Nell’Egitto di Al-Sisi

di Mario Natangelo

egitto_natangelo

Ci sono alcune storie che vanno disegnate con mano leggera, per tante ragioni. Non sono storie chiare, con il bianco e il nero netti e precisi, ma sono piene di sfumature che non permettono di capire dove inizia il bene e dove finisce il male. Storie che riguardano vite che non conosciamo e sensibilità che saranno toccate dal modo in cui le raccontiamo. E quindi bisogna raccontarle piano. Ho seguito la vicenda di Giulio Regeni fin dall’inizio, comodamente seduto alla mia scrivania, matita e penna in mano, dalla finestra del mio pc: Al-Sisi il dittatore col cappellone e gli sgherri col manganello, l’Egitto un luogo che avrebbe anche potuto non esistere nella realtà. Verso Febbraio una mia vignetta su Al-Sisi è stata esposta a una manifestazione organizzata dagli studenti delle American University del Cairo: in quel momento ho avuto l’impressione che il mio premere tasti al computer e tracciare linee su un foglio potesse ripercuotersi migliaia di km più in là, in un mondo reale, in un paese vero, su persone concrete. Ho iniziato a programmare un viaggio al Cairo, sempre posticipato tra paure, allarmi ed “è meglio lasciar perdere”. Poi sono partito. Sono partito senza la pretesa di capire nulla e alla domanda “cosa pretendi di scoprire?” scrollavo le spalle. Niente. Io volevo vedere, volevo sentire, volevo mettermi in gioco un po’ di più, e non so se ci sono riuscito. Probabilmente no, ma non è importante.

Voglio ringraziare le persone che mi hanno aiutato, non farò i nomi per non dimenticare nessuno ma sono state molte e ognuna a suo modo. E un grazie a tutti gli amici e lettori che mi hanno scritto dopo aver letto il reportage su Il Fatto Quotidiano domenica scorsa, per farmi complimenti, esprimere perplessità, darmi il loro parere, farmi notare dei punti incerti, chiedermi informazioni.
Voglio ringraziare per quella telefonata che ha sciolto ogni dubbio rispetto a quale potesse essere stato il risultato e l’impatto di queste due pagine su un tema tanto difficile, l’unica telefonata che potesse farmi capire che davvero aveva un senso farlo e che forse era stato fatt[…]

via Nell’Egitto di Al-Sisi | natangelo

Svaghi: Asimov 2019

di Giovanni De Mauro

arton_asimov

Come sarà il mondo fra trentacinque anni? È il 1983 e trentacinque anni dopo l’uscita del romanzo “1984” di George Orwell il quotidiano Toronto Star chiede allo scrittore Isaac Asimov di fare le sue previsioni per il 2019.

Asimov scrive che “l’informatizzazione continuerà inevitabilmente a progredire” e che gli “oggetti computerizzati portatili” cominceranno a entrare in tutte le case. La crescente complessità della società renderà impossibile fare a meno dei computer, e cambierà soprattutto il lavoro, come era già successo con la rivoluzione industriale. Spariranno le mansioni ripetitive, quelle da catena di montaggio. Lo scrittore si augura che entro il 2019 la popolazione avrà smesso di crescere e che i governi incoraggino la riduzione del tasso di natalità. E aggiunge: “Le conseguenze dell’irresponsabilità degli esseri umani per i rifiuti e l’inquinamento saranno sempre più evidenti e insostenibili”.

Se alcune delle previsioni di Asimov sono sorprendenti, altre sembrano completamente sbagliate. È vero che il 2019 (una data importante per la fantascienza: è l’anno in cui sono ambientati “Blade runner” e “Akira”) è cominciato con l’allunaggio di una sonda cinese, ma siamo ancora lontani dalla colonizzazione della Luna ipotizzata dallo scrittore o dallo spostamento nello spazio della produzione industriale. Come siamo lontani dall’aver costruito una centrale elettrica in grado di raccogliere l’energia solare per distribuirla sulla Terra. Oppure dalla rivoluzione della scuola come effetto dell’informatizzazione – “l’istruzione sarà divertente” e “ogni studente potrà imparare ciò che più desidera a modo suo e con i suoi tempi” – o dalla rivoluzione del tempo libero, sempre grazie ai comp[…]

via Svaghi – Giovanni De Mauro – Internazionale

 

La struttura del processo creativo

A cura del prof. Andrea Sgarro

creative-process

La creatività ha due momenti, l’ispirazione e l’elaborazione. L’ispirazione, che inizia il processo creativo, è generata nel cervello di destra: é necessariamente seguita dal processo di elaborazione, che richiede la cooperazione di entrambi gli emisferi cerebrali. L’elaborazione può essere lunga e faticosa: lo testimoniano le dichiarazioni di artisti famosi, da Leopardi, a Lorca, ad altri poeti: Sereni definiva ad esempio la definiva “il lavoro del poeta”.  Ed al di fuori delle dichiarazioni, lo testimonia il lavoro di molti altri artisti, pittori in primis. Un’interessante estensione del momento di ispirazione è il duende, introdotto da Lorca per le forme d’arte nelle quali l’intervento umano è necessario per il trasferimento nella realtà: la musica, la danza, i recitals di poesia. Il duende e’ qualcosa di unico che sgorga dall’anima dell’artista che lo possiede, e lo travolge assieme agli spettatori, coinvolgendoli nell’atto creativo. La musica, con le forme correlate di arte di cui parla Lorca, estende il momento iniziale di ispirazione anche da un altro angolo: il compositore compone lo spartito seguendo l’ispirazione, e le indicazioni che vi aggiunge guideranno l’esecutore. Il quale le interpreterà secondo il suo proprio momento di ispirazione, condividendo quindi con il compositore l’atto creativo.

L’ispirazione iniziale può essere dominante, consentendo quindi all’artista solo varianti “prevedibili” nel processo di elaborazione. Ma può anche avere margini di incertezza che, trasferiti nel lavoro di elaborazione, ne determinano tentativi erratici in diverse direzioni, con varianti anche drammaticamente discordanti.

Un problema importante del processo creativo riguarda la sua “libertà”: si sta ora affermando il concetto che l’artista non crei con libertà illimitata, a 360°, ma con limiti e costrizioni interni verosimilmente introiettati durante il percorso percorso evolutivo che ha portato all’Homo Sapiens moderno. Che “costringono” il processo creativo ad estrinsecarsi solo in determinate direzioni. […]

via La struttura del processo creativo

La mano di Holden Caulfield

di Nicola Lagioia

holden-caufield-edit

Nei giorni di pioggia la mano gli fa ancora male. Non può tenere il pugno ben chiuso, il che vuol dire che non diventerà mai un “dannato chirurgo” e nemmeno un violinista. Adesso ha sedici anni. Quando ne aveva tredici è successo che il suo fratello minore, Allie, è morto di leucemia. Quella notte Holden ha spaccato tutte le finestre del garage, e non contento ha tentato di fare la stessa cosa coi finestrini della giardinetta, ma a quel punto si era già rotto la mano.

Quando pensiamo al Giovane Holden, uno dei romanzi più letti di tutti i tempi, non dovremmo mai dimenticare Allie. Buona parte dell’opera di J.D. Salinger prende le mosse da questo: il tentativo di rielaborare un trauma in un mondo che finge di non vederlo. Che si tratti del soldato Seymour Glass appena tornato dalla II guerra mondiale (protagonista di Un giorno ideale per i pescibanana), o di Holden Caulfield, adolescente di buona famiglia impegnato ad attraversare la propria linea d’ombra, è il baratro alle spalle (una voragine la cui presenza nessuno, a parte loro, sembra sentire in modo così vero) a muovere i passi dei protagonisti delle sue stor Leggi tutto…