Conversando su lingua, istruzione e democrazia. Intervista a Tullio De Mauro

di Roberta P. Mocerino

01-00109001000905Riproponiamo un’illuminante intervista del 2014 a Tullio De Mauro, ancora attuale, su problematiche culturali tutte italiane e mai risolte.

“A circa un anno dall’uscita del suo nuovo libro “Storia linguistica dell’Italia repubblicana” (2014), abbiamo incontrato il professor Tullio De Mauro, insigne linguista ed ex-ministro dell’istruzione, e gli abbiamo chiesto di riflettere insieme a noi su alcuni dei temi che gli sono più cari: l’educazione, la democrazia e, ovviamente, la lingua degli italiani.

L’idea da cui siamo partiti è stata quella di rintracciare, nell’Italia contemporanea, i luoghi della riflessione politica e dell’autocoscienza. Tali funzioni, che nella Grecia classica erano assolte dal teatro (si veda Luoghi della relazione nella Grecia antica, di Cinzia Bearzot, “Leussein” 1-2/2014), si presentano nella democrazia moderna oltremodo problematiche: da un lato vi sono ovvie difficoltà strutturali legate ai numeri della democrazia indiretta, che impediscono una riflessione che coinvolga in maniera attiva tutti i cittadini; dall’altro vi è una difficoltà più drammatica, legata alla maniera in cui lo Stato democratico sceglie di formare i suoi cittadini.

La riflessione di De Mauro si concentra proprio su questo punto e sceglie, come cartina al tornasole, l’analisi delle competenze linguistiche degli italiani. Ne esce un quadro non incoraggiante: nonostante gli strabilianti progressi compiuti dall’unità d’Italia a oggi, le capacità di comprensione dell’italiano scritto e del parlato medio-alto sono drammaticamente basse, come mostrano i dati che risultano dalle analisi internazionali.

I processi di de-alfabetizzazione in età adulta, che molti paesi conoscono, ma che l’Italia non ha saputo fronteggiare, pesano sulla possibilità di esercitare una cittadinanza piena. Tra le cause del persistere di queste larghe sacche di analfabetismo e semianalfabetismo De Mauro indica la povertà del tessuto associativo nel nostro Paese, la scarsezza di sollecitazioni da parte della società a tenersi informati e aggiornati,  la mancanza di luoghi di ritrovo e di offerta culturale di alto livello – come biblioteche, teatri, sale da concerto –  e infine la disattenzione della classe politica.

Un’analisi puntuale del problema, e delle possibili soluzioni da attuare nell’immediato e nel medio-lungo termine, si potrà trovare nella relazione del team di esperti convocato nel 2013 dall’ex presidente del consiglio Enrico Letta e dai ministri Giovannini e Carrozza e presieduta proprio da De Mauro. La relazione, già pubblicata nella rivista “Osservatorio ISFOL” (III, 34, pp.1909-124), viene riproposta per intero nella sezione “inediti e rari” del presente numero di Leùssein (vedi pagg…?).

La riforma della scuola attuata dal successivo governo invece – la cosiddetta “Buona Scuola” del 2015 – sembra non aver tenuto in conto la necessità della formazione permanente dei cittadini, senza la quale le competenze acquisite negli anni di scuola vengono irrimediabilmente perdute. Questo influisce sulla competitività degli italiani nel contesto del mercato del lavoro nazionale e internazionale e dunque sulla mobilità sociale, ma soprattutto determina l’incapacità di una larga parte dei cittadini di partecipare pienamente alla vita politica del nostro paese.

Domanda – Professore, Lei è stato e continua a essere uno degli studiosi italiani più attenti al rapporto tra istruzione e democrazia, e in particolare alla questione della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. L’aspetto più interessante della sua maniera di guardare a questa questione è la lente che Lei usa, che è la lente degli studi di linguistica e sociolinguistica. Per iniziare questa conversazione mi piacerebbe sapere come – a partire dal libro che ha segnato l’inizio di questa riflessione, cioè la Storia linguistica dell’Italia unita – si sono modificati i rapporti tra questi tre termini: lingua, istruzione e democrazia.

Risposta – Non c’è dubbio che, rispetto agli anni Cinquanta, ci siano stati dei cambiamenti. Ne ho parlato analiticamente nella seconda puntata della vecchia Storia e cioè in Storia linguistica dell’Italia repubblicana pubblicata un anno fa da Laterza, Cominciamo dall’istruzione: negli anni Cinquanta l’indice di scolarità, cioè il numero di anni di scuola fatti dal totale della popolazione diviso per numero di abitanti, era di circa tre anni in Italia. Come dire che, mediamente, avevamo fatto i primi due tre anni delle scuole elementari. Questo dipendeva dal fatto che il 60% della popolazione, fosse o no analfabeta, non aveva la licenza elementare e il 40% era composto da un 30% che era aveva conquistato la licenza elementare e un 10% che era andato oltre, verso i livelli superiori di istruzione. Per capire cosa significano questi numeri bisogna ricorrere al confronto con altri paesi: nei paesi sviluppati di quel tempo – Francia, Germania, Inghilterra, Svezia o negli Stati Uniti – l’indice di scolarità era di sei/sette anni. L’indice di scolarità italiano – fra i due e i tre anni – era l’indice dei paesi sottosviluppati. l’Italia dunque, almeno dal punto di vista scolastico e non solo, apparteneva alla schiera dei paesi sottosviluppati. Questo è cambiato, ed è cambiato in modo straordinario.

D. – Cosa è successo in questi cinquant’anni?

R. – Come oggi sappiamo da lavori molto accurati, i paesi sviluppati sono passati a un indice di scolar[…]

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