Cultura Società

Tullio De Mauro, la lingua come democrazia

Scuola, analfabetismo, la scelta delle parole come battaglia civile. Un maestro impegnato su tanti fronti raccontato da un allievo.

di Raffaele Simone.

Tullio-De-Mauro
Tullio De Mauro

Non si dia troppo da fare, non è detto che apprezzino tutti» mi raccomandò Tullio De Mauro cinquant’anni fa, mentre partivo per un’università lontana, dove andavo a fargli da assistente. Non ci misi molto a capire che, se a me raccomandava di non darmi troppo da fare, il “darsi da fare” era una delle sue cifre profonde, e lo è rimasto fino all’ultimo. In De Mauro colpiva infatti la capacità di muoversi su più fronti e l’energia con cui inventava instancabilmente iniziative, imprese, progetti. Basterà dire che un paio di anni fa, passata non di poco la soglia degli ottanta, si era inventato una serie di seminari quasi privati, a cui aveva invitato allievi e allieve di tutte le generazioni. Aveva trovato una sede, gestiva con cura il fittissimo calendario e non mancava mai alle riunioni.

Il contributo di Tullio De Mauro è stato tanto geniale e ricco che nei giorni scorsi la stampa ha penato a descriverlo, e alla fin dei conti non ci è riuscita, cavandosela con formulette insipide e imprecise. Lo si è descritto come «l’uomo della lingua italiana», «l’amico della scuola», «il professore di lingua e letteratura» (sic) e in altri modi improbabili. Per farsi un’idea del suo contributo, bisogna immaginarselo come uno che ha unito la scienza linguistica “alta”, che ha praticato da maestro, con i suoi riflessi e i suoi sbocchi anche ai livelli più concreti, e che, a partire dal cruciale interesse per il linguaggio e il comunicare, ha gettato luce su tanti ambiti più o meno distanti. In questo intreccio, De Mauro ha investito una cultura in cui la salda formazione classica (con evocazioni finanche risorgimentali e una forte componente crociana) si intesseva con la modernità più avanzata; la linguistica tendeva la mano a varie scienze che sentiva affini, di cui era esperto o con cui talvolta civettava (filosofia, matematica, logica, fisica, psicologia, biologia, informatica, economia, demografia). Vi spuntavano, come intermittenze affettuose, alcune figure-faro (G. G. Belli, Gramsci, Gianni Rodari, Don Milani, Pasolini, Wittgenstein) e temi civili (la cultura degli italiani, l’alfabetizzazione, la scuola e l’infanzia) che ha coltivato testardamente. Tutt’attorno, una presenza che sembrava ubiqua ed era operosissima e influente: direttore di riviste (“Riforma della scuola”), animatore della Società di Linguistica Italiana, creatore del Dipartimento di Linguistica della Sapienza e del connesso dottorato, inventore di collane (famosi i Libri di Base negli anni Ottanta), consigliere editoriale, pilastro del Cidi (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti), autore di libri di testo e delle indimenticate “Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica”, 1974, che quarant’anni dopo si studiano ancora, conferenziere e polemista infaticabile ed efficacissimo (lo aiutava il superbo humour, senza mai una nota di esagerazione), uomo politico (assessore alla cultura nel Lazio nel 1976 e ministro dell’Istruzione nel 2000), presidente del Premio Strega, sempre bravissimo professore e maestro generoso…

Questa lista scompone, mentre la figura di De Mauro, per chi lo conosceva bene, era unitaria e omogenea. Dovessi darne una sintesi fulminea direi: un linguista di respiro internazionale (nient’affatto un mero esperto di lingua italiana, dunque), con un vasto territorio di competenze e passioni, talvolta animose. Nella miriade delle sue pubblicazioni e dei suoi interessi, mi pare che ci siano quattro picchi eminenti. Il primo è la “Storia linguistica dell’Italia unita” (1963), pubblicata a poco più di trent’anni. Fu un’opera di avanguardia, per il coraggio con cui intrecciava i dati linguistici con i fatti storici e sociali di una comunità in cerca di unità, e per la straordinaria maestria con cui l’analisi storica e strutturale usava documenti, storici e statistici, dagli ambiti più svariati (la scuola, la burocrazia, le migrazioni interne, la televisione e la radio, il mondo militare, il diritto, la letteratura…).

Accolto dall’accademia con qualche fastidio, perché rompeva i canoni e fissava troppo in alto un nuovo standard, quel libro ha avuto decine di edizioni e, data la sua complessità, è rimasto ineguagliato. Qualche anno dopo un altro scossone: l’edizione italiana del “Corso di linguistica generale” di Ferdinand de Saussure (1967), con un vastissimo apparato di note interpretative. Quel lavoro si dimostrò così originale che il commento di De Mauro venne presto incorporato nell’edizione francese standard di Saussure, diventando così parte integrante dell’opera. Il terzo picco è costituito dai suoi contributi di linguistica teorica (su cui la stampa non è riuscita a dire una parola), importanti e numerosissimi, vero basamento di tutta la sua attività. In questi (per esempio in “Minisemantica”, 1982, il mio preferito) De Mauro ha dato contributi sostanziali alla definizione delle proprietà delle lingue verbali rispetto ad altri sistemi di comunicazione (come i codici animali).

In quest’ambito rientra la sua idea del linguaggio come sistema modellato dall’utente, dalla “massa parlante”, in cui i fenomeni di disordine e di caso non sono meno numerosi e importanti di quelli regolari e regolati. Vi rientra anche la sua durissima polemica con Chomsky, di cui fu uno dei critici più acuti e penetranti.

Il quarto picco è l’interesse, soprattutto lessicografico, per l’italiano. Dalla breve “Guida all’uso delle parole” (1980), fortunatissimo Libro di Base in cui lancia l’idea del vocabolario di base; e poi di una serie di dizionari innovativi, che culmina nel monumentale “Grande Dizionario italiano dell’uso” (1999; 6 volumi), da cui deriva una serie di versioni minori e di studi.

A unire questi motivi era un’idea del linguaggio come formazione umana e storica. Umana perché rispondente alle necessità della specie e delle società, e modellata secondo gli eventi e i casi di queste; storica, perché il cambiamento era il drive di tutto il sistema. A ridosso di questi interessi, altri più “mondani”, in cui si investiva una sua speciale fiducia civica, che ho visto attenuarsi solo da ultimo: la scuola (tenne per anni su questo periodico una rubrica sul tema), la cultura degli italiani, l’alfabetizzazione, fonti incessanti del suo allarme civile.

Data la varietà di fronti su cui De Mauro si è mosso, con una vitalità vibrante e una finezza di tratto che rendevano lieve la sua grandissima notorietà e autorità, è difficile che si trovino candidati a sostituirlo. I suoi allievi e allieve si sono distribuiti in mondi diversi e con diverse responsabilità. Anzitutto nell’università: molti dei linguisti, filosofi del linguaggio e storici della lingua italiana oggi attivi, in Italia e all’estero, derivano da lui (me compreso; fui il suo secondo laureato…), anche quando hanno preso a pensarla diversamente.

Poi nelle istituzioni: il fortissimo accento istituzionale, a volte perfino patriottico, di De Mauro spingeva anche in quella direzione. Infine nella scuola, dove la sua azione di formatore, di instradatore, di innovatore è stata incessante. Le persone che gli devono qualcosa non si contano. Per questo in debito verso di lui è anche il Paese.

via Tullio De Mauro, la lingua come democrazia – l’Espresso

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