L’ultima nuotata d’estate

Traduzione italiana della poesia di Faith Shearin, “The Last Swim of Summer”

summer

 

La piscina rimane azzurra, ma già qualche

foglia caduta affiora sulla superficie

dell’estate. Gli altri nuotatori

se ne sono tornati a casa la settimana scorsa, accantonati

gli scoloriti costumi da bagno,

tantoché io e mia figlia restiamo soli

nell’acqua che via via si raffredda

come la mano di un uomo sul finire della

sua passione. Il bagnino si ripara

sotto il suo continua a leggere…

La duplice avventura de “La nave di Teseo”, a cura del creatore di “Lost”

da Redazione Downtobaker

teseo

Si chiama come la casa editrice fondata da Elisabetta Sgarbi e ha per creatore J. J. Abrams, ideatore fra le altre delle serie tv Lost e Fringe. Come se non bastasse, è protetto da una vera e propria scatola-custodia sigillata, che deve essere aperta una volta acquistato il volume. È un’opera di cui si sente parlare poco nell’ascoltare il grande pubblico, sebbene sia in commercio già dal 2013, ma di cui chi l’ha letta non può fare a meno di esprimersi con meraviglia.

La nave di Teseo – V. M. Straka è, infatti, un vero e proprio caso editoriale. Un romanzo assolutamente unico nel suo genere, che è stato scritto concretamente da Doug Dorst in lingua inglese e che ha poi fatto il giro del mondo in pochissimo tempo, per via della sua struttura innovativa e insolita.

Il volume sembra piuttosto antico e, nello sfogliare le prime pagine, si ha l’impressione che sia stato effettivamente scritto dal già citato V. M. Straka e dato alle stampe nel 1949, motivo per cui la sua carta è ormai ingiallita e malandata. Dall’etichetta di una biblioteca che si nota sul retro, peraltro, si intuisce che la copia che si ha fra le mani appartenga a una struttura dalla quale è possibile solo chiedere in prestito il libro. In verità, l’intera ambientazione è una finzione letteraria che catapulta il lettore nel secolo scorso anche se i veri autori sono altri, e che sulle prime sembra seguire le vicende di un unico personaggio principale, affetto da amnesia e protagonista di un viaggio fuori dal comune alla scoperta di sé stesso.

A rafforzare questo patto di lettura c’è una prefazione firmata F. X. Caldeira, uno studioso che Straka ha scelto personalmente come proprio traduttore e che fornisce alcuni dettagli misteriosi e affascinanti sull’identità dello scrittore. Dopodiché, la trama si sviluppa contemp[…]

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‘La Stanza Profonda’ di Vanni Santoni, cosa resta di Dungeons & Dragons

di Marco Mogetta

stanza

Per un recente addio al celibato ho sperimentato un’escape room con degli amici. Si tratta di un’esperienza di evasione molto divertente nella quale, in un dato lasso di tempo, un gruppo di persone collabora per risolvere gli enigmi necessari a uscire da una stanza in cui si è prigionieri. Al momento della scelta dell’ambientazione abbiamo valutato proposte quali l’antico Egitto o il mondo di Harry Potter ma noi, in ossequio ad anni di cinema di genere, abbiamo scelto la sanguinaria stanza di Saw- L’enigmista.

Dopo un’ora siamo riusciti a venire a capo dell’ultimo rompicapo e, con grande soddisfazione, aperto la porta che ci separava dalla libertà. Mentre recuperavamo i nostri effetti personali ho discusso con uno dei responsabili che confermava una mia sensazione: tra i loro clienti figurano molte aziende importanti che usano queste strutture per aumentare, in maniera efficace e divertente, il livello di team building dei loro dipendenti. Il gioco è sempre seguito da un’altra stanza da un membro dello staff che, in caso di necessità, può essere chiamato a dare un consiglio, svolgendo la funzione di dungeon master, il deus ex machina dei giochi di ruolo.

Così, tra compagni ammanettati al pavimento, enigmi cifrati e giochi di specchi, mi sono ritrovato a vivere in prim[…]

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Il Gruppo 63, quarant’anni dopo

di Umberto Eco

eco

Riunirsi non vent’anni ma quarant’anni dopo può avere due funzioni, o profili. Una è la riunione dei nostalgici di una monarchia, che si ritrovano perché vorrebbero che il tempo tornasse indietro. L’altro è la riunione dei vecchi compagni della terza A, nel corso della quale è bello rievocare il tempo perduto proprio perché si sa che non ritornerà più: nessuno pensa che si voglia tornare indietro, semplicemente si sta recitando il proprio longtemps je me suis couché de bonne heure, e ciascuno assapora nei discorsi degli altri la propria madeleine inzuppata nell’infuso di tiglio. Spero che questo nostro ritrovarci abbia più del simposio tra vecchi compagni di classe che del complotto di vandeani nostalgici, con un solo correttivo. Che ci si riunisce anche per riflettere su di un momento della cultura italiana, rileggendolo col senno di poi, per capire meglio che cosa sia avvenuto, e perché, e per aiutare i più giovani, che non c’erano, a comprenderlo meglio. Nella fattispecie, poiché non sapevo in anticipo chi avrei trovato in questa sala, ho pensato ad alcune annotazioni sull’ambiente culturale di quarant’anni fa, dirette principalmente a chi non c’era, e non a a tutti i sopravvissuti che ritrovo con grande piacere ma che, come era d’uso allora, mi contesteranno che tutto quanto avrò detto era sbagliato. Riandiamo dunque alle origini, e poiché parliamo qui a Bologna, nel ricordo ancora indimenticabile di Luciano Anceschi, ricordiamo che in principio era il Verri.

Il Verri

Mi ricordo benissimo di quel maggio 1956 in cui Anceschi mi ha telefonato. Lo conoscevo di fama. Che cosa poteva sapere lui di me? Che da meno di un anno e mezzo mi ero laureato a Torino in estetica, che vivevo ormai a Milano e stavo frequent[…]

Leggi tutto il contributo: http://www.umbertoeco.it/quarant’annidopo.pdf

 

11.09

Traduzione italiana della poesia di Charlotte Parsons, “Nine-Eleven”

settembre

 

Mi passavi accanto lungo la via

Facevo tutta la metro con te

Vivevi a un palmo da dove sto io

Scrutavo il tuo cane al parco la mattina

Stavamo in fila assieme al concerto

Nei caffè, mangiavo con te

Mi eri accanto al bar

Stavamo conserti sotto una tenda durante la pioggia

Attraversavamo di corsa la strada prima che continua a leggere…

Pagine a prova di alunno. La letteratura e le scuole difficili

di Roberto Contu

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Volavano le sedie.

Sono entrato in classe per la prima volta a ventisei anni non compiuti. Venni convocato a inizio ottobre in un istituto professionale statale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) della provincia di Perugia, per una supplenza in Italiano e Storia che poi durò tutto l’anno. Ricordo bene il bacio di mia moglie prima di uscire di casa e il maglioncino di cotone morbido che ritenni adatto per il mio primo in assoluto giorno in cattedra. Poi venti minuti di macchina, durante i quali ascoltai un po’ di radio senza sentire nulla, ebbro della constatazione che finalmente il momento sognato fin dai tempi del liceo fosse finalmente arrivato. Parcheggiata l’auto nel grande piazzale gremito di motorini, per un attimo mi sentii felice e mi beai tra me e me: «prof. Contu, suona bene». Varcata la porta della scuola chiesi degli uffici a una signora in camice blu seduta in portineria. Venni accompagnato alla segreteria del personale da dove mi spedirono immediatamente in presidenza: il dirigente mi stava aspettando. Ovviamente non colsi l’anomalia che intesi invece come ineccepibile cortesia. Bussai alla porta, il preside mi fece accomodare all’istante. Ricordo il doppiopetto, la cravatta, gli occhialetti da ragioniere. «Benvenuto professore». In cinque minuti venni messo in guardia sulla «terribile I°E meccanica» che aveva già collezionato tre consigli straordinari in meno di un mese di scuola. Venni congedato con un «le auguro buon lavoro professore, vedo che è molto giovane, se la saprà cavare». Non mi resi conto del messaggio, salutai con un bel sorriso di circostanza e mi avviai verso il mio battesimo scolastico. Ricordo vagamente il percorso di avvicinamento alla classe, erano le circa undici di giovedì mattina, questo lo so per certo perché mi dissero che avrei dovuto tenere, mi dissero proprio «tenere», la I°E meccanica durante le ultime due ore di lezio[…]

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Sarà un capolavoro – Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori

di Leonardo Luccone

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Se è vero che la scrittura è soprattutto sudore e dedizione, se è vero che la scrittura è in grado di intrappolare le vibrazioni più recondite, allora queste lettere, così organizzate, sono una biografia di F. Scott Fitzgerald. Uno sguardo angolato che accorpa i frammenti di vita con il mastice dei diari, che allinea i mattoni della bêtise con la malta della scrittura.

L’antologia edita da minimum fax possiede davvero una completezza biografica. Osserva, attraverso lo scandaglio dello scambio epistolare, gli anfratti di un’esistenza schermata in superficie da un luccichio ingannevole. Perché si è portati ad alimentare una drammaturgia glamour, quando ci si pone di fronte alla parabola scoppiettante di F. Scott Fitzgerald, storditi dal fascino irradiato dal talento e dai suoi misteriosi effetti collaterali. Ma appunto “Sarà un capolavoro – Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori” racconta la fatica dello scrittore, la passione ardimentosa, le incalcolabili debolezze, la consuetudine alla generosità, testimoniata anche dalla moglie Zelda, che tre giorni dopo la morte di Fitzgerald rivelò: “Ha dedicato notti su notti a lavorare sui manoscritti di altri, a spostare paragrafi e a dare qualche buon consiglio, perfino quando era troppo malato per prendersi cura di sé”.

Circoscritti e ben definiti gli argomenti trattati nelle lettere inviate e ricevute dallo scrittore statunitense, suddivise, all’interno della raccolta, in cinque capitoli che coprono un arco temporale di ventitré anni, da i “Primi successi (1917-1922)” a “Le luci opache di Hollywood (1937-1940)”.

Problemi di soldi, innanzitutto. I debiti incalzano quasi implacabilmente Fitzgerald, che chiede anticipi e prestiti, e al contempo si ingegna per onorar[…]

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