Le solite cose (non sospette) che salvano il mondo

di Terry Passanisi

mafalda

Scommetto “my two cents on” che questo articolo, da qualcuno in particolare, sarà etichettato come buonista; definizione che oggi, fino a prova contraria, si spende e si porta un po’ su tutto.

Parliamoci chiaro: In Italia, nel 2017, è ancora permesso a taluni quotidiani nazionali di professare la Reductio ad Hitlerum, con titoli e articoli a dir poco surreali e sgradevoli fondati sul più losco razzismo. Anzi no: fosse almeno quello, sapremmo che chi li congegna non è una marionetta subdola al soldo di un potente in cerca di vantaggi politici.

A fronte dello spregio che alcuni (presunti) giornalisti fanno dell’informazione e della cronaca, provo a rispondere. Perché, sotto sotto, il problema più grande è proprio questo: avere persa la bussola, tutti, grazie al gioco delle tre carte di un sistema più grande di chi l’ha generato, e gestito, per sete di potere e ambizione, nondimeno l’ignoranza più bieca dell’attuale classe dirigente. Perché i corsi e i ricorsi storici avrebbero già dovuto insegnarle qualcosa, per l’appunto, su qual è la colpa di ignorare – o fare finta di  continua a leggere…

I traduttori sono ladri innamorati

di Federica Arnoldi

translate

Traduttori, scrittori, studiosi e professionisti dell’editoria tutta si sono dati appuntamento a Urbino nell’ultimo weekend di settembre per la XII edizione delle Giornate della traduzione letteraria, a cura di Ilide Carmignani e Stefano Arduini.
Il calendario, molto fitto, prevedeva presentazioni, tavole rotonde e seminari su tematiche specifiche del mestiere in tutte le sue declinazioni, dai modi del tradurre alla figura professionale del traduttore e alla sua interazione con i professionisti dei diversi settori editoriali.

Tra i primissimi incontri, quasi a marcare fin dalla soglia l’importanza dell’aggettivo ʻletteraria’ non solo come definizione di ambito delle giornate ma anche nei risvolti creativi della traduzione, ha spiccato quello con Michele Mari che ha raccontato la sua recente esperienza di traduzione del romanzo di Andrew Motion Ritorno all’isola del tesoro (Rizzoli, 2012) e della nuova edizione italiana de L’isola del tesoro (BUR, 2012), soffermandosi sulle difficoltà poste dall’espressività stevensoniana, legata alla terminologia nautica e all’uso, da parte dell’autore scozzese, di un inglese smozzicato e sgrammaticato per la riproduzione del gergo marinaresco. Calarsi nella poetica di un autore significa anche imparare a riconoscere i tratti che caratterizzano le diverse varietà d’uso della lingua che si combinano e si annodano all’interno del sistema dei personaggi. Il traduttore, con il suo lavoro d’intarsio, ne è il primo interprete: a lui spetta il compito di scomporre e ricomp[…]

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That’s the Storytelling, baby

di Terry Passanisi

tragedy

Cioè, fatemi capire. In pratica, questo cosiddetto “storytelling”, tanto abusato di questi tempi, fuori luogo, subdolo e spietato, imprescindibile oramai sia per la politica che nella cronaca giornalistica, non sarebbe altro, tradotto nell’italico idioma, che “la favola dei lacrimoni a tutti i costi”?

Quello che indigna maggiormente, almeno me, è che nella tragedia incommentabile di un giovane morto ammazzato in vacanza da tre assassini senza pietà, senza motivi – perché è questa la realtà sociale in cui viviamo oggi, dove la vita umana non ha più alcun valore assoluto e invalicabile -, invece di avere il limite della decenza di fermarsi alla lucida cronaca, si scava, si gonfia, si infioretta impudicamente e morbosamente ogni dettaglio. Di conseguenza non si può che perdere il contatto con il vero valore di un evento tanto tragico, tanto incontrovertibile. “Nessuno interveniva”, viene replicato a spron battuto dalle testate, riportando la dichiarazione disperata del povero padre sconvolto. Ma, dico io, stiamo scherzando? Vogliamo dare a credere che di tutta la vicenda il quid stia nell’eroismo di un buon samaritano che, molto probabilmente, avrebbe fatto la medesima fine del povero ragazzo? Vogliamo dare a bere al pubblico che, così, tutto si sarebbe risolto come in un film con Marlon Brando o John Wayne? Contro tre assassini disposti a uccidere per urinare sul proprio territorio come bestie? “Era il mio gigante buono”. E, di certo, nessuna colpa ha la povera fidanzata della vittima a lasciarsi andare al malinconico ricordo di colui che ha perso. Ma un giornalista serio, invece, dovrebbe evitare di voler muovere la pancia dei lettori a tutti i costi, pubblicando dettagli intimi e privati che del valore del puro resoconto informativo non hanno nulla, pur di realizzare quel numero in più.

Lo so, scopro (e scoperchio) l’acqua calda. Anzi, bollente. La triste verità, però, è che viviamo in un sistema sociale in cui tre giovani ammazzano a sangue freddo senza motivo un loro coetaneo, e chi resta non vede l’ora di leggere (e vedere) i dettagli più crudi di tutta la faccenda. La frittata è fatta, servita calda al giornalismo e, per altri fatti ben noti, alla politica più becera.

Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi?

di Giulio Mozzi

peanuts

[A questo mio articolo ha risposto Alessio Cuffaro qui. Ho commentato l’articolo di Cuffaro qui. Valentina Durante ha dato un’interessante svolta alla discussine qui. Edoardo Zambelli ha precisato alcune cose qui].

Per ragioni private che non sto qui a contarvi frequento assai poco la televisione (la guardo, talvolta, la mattina presto, nelle camere d’albergo), ancora meno il cinema (l’ultima volta che entrai in una sala fa il lunedì di Pasqua del 2007), e quasi per nulla i videogiochi. Invece libri ne leggo tutti i giorni. Questo per dire qual è il mio livello di competenza, sia pure come semplice fruitore, di certe cose.

Quando in un articolo apparso l’altro giorno in Le parole e le cose ho visto Gilda Policastro riproporre una domanda di Gabriele Frasca,

Già un decennio fa un saggio capitale come La lettera che muore di Gabriele Frasca si interrogava sulla ragione per cui ai videogiochi, ad esempio, o alle serie televisive, si chiedano strutture e linguaggi ben più complessi di quelli che pare possano soddisfare le aspettative dei lettori: “Perché quest’ansia di semplificazione”, si domandava Frasca, “riguarda solo la narrativa letteraria?”,

mi è venuto in mente che già un anno e rotti fa, nella lunga chiacchierata che facemmo attorno al suo romanzo Cella, Gilda aveva rievocato la medesima domanda:

[..] tornando al discorso del moltiplicarsi dei piani e dei livelli, perché lo spettatore medio si ritiene in grado di decodificare un film come Inception e un lettore dovrebbe smarrirsi di fronte a Cella?

Non ho visto Inception, ma ho visto che all’estensore della relativa voce in Wikipedia sono servite più di 9.500 battute per raccontare la trama (in estrema sintesi: “Sogno o son desto?”, o “S[…]

via Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi?| vibrisse, bollettino

Il lungo viaggio nella scienza di Piero Angela

di Pietro Greco

pierone

Mercoledì, 29 giugno. Sebbene in calo rispetto alla precedente, la seconda puntata di SuperQuark con 2,9 milioni di spettatori e il 14,76% di share batte tutti gli altri e si afferma come il programma televisivo più seguito in prima serata. Smentendo, ancora una volta, quel luogo comune secondo cui la scienza e i programmi privi di urla non fanno ascolto in televisione. E confermando Piero Angela, 89 anni il prossimo 22 dicembre, come il comunicatore di scienza più seguito in Europa.

Autobiografia di un comunicatore
L’autore e il conduttore di SuperQuark, tra le sue tante attività di comunicazione della scienza – non solo televisione, ma anche conferenze, allestimenti di musei, giornalismo scritto, fondatore di movimenti culturali come il CICAP – ha anche quella di scrittore. Ha in carico, infatti, molti libri di successo. Ma quello che ha pubblicato nelle scorse settimane, Il mio lungo viaggio. 90 anni di storie vissute (Mondadori; 2017; pp. 224; 19,00 €), è davvero particolare. E non solo perché è un’autobiografia – l’autobiografia del più noto grande comunicatore di scienza del nostro paese – scritta in punta di penna. Con leggerezza e sobrietà. Ma perché vi traspare quello che, a nostro avviso, è il vero segreto del suo successo: la gentilezza d’ani[…]

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Aiutiamoli a casa loro

di Massimo Mantellini

renzisalvini

Finalmente un problema squisitamente di comunicazione. Nel suo libro (e nelle polemiche di oggi sui social) Matteo Renzi cita un famoso slogan leghista anti migranti. L’intento è chiaramente quello di una citazione polemica e avversativa nella quale il “davvero” dovrebbe essere il segno della propria diversità. Probabilmente le frasi intere del libro e soprattutto il contesto nel quale sono inserite potevano risultare lievemente fastidiosi (lo slogan leghista è una delle cose più tetre che i tetri leghisti abbiano prodotto in questi anni) eticamente fragili ma in qualche maniera argomentate. Ma negli ambienti digitali una sola di quelle frasi, isolata intenzionalmente dal contesto dagli stessi strateghi dell’ex premier che ne hanno quotato solo la parte più incisiva, ha trasformato il pensiero di Renzi da una idea molto discutibile e discretamente imbarazzante in un vero e proprio slogan reazionario. continua a leggere…

Stupido, metti via quel telefonino

di Umberto Eco

addio-umberto-eco-

Filmare o fotografare, per poi magari caricare il tutto in Rete. Ormai molte persone non pensano ad altro quando assistono a un evento. E così rinunciano a capire che cosa sta succedendo davvero davanti ai loro occhi.
Qualche tempo fa, all’Accademia di Spagna di Roma, stavo tentando di parlare, ma una signora mi sbatteva in faccia una luce accecante (per poter azionare bene la sua telecamera) e mi impediva di leggere i miei appunti. Ho reagito in modo molto risentito dicendo (come mi accade di dire a fotografi indelicati) che quando lavoro io devono smettere di lavorare loro, per via della divisione del lavoro; e la signora ha spento, ma con l’aria di aver subito un sopruso. Proprio la settimana scorsa, a San Leo, mentre si lanciava una bellissima iniziativa del Comune per la riscoperta dei paesaggi montefeltrani che appaiono nei dipinti di Piero della Francesca, tre individui mi stavano accecando con dei flash, e ho dovuto richiamarli alle regole della buona educazione. Si noti che in entrambi i casi gli accecatori non erano gente da Grande Fratello, ma presumibilmente persone colte che venivano volontariamente a seguire discorsi di un certo impegno. Tuttavia evidentemente la sindrome dell’occhio elettronico li aveva fatti discendere dal livello umano a cui forse aspiravano: praticamente disinteressati a quel che si diceva, volevano solo registrare l’evento, magari per metterlo su YouTube […]

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