandolo quasi nudo in mezzo a una montagna fra popolazioni semi-selvagge”. Ora, per protesta contro il mondo, faceva lunghi scioperi della fame (ma – scriveva – diversi da quelli di Pannella che, appena la gente si voltava “sganasciava a più non posso”). Per non dover pagare le tasse preferiva non guadagnare nulla, riuscendo a vivere con cinquemila lire al giorno (su cui non so se pesassero anche le spese postali).

Non era privo di ambizioni, e chiedeva di essere nominato Dittatore per il periodo di un anno. Il suo programma si componeva di una sessantina di punti tra cui: divieto di emettere buoni del tesoro per alcuni anni; licenziamento di almeno il settanta per cento del personale statale; abolizione della patente di guida; soppressione di mutue e pensioni, tasse di ogni tipo, consolati e ambasciate (da sostituire con contatti radiotelevisivi); libertà di commercio e esportazione per oggetti d’arte; chiusura quasi totale degli ospedali e creazione di un corpo medico che insegnasse ai cittadini come non ammalarsi; allattamento al seno obbligatorio; scuole diversificate al massimo… E questi erano propositi che avrebbero anche potuto allettare il nostro nuovo governo. Ma pareva difficile come conciliare gli interessi del nuovo con queste altre decisioni: abolizione del calcio professionistico; proibizione di importare carne, tabacco e alcolici; proibizione della gomma da masticare; abolizione della caccia; abolizione dell’ottanta per cento di automobili; nei momenti di crisi obbligo per le aziende di rinunciare a profitti; abolizione di tutta la pubblicità televisiva; stipendio minimo a tutti i cittadini italiani, dalla nascita alla morte. Per non dire di proponimenti che imbarazzerebbero qualsiasi gruppo politico, tranne la Lega Lombarda, quali l’abolizione delle forze armate, l’espulsione di tutti gli stranieri dal territorio nazionale, o il trasporto della capitale a Merano.

Non è che al Pizzigoni mancasse il senso della realtà: le copie pilote del suo libro contenevano moduli con cui i lettori potevano sottoscrivere obbligazioni di un milione ciascuno (non più di settanta in totale, per coprire le spese di stampa), interamente restituibili al raggiungimento delle prime cinquantamila copie vendute. Era un rischio per i lettori, nel caso sfortunato che l’autore fosse riuscito a vendere solo 49.000 copie. Ma poteva valere la pena, visto che il secondo comma del contratto prevedeva che ogni sottoscrittore ricevesse interessi di tre milioni al raggiungimento delle prime 450.000 copie vendute. Una proposta onesta, perché 450.000 copie a 5000 lire fanno due miliardi e duecentocinquanta milioni, e tre milioni per settanta fanno duecentodieci milioni. Quindi saremmo stati di poco sotto al dieci per cento di interessi. Ma cosa sarebbe accaduto se il Pizzigoni fosse riuscito nel capolavoro di vendere solo 449.999 copie?

D’altra parte, non siamo severi con i folli letterari. Quanti, che oggi consideriamo grandissimi, non sono stati considerati folli ai tempi del loro esordio? Come richiamo a un maggior rispetto per i folli letterari, ricorderò alcuni episodi storici, andatevi a leggere due raccolte, Rotten Rejections di André Bernard e Experts speak di Christopher Cerf e Victor Navasky, tradotto nel 1985 da Frassinelli come La parola agli esperti. Sono autori che hanno saputo reperire e sfogliare in biblioteca non solo vecchi archivi editoriali ma anche saggi critici dimenticati e persino recensioni su varie gazzette. “Sarò forse duro di comprendonio, ma non riesco proprio a capacitarmi del fatto che un signore possa impiegare trenta pagine per descrivere come si giri e rigiri nel letto prima di prendere sonno”. Con questa motivazione un lettore dell’editore Ollendorf aveva respinto la Recherche di Proust.

Nel 1851 Moby Dick viene respinto in Inghilterra col seguente giudizio: “Non pensiamo che possa funzionare per il mercato della letteratura per ragazzi. È lungo, di stile antiquato, e ci pare che non meriti la reputazione di cui pare godere.” A Flaubert nel 1856 viene respinta Madame Bovary con questa lettera: “Signore, avete seppellito il vostro romanzo in un cumulo di dettagli che sono ben disegnati ma del tutto superflui.” A Emily Dickinson, viene rifiutato il primo manoscritto di poesie nel 1862 con: “Dubbio. Le rime sono tutte sbagliate”. Si rifiuta La fattoria degli animali di George Orwell: “Impossibile vendere storie di animali negli USA.” Per il Diario di Anna Frank: “Questa ragazza non sembra avere una speciale percezione ovvero il sentimento di come si possa portare questo libro al di sopra di un livello di semplice curiosità.”

Per passare alla critica militante, ecco cosa Eugène Poitou, nella Revue des deux mondes del 1856 diceva di Honoré de Balzac: “Nei suoi romanzi non c’è niente che riveli particolari doti immaginative, né la trama, né i personaggi. Balzac non occuperà mai un posto di rilievo nella letteratura francese”. Quanto a Emily Brontë: “In Cime tempestose i difetti di Jane Eyre [della sorella Charlotte] vengono moltiplicati per mille. A pensarci bene, l’unica consolazione che ci resterà è il pensiero che il romanzo non diventerà mai popolare” (James Lorimer, North British Review, 1849). Emily Dickinson: “L’incoerenza e la mancanza di forma delle sue poesiole – non saprei definirle altrimenti – sono spaventose.” (Thomas Bailey Aldrich, The Atlantic Monthly, 1982).

Herman Melville: “Moby Dick è un libro triste, squallido, piatto, addirittura ridicolo…. Quel capitano pazzo, poi, è di una noia mortale.” (The Southern Quarterly Review, 1851). Walt Withman: “Walt Withman ha lo stesso rapporto con l’arte che un maiale con la matematica” (The London Critic, 1855). Passiamo alla musica. Su Bach, Johann Adolph Scheibe affermava nel Der critische Musikus, 1737: “Le composizioni di Johann Sebastian Bach sono totalmente prive di bellezza, di armonia e, soprattutto, di chiarezza.” Louis Spohr recensiva nel 1808 la prima esecuzione della Quinta di Beethoven con: “Un’orgia di frastuono e di volgarità”. Ludwig Rellstab (Iris im Gebiete der Tonkunst, 1833) diceva che Chopin “se avesse sottoposto le sue musiche al giudizio di un esperto, questi le avrebbe stracciate… Comunque vorrei farlo io.” La Gazette Musicale de Paris, 1853, scriveva che “Il Rigoletto è carente sul piano melodico. Quest’opera non ha nessuna possibilità d’inserirsi nel repertorio”.

Quanto all’incomprensione tra geni, Emile Zola, in occasione della morte di Baudelaire, necrologizzava: “Fra cent’anni Les fleurs du mal verranno ricordati solo come una curiosità”. Nel Diario di Virginia Woolf si legge: “Ho appena terminato di leggere lo Ulysses e lo giudico un insuccesso… È prolisso e sgradevole. È un testo rozzo, non solo in senso oggettivo, ma anche dal punto di vista letterario”. Ciaikowskij nel suo diario scriveva di Brahms: “Ho studiato a lungo la musica di quel furfante. E’ un bastardo privo di qualità.” Finiamo con una sola citazione dallo show business. Un dirigente della Metro, dopo un provino di Fred Astaire, nel 1928: “Non sa recitare, non sa cantare ed è calvo. Se la cava un po’ con la danza.” Che poi, a pensarci bene, non era del tutto sbagliato. Eppure era un errore.

Mi si potrà ora chiedere perché, dopo aver iniziato in modo così alto e severo sul valore del libro e i piaceri raffinati della bibliofilia, abbia poi concluso con una serie di piacevoli irrilevanze – ovvero, come si diceva un tempo, sciocchezzuole e pinzillacchere. È che volevo invogliare i miei ascoltatori non dico a leggere cataloghi, né ad acquistare Cosmografie di Münster per ventimila euro, ma almeno ad aggirarsi per biblioteche con la speranza di farvi qualche incontro curioso, sapendo che non vi si trovano solo i prodotti del genio, talora non molto esilaranti, ma anche i prodotti della follia, del cui elogio già altri si è occupato.

Vorrei insomma che accadesse ai miei ascoltatori quello che è accaduto al marchese Fuscaldo, immortale personaggio di Achille Campanile che, da giovane, aprendo per caso un libro nell’immensa biblioteca paterna, vi aveva trovato tra le pagine una banconota da mille lire – per il resto della sua vita aveva passato ogni giorno a sfogliare pagina per pagina tutte le altre decine di migliaia di volumi, nella speranza di ripetere quella fortunata trouvaille – e così era diventato in tarda età l’uomo più dotto ed erudito del suo tempo.

(Lectio magistralis alla Fiera del Libro di Torino 2007)

2 pensieri su “Umberto Eco, avventure di un bibliofilo

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