Quello che (forse) non sapevate su Delitto e Castigo di Dostoevskij

di Terry Passanisi

delitto-castigo

Proprio questo dicembre ricorre il 150° anniversario della pubblicazione di Delitto e Castigo di Fëdor Dostoevskij, romanzo uscito originariamente in dodici parti, con cadenza mensile, nel corso del 1866. In altre parole, è l’occasione perfetta per rinfrescarvi il sapere (o meno…) sul classico russo per antonomasia. Gustatevi, intanto, questo saporito antipasto.

  • Il romanzo è ambientato in una vera e propria San Pietroburgo 

È probabilmente l’aspetto che salta per primo agli occhi di chi legge Delitto e Castigo; ma se doveste trovarvi di fronte al testo originale – fortunati voi che sapete leggere così bene il russo –, o ad una traduzione estremamente fedele all’originale, vi accorgereste che Dostoevskij ha volutamente censurato i nomi della maggior parte dei luoghi citati (ad esempio, quando indica “V-ij Prospekt” si riferisce al “Voznesenskij Prospekt”). Grazie a Internet – al giorno d’oggi siamo tanto fortunati -, possiamo fare riferimento alla mappa pubblicata qui sopra che è stata adattata all’ambientazione storica del romanzo da alcuni buoni samaritani di Yandex, cosa che renderà più interattiva ed elettrizzante la nostra esperienza letteraria.

  • La pietra sotto cui Raskol’nikov nasconde il bottino era davvero in quella posizione esatta

Chiariamoci subito le idee in proposito: la moglie di Dostoevskij, Anna Grigor’evna, come ha ricordato nelle sue memorie, non troppo tempo dopo il loro matrimonio, mentre andavano a passeggio fu condotta in un cantiere dallo scrittore, che le mostrò la pietra sotto cui il suo assassino più famigerato avrebbe nascosto gli oggetti rubati. Oggi si ritiene che quella pietra sia scomparsa chissà dove ma, se proprio non poteste farne a meno, sentitevi liberi di andare in pellegrinaggio a cercarvela.

  • I nomi hanno sempre un significato

Raskol’nikov è quanto di più lontano si possa immaginare da un mero, gutturale e sinistro nome scelto a caso. Ha origine dal russo raskol, che sta per “scisma” o “scissione”, e il suo derivativo raskolniki si riferisce ad un particolare gruppo di scismatici: i Vecchi Credenti che si sono separati dalla Chiesa Ortodossa russa a metà del XVII secolo. Razumikhin, invece, viene da razum – la ragione, la mente, l’intelligenza – e Lebezjatnikov è una logica conseguenza del verbo lebezit, che significa lusingare in modo ansioso e insistente.

  • Svidrigailov è esistito davvero

Anche se lo Svidrigailov realmente esistito non fu, per quanto ne sappiamo, lo stesso genere di infedele–stupratore–molestatore di bambini della sua controparte letteraria, egli non ebbe nemmeno necessità di riscattare alcunché aiutando la prostituta Sònja a trovare una casa per la famiglia. Il vero Svidrigailov era ben conosciuto nella San Pietroburgo del 1860 come il servitore tuttofare di un proprietario terriero della provincia. Ragione per cui il nome, in un ambivalente accostamento, fu spesso utilizzato nelle conversazioni comuni per riferirsi a un genere di mercante (anche solo presunto) equivoco e intrallazzatore.

  • La maggior parte dei trafiletti di notizie presenti nel romanzo sono autentici

Questo diventa più evidente nel momento in cui Raskol’nikov ispeziona le carte seduto nella taverna, così come dalla conseguente, delirante conversazione che avviene con il giovane poliziotto Zamjotov. Il preciso incidente di cui finiscono per parlare difatti accadde realmente: la storia di una banda di cinquanta falsari, che comprendeva tra le sue fila un docente universitario, è riportata nella Gazzetta di Mosca del 1865. Così come viene in essa descritto l’episodio di uno dei complici della banda particolarmente nervoso: entrato in banca per un sopralluogo, questi destò subito clamorosi sospetti, tali da mandare a monte l’intera operazione.

  • I lettori russi sanno qualcosa sul conto di Dunja che gli altri possono solo immaginare

Verso la fine di Delitto e Castigo, la sorella di Raskol’nikov Dunja intrattiene una  conversazione memorabile con il suo aspirante corteggiatore ed ex datore di lavoro Svidrigailov, che le rivela che suo fratello è un omicida. Nel dialogo originale in russo, Dunja, presa dallo choc, inizia a riferirsi all’uomo con la seconda persona singolare familiare, una modalità del tutto informale utilizzata di solito esclusivamente con amici intimi o con i familiari più stretti. Questo suggerisce ai lettori russi che quella relazione è qualcosa di più profondo di quanto apparso fino a quel punto. Il tutto si conclude con il tentativo di Dunja di sparare all’uomo (ovviamente…), prima di fuggire via, abbandonando Svidrigailov al suo destino, di lì a poco, di suicida.

  • È un’affidabile fotografia politica del radicalismo nella San Pietroburgo del 1860

Al socialismo utopistico del francese Fourier, molto influente all’epoca, viene fatto riferimento in tutto il romanzo. Da ‘falansterio’, concetto che sta a indicare la struttura abitativa in cui si sarebbe svolta la vita dei membri dell’unità sociale di base, la comune di un eventuale futuro, deriso da Razumikhin, fino a una citazione diretta di Victor Considérant, noto seguace del fourierismo: “Poso un piccolo mattone per la felicità universale, per questo c’è un sentimento di pace nel mio cuore”, utilizzata da Raskol’nikov. Senza dimenticare di che pasta è la personalità di Lebezjatnikov: l’influenza in lui di quella filosofia è onnipresente. Allo stesso modo lo è anche il nichilismo, esplorato nei meandri più profondi dalle tese conversazioni tra Raskol’nikov e Petrovič, tanto quanto in quelle che il protagonista intrattiene con la sorella Sonja.

  • C’è molto di Dostoevskij in Raskol’nikov

Forse non vi sorprenderà, ma vale la pena far notare che Delitto e Castigo contiene tre passaggi fondamentali che hanno una sorta di funzione memoriale di Dostoevskij. Il primo passaggio è il sogno raccontato all’inizio del romanzo, in cui un giovane Raskol’nikov testimonia contro il proprietario di un indifeso cavallo percosso fino alla morte; la memoria è almeno parzialmente autobiografica. L’autore riporta nelle note di ricordarsi vividamente di un cavallo che, da bambino, aveva visto morire per asfissia.

Stesso valore, pure, ha la sensazione che il protagonista sperimenta dopo aver aiutato la vedova di Marmeladov e i suoi figli: “Potrebbe essere paragonata alla sensazione di un condannato a morte al quale, improvvisamente e inaspettatamente, venisse concessa la grazia.” Questa immagine rispecchia da vicino il rischio di morire corso da Dostoevskij con la condanna al patibolo del 1849, quando, dopo essere stato arrestato per associazione ad alcuni circoli fourieristi, la sua pena venne commutata solo pochi minuti prima dell’esecuzione da una lettera dello zar.

Infine, ovviamente, la detenzione di Raskol’nikov in Siberia è frutto dei quattro anni che Dostoevskij passò come detenuto a Omsk per i crimini politici di cui sopra: “Siberia. Sulle rive di un ampio, desolato fiume sorge una città, uno dei centri amministrativi della Russia; nella città vi è una fortezza; nella fortezza, una prigione.”

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