Educare alla lettura

di Cristian Vecchiet

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Nell’epoca del digitale e dei tempi sempre più frenetici imposti dalle nuove tecnologie è fondamentale far comprendere ai ragazzi l’importanza di leggere. Fin da piccoli. E il modo più efficace, come sempre, è quello dell’esempio degli adulti.

L’umanità è caratterizzata dalla cultura. Non vi è umanità senza cultura e cultura senza umanità. Ma cos’è la cultura? La parola deriva dal latino “colere” che vuol dire “coltivare”. Nell’antichità i romani intendevano per cultura anche l’atto di ornare un corpo e venerare una divinità. In senso analogico Cicerone parlava di “cultura animi”. La cultura è la formazione della persona. La storia del concetto di cultura è articolata. Certo è che la cultura è visione della realtà, interpretazione del mondo, modo di orientarsi nella vita, stile di rapporto con gli altri, stile di pensiero come anche di pratiche di vita, modalità di affrontare la quotidianità come anche gli eventi inaspettati e i lutti, le ferite e le speranze. La cultura è importante proprio per questo. La cultura esprime il modo di interpretare la realtà e l’apertura al mondo degli uomini. Lo stile di pensiero e le pratiche di vita si influenzano reciprocamente. In questo processo la cultura intesa come lettura, studio, ascolto ma anche scrittura, produzione, riveste un’importanza decisiva.

La cultura è ricerca, interrogazione, critica della visione del mondo acquisita. Per progredire in cultura è importante abituarsi ad ascoltare gli altri, a farsi domande, a porre quesiti, a non rassegnarsi alle risposte preconfezionate. La cultura è seme e alimento dello sviluppo della persona. Uno dei canali di formazione culturale è quello della lettura. Cosa vuol dire leggere un libro? Vuol dire entrare nel mondo interiore di altri che si sono interrogati sulla realtà e che hanno scoperto o riscoperto degli aspetti che sentono il bisogno o il desiderio di comunicare. Leggere vuol dire esplorare e lasciarsi esplorare. Leggere vuol dire entrare in relazione. La lettura è un fenomeno intrinsecamente sociale. Dopo una buona lettura, il lettore non è più quello di prima. È come incontr[…]

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Costellazioni di sapere: 25 anni di Editoriale Scienza

di Sandro Natalini

Editoriale Scienza festeggia questa settimana i suoi primi venticinque anni di libri e attività. Sabato a Trieste ci sarà una festa con gli autori e nei prossimi giorni sono previsti incontri e laboratori aperti a tutti. Per l’occasione, condividiamo online l’articolo pubblicato su Andersen n.346 (ottobre 2017), un’intervista con Sabina Stavro a cura di Sandro Natalini. Sostieni Andersen con un abbonamento.

Da un punto di vista etimologico la parola desiderio, derivante dal latino, si compone dalla preposizione de con accezione negativa e da sidus che significa stella, sancisce quindi letteralmente la “mancanza di stelle”, mancanza dunque di buoni presagi, di buoni auspici o di una rotta da seguire, con la conseguenza che desiderare rinvia ad un sentimento di ricerca appassionata e di attesa di conquista, una conquista che risulta motivo fondante nel lavoro di chi si dedica alla ricerca scientifica. Nel firmamento dell’editoria italiana dedicata ai giovani lettori, Editoriale Scienza è, come dice il nome, un editore di scienza che si rivolge ai bambini e ai ragazzi. La sua è una luce che continua a splendere già dal 1993 illuminando le menti delle nuove generazioni e che si avvale di un catalogo ricco e articolato. Non è un caso che la sede si trovi a Trieste, città che si definisce città della Scienza, in quanto sede di importanti istituti di ricerca e fortemente attiva e innovativa nella divulgazione scientifica. Qui è sorto il primo museo italiano hands-on (letteralmente “le mani sopra”, in quanto indirizzato al fare, all’agire e alla partecipazione attiva del destinatario) in Italia, qui si può frequentare il primo Master in comunicazione della scienza, qui si è svolto nel 2007 il primo Festival internazionale dell’editoria scientifica, con gran successo di pubblico ed è qui che, in un giorno senza bora, incontr[…]

via: http://www.andersen.it/25-anni-di-editoriale-scienza

La Giornata delle bambine e delle ragazze, 131 milioni senza istruzione

da redazione Downtobaker

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In occasione della Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze (il prossimo 11 ottobre) l’Unicef ricorda che nel mondo sono 600 milioni le ragazze adolescenti che hanno il potenziale, la forza, la creatività e l’energia per rispondere alla domanda di lavoro dell’industria globale. A livello globale 131 milioni di ragazze sono fuori dalla scuola. Ai tassi di progresso attuali, entro il 2030, oltre la metà delle ragazze del mondo non sarà in grado di raggiungere le competenze di base- alfabetizzazione e capacità di calcolo- di livello secondario. Nonostante il numero di ragazze che stanno frequentando la scuola sia il maggiore di sempre, troppe ancora non stanno ricevendo conoscenze, sviluppando competenze e abitudini lavorative necessarie per fare carriera nella vita. Le donne tra i 15 e i 29 anni hanno probabilità 3 volte maggiori rispetto ai giovani uomini di non lavorare, non ricevere un’istruzione e corsi di formazione (1 giovane ragazza su 3 rispetto a 1 ragazzo su 6).

In molte si ritrovano in condizioni di inattività economica/fuori dall’istruzione e restano in questa situazione: il 76% dei giovani inattivi che non studiano sono ragazze; il 32,7% (un terzo) di queste giovani donne non hanno esperienze di lavoro prima di cadere nell’inattività, rispetto al 18% dei ragazzi; le ragazze più svantaggiate – comprese quelle che vivono nelle aree rurali, insediamenti umanitari o quelle con disabilità – hanno un minore accesso a lavori dignitosi; tra i giovani economicamente inattivi, il 35% delle giovani donne rispetto al 7% dei giovani uomini ha lasciato il lavoro per ragioni familiari (avere un bambino o prendersi cura della famiglia).

Oggi, una generazione di ragazze sta entrando in un mondo in cui l’innovazione e l’automatizzazione stanno trasformando il lavoro. Ma molte ragazze non stanno sviluppando competenze e non hanno la possibilità di ottenere posti di lavoro e accedere ad opportunità di business. Per consentire alle ragazze di svilupparsi come lavoratrici qualificate, la comunità globale dovrebbe: fornire una programmazione su larga scala sia nel settore pubblico che in quello privato per promuovere istruzione, competenze e formazione adeguata al mercato per le ragazze; migliorare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento per consentire alle ragazze di sviluppare competenze di base trasferibili e specifiche necessarie per la vita e il lavoro; combattere gli stereotipi, le norme sociali e modificare i pregiudizi per consentire alle ragazze di avere le stesse opportunità di apprendimento e di carr[…]

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Conversando su lingua, istruzione e democrazia. Intervista a Tullio De Mauro

di Roberta P. Mocerino

01-00109001000905Riproponiamo un’illuminante intervista del 2014 a Tullio De Mauro, ancora attuale, su problematiche culturali tutte italiane e mai risolte.

“A circa un anno dall’uscita del suo nuovo libro “Storia linguistica dell’Italia repubblicana” (2014), abbiamo incontrato il professor Tullio De Mauro, insigne linguista ed ex-ministro dell’istruzione, e gli abbiamo chiesto di riflettere insieme a noi su alcuni dei temi che gli sono più cari: l’educazione, la democrazia e, ovviamente, la lingua degli italiani.

L’idea da cui siamo partiti è stata quella di rintracciare, nell’Italia contemporanea, i luoghi della riflessione politica e dell’autocoscienza. Tali funzioni, che nella Grecia classica erano assolte dal teatro (si veda Luoghi della relazione nella Grecia antica, di Cinzia Bearzot, “Leussein” 1-2/2014), si presentano nella democrazia moderna oltremodo problematiche: da un lato vi sono ovvie difficoltà strutturali legate ai numeri della democrazia indiretta, che impediscono una riflessione che coinvolga in maniera attiva tutti i cittadini; dall’altro vi è una difficoltà più drammatica, legata alla maniera in cui lo Stato democratico sceglie di formare i suoi cittadini.

La riflessione di De Mauro si concentra proprio su questo punto e sceglie, come cartina al tornasole, l’analisi delle competenze linguistiche degli italiani. Ne esce un quadro non incoraggiante: nonostante gli strabilianti progressi compiuti dall’unità d’Italia a oggi, le capacità di comprensione dell’italiano scritto e del parlato medio-alto sono drammaticamente basse, come mostrano i dati che risultano dalle analisi internazionali.

I processi di de-alfabetizzazione in età adulta, che molti paesi conoscono, ma che l’Italia non ha saputo fronteggiare, pesano sulla possibilità di esercitare una cittadinanza piena. Tra le cause del persistere di queste larghe sacche di analfabetismo e semianalfabetismo De Mauro indica la povertà del tessuto associativo nel nostro Paese, la scarsezza di sollecitazioni da parte della società a tenersi informati e aggiornati,  la mancanza di luoghi di ritrovo e di offerta culturale di alto livello – come biblioteche, teatri, sale da concerto –  e infine la disattenzione della classe politica.

Un’analisi puntuale del problema, e delle possibili soluzioni da attuare nell’immediato e nel medio-lungo termine, si potrà trovare nella relazione del team di esperti convocato nel 2013 dall’ex presidente del consiglio Enrico Letta e dai ministri Giovannini e Carrozza e presieduta proprio da De Mauro. La relazione, già pubblicata nella rivista “Osservatorio ISFOL” (III, 34, pp.1909-124), viene riproposta per intero nella sezione “inediti e rari” del presente numero di Leùssein (vedi pagg…?).

La riforma della scuola attuata dal successivo governo invece – la cosiddetta “Buona Scuola” del 2015 – sembra non aver tenuto in conto la necessità della formazione permanente dei cittadini, senza la quale le competenze acquisite negli anni di scuola vengono irrimediabilmente perdute. Questo influisce sulla competitività degli italiani nel contesto del merc Leggi tutto…

La paralisi bianca e l’uomo nero

di Paolo Rumiz

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Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt. Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative. E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce. Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché? Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato deg continua a leggere…