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Proust in ‘Translation’

Nel corso dell'ultimo secolo, innumerevoli traduttori hanno lottato con la famosa frase di apertura: Longtemps, je me suis couché de bonne heure. Parfois, à peine ma bougie éteinte, mes yeux se fermaient si vite que je n’avais pas le temps de me dire: «Je m’endors.»

di Terry Passanisi

translateproust

Il primo volume Alla Ricerca del Tempo Perduto: Dalla parte di Swann di Marcel Proust è stato pubblicato, praticamente, cento anni fa. Letto in francese, dai primi capoversi, si percepisce subito qualcosa di inevitabile, di evidente: lo stile di Proust è inimitabile; saltano agli occhi più che lunghi capoversi, riflessioni sulla reminiscenza provocata da biscotti friabili o qualsivoglia tropo figurativo e metaforico che un lettore assocerebbe, anche solo per sentito dire, a Proust, piuttosto, uno stile che fa a pugni e che non attende altro che di centrifugare nel lettore il concetto soggettivo di temporalità letteraria.

Nel corso dell’ultimo secolo, innumerevoli traduttori hanno lottato con la famosa frase di apertura: Longtemps, je me suis couché de bonne heure. Parfois, à peine ma bougie éteinte, mes yeux se fermaient si vite que je n’avais pas le temps de me dire: «Je m’endors.»

Faccio un esempio con le numerose traduzioni pubblicate in inglese. Nessuna di queste sembra mai essere in grado di decidere, senza ombre di dubbio, se tradurre il verbo della frase principale come un condizionale o come un participio passato, dato che, mentre in francese è ovvio trattarsi di quest’ultimo, l’azione parrebbe svolgersi al condizionale. Motivo per cui si sono ottenuti svariati gradi di “went to bed early,” “used to go to bed early,” “would go to bed early,” – si noti che ognuno dei significati è più o meno lo stesso, ma nessuno è in grado di cogliere la vera, trascendentale essenza della versione originale. Tutti i linguisti che vi si sono cimentati hanno scoperto in un colpo solo che ognuno di quei capoversi è dotato tanto di innegabile fascino quanto dell’enorme lacerazione che provoca lavorandoci sopra per essere adattato.

Ad esempio, proprio la famigerata frase iniziale è apparentemente intraducibile nella sua vera essenza anche per i traduttori più in gamba, il cui compito è principalmente quello di prendere gli stili linguistici e le frasi idiomatiche, oltre a tutte quelle vere e proprie invenzioni grammaticali prodotte, e rendere il tutto leggibile e appropriato/adattato, cercando di mantenere il più possibile lo stile di Proust e di limitare il proprio, se possibile. Allora, partendo da tali presupposti fondamentali e imprescindibili, perché non prodursi, più che in una traduzione, in un bel gioco stilistico, definiamola una traslazione letteraria: come sarebbe stato scritto questo incipit capolavoro, se fosse mai stato pensato da altri eminenti autori? Prendo a modello la traduzione italiana di Maria Teresa Nessi Somaini, edita da BUR Rizzoli:

Per molto tempo sono andato a dormire presto. A volte, appena spenta la candela, i miei occhi si chiudevano così subitamente che non avevo nemmeno il tempo di dirmi: “Mi addormento.” […]

A mio parere, gli scrittori che seguono l’avrebbero scritta così:

David Foster Wallace:

Mi corico presto la sera e resto stordito a letto. Lo stoppino bruciato di una candela color miele, posata sul comodino di palissandro, rilascia nell’aria della campagna francese lame di fumo. Mi sto addormentando, forse le mie palpebre si stanno chiudendo e non ho ancora iniziato a sognare, ma non mi rendo conto già di farlo. Devo scorreggiare.

Philip Roth:

Nelle estati della mia giovinezza, tutte quelle che abbiamo trascorso in campagna, lontano dalla città, volevo salire in camera mia con la casa ancora sveglia e piena di gente, nonostante fosse presto. La mia candela era già spenta nel momento in cui mi stavo addormentando, e sanguinava cera fusa giù fino alla base.

Bret Easton Ellis:

Questo è quello che la mia ragazza mi dice quando vuole darmi il bacio della buonanotte. Spegne la candela e mi raccomanda “Va’ sempre a letto presto.” Anche se non sono strafatto, mi sforzo con fatica di rimanere sveglio il più a lungo possibile. Lo faccio finché capisco che sto già collassando.

Umberto Eco:

Possa la mia mano non tremare mentre, cronista fedele, riporto su questo manoscritto gli eventi memorabili accaduti sul finire di un’estate di molti anni fa. Cos’è quell’orifiamma che mi appare dinanzi, celata come il cuore di un bue nella configurazione di flogisto: ammaliante come luna piena, bella e tremenda come esercito spiegato in battaglia, un Bafometto femmineo seducente che mi rapisce con un bacio, nell’abisso del mio sonno.

Agatha Christie:

“Non mi fido di questi ospiti; tra l’altro mi sembra di aver già incontrato prima il padre del ragazzo… ma dove?”, si chiedeva Miss Wadsworth. Accese una candela sul comodino e, prima di coricarsi, controllò di aver regolato la sveglia alle 7.00 precise; era presto, per cui tese l’orecchio per far attenzione a ogni minimo rumore che provenisse dal corridoio. Forse era solo il frutto di un timore, quella sonnolenza, o qualcuno le aveva messo qualcosa nel tè.

Corrado Premuda: Da bambino, adoravo mettermi presto sotto le coperte per puffare il mio cartone preferito. Spenta la candela da un alito di bora sgattaiolato tra scuri e finestra, non facevo in tempo a canticchiare la sigla di chiusura che già mi dicevo “Sprofondo in un dipinto surrealista.”

Terry Passanisi (mi si perdoni il vezzo di essermi aggiunto alla magnifica lista):

Era il Natale del 2008 e, se ricordo bene, per una sorta di malinconica scaramanzia, andavo sempre a letto presto. Non ricordo se fossi io, oppure mia madre, a spegnere la candela sul comodino, tant’è che nell’istante stesso in cui immaginavo di essere ancora sveglio, e pensavo di sognare, già sognavo di essermi addormentato: di finire di leggere quella facciata del libro non c’era verso.

PS. Ne approfitto ancora per consigliare, se qualcuno fosse interessato ad approfondire la questione, di leggere l’ottimo saggio di Umberto Eco pubblicato in coda alla sua traduzione di Sylvie di Gérard de Nerval, in cui il grande scrittore italiano coglie la palla al balzo per dare indicazioni preziose sul modo di tradurre, dal francese all’italiano, uno stile narrativo che è stato d’ispirazione per l’opera proustiana.

Letture consigliate:


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