Giuro, me l’ha detto la ‘Kruska’!

di Terry Passanisi

schermata 2019-01-29 alle 11.50.14

È vero che l’Accademia della Crusca ha dato il suo benestare per l’uso dei verbi intransitivi nelle forme transitive? Per chi non avesse chiaro di che cosa stiamo parlando è presto detto. Si tratta di quei regionalismi molto diffusi soprattutto nelle zone del Sud. “Scendi il cane”, “sali l’olio”, “siedi la nonna”, “sparisci la droga” e altri orrori del genere. La risposta alla domanda è soltanto una, senza ombra di dubbio, al netto di qualsiasi isteria prodotta da Internet. No! L’Accademia della Crusca non ha dato nessun benestare a un imbarbarimento linguistico del genere. Intanto perché la questione non si pone. Per esempio, per prima cosa, sarebbe come dire, in una forma più ambigua, “mangia il gatto”, non certo per intendere di ingoiarselo, ma per invitare qualcuno a nutrirlo. In seconda istanza, e non certo per ultima, perché l’Accademia ha semplicemente detto: metti che a qualcuno, vuoi un attraversamento di strada troppo repentino da parte della malcapitata, vuoi per una forte polmonite come neanche in un racconto di Hector Malot, dovesse essere prematuramente morta la maestra d’italiano durante la scuola elementare, a casa su Leggi tutto

Come cambia il linguaggio nell’Era dell’informazione

di Terry Passanisi

cirelli

Roberto Cirelli, professore di Italian Communication presso la Birzeit University in Palestina, ci spiega com’è cambiato il linguaggio nella cosiddetta Era dell’informazione.

Nell’ambito della “XVIII Settimana della Lingua Italiana”, il Dipartimento di Lingue e Traduzione della Birzeit University ha tenuto, lo scorso 23 ottobre 2018, una conferenza sui cambiamenti e sugli sviluppi che l’Era digitale ha prodotto sulla lingua italiana. La Settimana della Lingua Italiana nel Mondo è una manifestazione promossa dalla rete culturale e diplomatica della Farnesina ogni anno nella terza settimana di ottobre, intorno a un tema che funge da filo conduttore per l’organizzazione di un vasto programma culturale focalizzato sulla diffusione della lingua italiana. L’iniziativa nasce nel 2001 da un’intesa tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e l’Accademia della Crusca.

Alla conferenza, guidata dal professor Roberto Cirelli, che insegna comunicazione italiana all’Università di Birzeit, hanno partecipato Federico Dimonopoli, console italiano a Gerusalemme; Amir Khalil, responsabile delle relazioni accademiche esterne della Birzeit University; Adnan Abuayyash, presidente del Dipartimento di Lingue e Traduzione; e altri membri e studenti della facoltà.

Nel suo intervento, Dimonopoli ha detto di essere orgoglioso delle attività legate alla Settimana della Lingua Italiana, un evento organizzato in tutto il mondo, che serve a promuovere la lingua e la cultura del Bel Paese anche in Palestina, osservando che il tema dell’edizione di quest’anno è “L’italiano e il web, i social network per la lingua italiana,” mentre l’anno passato collegava la lingua italiana al mondo dei film e del cinema. Il console ha inoltre menzionato le borse di studio e le opportunità fornite dal governo italiano per gli studenti palestinesi che vorrebbero perseguire l’istruzione superiore in Italia. Sull’onda del discorso del console, Amir Khalil ha fornito una breve panoramica del programma di interscambio degli studenti Erasmus+, che offre loro la possibilità di studiare per un semestre presso le università in partnership.

Durante la conferenza, Cirelli ha tracciato i cambiamenti avvenuti nella lingua italiana, partendo dall’avvento della tivvù negli anni Cinquanta, che ha portato a una sorta di standardizzazione della lingua e a una graduale desuetudine dei dialetti. “Mentre la maggior parte dei cambiam Leggi tutto…

Conversando su lingua, istruzione e democrazia. Intervista a Tullio De Mauro

di Roberta P. Mocerino

01-00109001000905Riproponiamo un’illuminante intervista del 2014 a Tullio De Mauro, ancora attuale, su problematiche culturali tutte italiane e mai risolte.

“A circa un anno dall’uscita del suo nuovo libro “Storia linguistica dell’Italia repubblicana” (2014), abbiamo incontrato il professor Tullio De Mauro, insigne linguista ed ex-ministro dell’istruzione, e gli abbiamo chiesto di riflettere insieme a noi su alcuni dei temi che gli sono più cari: l’educazione, la democrazia e, ovviamente, la lingua degli italiani.

L’idea da cui siamo partiti è stata quella di rintracciare, nell’Italia contemporanea, i luoghi della riflessione politica e dell’autocoscienza. Tali funzioni, che nella Grecia classica erano assolte dal teatro (si veda Luoghi della relazione nella Grecia antica, di Cinzia Bearzot, “Leussein” 1-2/2014), si presentano nella democrazia moderna oltremodo problematiche: da un lato vi sono ovvie difficoltà strutturali legate ai numeri della democrazia indiretta, che impediscono una riflessione che coinvolga in maniera attiva tutti i cittadini; dall’altro vi è una difficoltà più drammatica, legata alla maniera in cui lo Stato democratico sceglie di formare i suoi cittadini.

La riflessione di De Mauro si concentra proprio su questo punto e sceglie, come cartina al tornasole, l’analisi delle competenze linguistiche degli italiani. Ne esce un quadro non incoraggiante: nonostante gli strabilianti progressi compiuti dall’unità d’Italia a oggi, le capacità di comprensione dell’italiano scritto e del parlato medio-alto sono drammaticamente basse, come mostrano i dati che risultano dalle analisi internazionali.

I processi di de-alfabetizzazione in età adulta, che molti paesi conoscono, ma che l’Italia non ha saputo fronteggiare, pesano sulla possibilità di esercitare una cittadinanza piena. Tra le cause del persistere di queste larghe sacche di analfabetismo e semianalfabetismo De Mauro indica la povertà del tessuto associativo nel nostro Paese, la scarsezza di sollecitazioni da parte della società a tenersi informati e aggiornati,  la mancanza di luoghi di ritrovo e di offerta culturale di alto livello – come biblioteche, teatri, sale da concerto –  e infine la disattenzione della classe politica.

Un’analisi puntuale del problema, e delle possibili soluzioni da attuare nell’immediato e nel medio-lungo termine, si potrà trovare nella relazione del team di esperti convocato nel 2013 dall’ex presidente del consiglio Enrico Letta e dai ministri Giovannini e Carrozza e presieduta proprio da De Mauro. La relazione, già pubblicata nella rivista “Osservatorio ISFOL” (III, 34, pp.1909-124), viene riproposta per intero nella sezione “inediti e rari” del presente numero di Leùssein (vedi pagg…?).

La riforma della scuola attuata dal successivo governo invece – la cosiddetta “Buona Scuola” del 2015 – sembra non aver tenuto in conto la necessità della formazione permanente dei cittadini, senza la quale le competenze acquisite negli anni di scuola vengono irrimediabilmente perdute. Questo influisce sulla competitività degli italiani nel contesto del merc Leggi tutto…

“Pacchia”, “crociera” e la lingua di ricino che si sparge in giro

di Giulio Cavalli per Left

girlchild

Tre dichiarazioni a caso:

“È tutto sotto controllo  è tutto tranquillo non c’è problema alcuno” con la nave Aquarius. Andrà in Spagna? Gli hanno chiesto i giornalisti. “Certo non è che adesso possono anche decidere dove cominciare e dove finire la crociera. Mi sembra che l’arrivo sia previsto sabato senza intoppi”.

“Il 99 per cento delle domande respinte è oggetto di ricorso e c’è il business degli avvocati di ufficio che fanno soldi sulla pelle di questi disgraziati e occupano le aule dei tribunali. Anche su questo occorre fare qualcosa”.

“Regeni? Sono più importanti i rapporti con l’Egitto”.

Sono solo tre frasi pescate nel mucchio di bile che vomita ogni giorno Matteo Salvini, quello che ha bisogno di spargere letame tutto intorno per esistere, farsi notare, prendere qualche like e continuare a nutrire le pance affamate del cattivismo che l’ha portato fino al ministero dell’Interno e finirà per sbranarselo. Non lo sa, Salvini, che usare le parole come manganello non è nient’altro che una vigliaccheria di chi vorrebbe apparire come l’uomo dal pugno duro e invece finirà per passare per un patetico bofonchiatore. Non funzionerà per sempre che gli basti aggiungere qualche frasetta da cresimando (come il “lo dico da padre” che ormai usa come intercalare) per evitare di essere smascherato in quella che lui rivende come autorità e invece è l’incapacità di uscire da una campagna elettorale che necessita di un nemico sempre più grande. Finirà come quell’Arlecchino che incapace di controllare la propria fame feroce inizia mangiandosi una mosca e finisce per mangiarsi le sue stesse braccia e le sue stesse gambe.

Arriverà il giorno in cui non basterà questo linguaggio greve e grondante d’odio (perché non è populismo, no, è tossicità linguistica di chi è tossico nel pensiero); non basterà più per distrarre i disperati dalle proprie disperazioni e alla fine avrà allenato all’odio i suoi stessi odiatori.

Poiché la lingua però è un luogo sociale anche nella lingua difenderemo l’etica e la dignità. Anche qui. Sempre. Tutti i giorni. Senza respiro.

(ps: «Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena». «Dal[…]

via “Pacchia”, “crociera” e la lingua di ricino che si sparge in giro | Left

 

Qual è il futuro delle lingue classiche?

di Dario Iocca

classiche

Perché preservare il patrimonio classico in un mondo orientato a una concezione utilitaristica dell’istruzione.

In un passo tra i più divertenti della sua autobiografia, Winston Churchill racconta il suo primo contatto, a sette anni, con il latino. Il maestro inizia la lezione consegnandogli un foglio con la prima declinazione da imparare a memoria, destando confusione nel giovane:

“Posso sapere cosa vuol dire?”. “Vuol dire quello che dice. Mensa, la tavola”, ripeté. “E come mai mensa vuol dire anche, O tavola?”. “O tavola è il caso vocativo. Questa espressione lei la può usare per rivolgersi a una tavola, per invocare una tavola”. “Ma è una cosa che non faccio mai” mi lasciai sfuggire in preda a un’onesta sorpresa. “Se fa l’impertinente sarà punito, e punito molto severamente, le posso assicurare” fu la sua risposta finale.
L’aneddoto dell’ex primo ministro britannico rappresenta un’istantanea abbastanza fedele, per quanto colorita ed estremizzata, di un approccio mnemonico e coercitivo dell’insegnamento delle lingue classiche che vige nelle scuole italiane, quasi nelle stesse identiche modalità, dalla riforma Gentile del 1923 ad oggi. Un’impostazione didattica che non è certo di matrice esclusivamente neoidealista, ma ha radici più profonde che risalgono almeno all’inizio del XVIII secolo, periodo in cui il declino del latino parlato porta alla costituzione di un metodo traduttivo affine a quello del greco, incentrato sugli aspetti morfosintattici della lingua. In questo processo le competenze strettamente linguistico-comunicative vengono meno e le lingue classiche diventano sempre più un sapere formale ed elitario, le cui motivazioni d’apprendimento si riducono a un modello tripartito sopravvissuto fino ai giorni nostri. Lo studio delle lingue classiche aiuta a: 1) migliorare la padr[…]

via Qual è il futuro delle lingue classiche? – il Tascabile