Umberto Eco: così ho corretto Il nome della rosa

di Maurizio Bono

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“Ho corretto solo alcune inesattezze e ripetizioni per far piacere a me, cosa di poche righe Rimane come prima”. “I giovani devono apprezzarlo così come era. Chi non legge oggi già non lo faceva”. “In un punto Adso parla di secondi ma è un errore: nel Medioevo quella misura non c’era”. “L’esperienza mi è piaciuta. Ora nel tempo libero rivedrò anche gli altri romanzi”.

Ma allora, Umberto Eco, è vero quanto si dice, che ha riscritto Il nome della rosa per adattarlo a un nuovo pubblico?
Macché: «Boatos estivi – risponde lo scrittore – . Ma le pare che uno che ha scritto un libro che ha avuto e continua ad avere una notevole fortuna vada a riscriverlo?».

Da qualche settimana ne stanno parlando non solo vari giornali italiani ma anche quelli stranieri.
Su Le Monde Pierre Assouline ha scritto «Eco réinvente son Nom de la rose pour les nuls», vale a dire che lo riscrive per i minus habens, per i poveretti. Teleramaha scritto che tutto è nato da una discussione con l’editore americano che aveva chiesto a Eco di adattare il suo stile ai giovani lettori.
El País dice che ha riscritto per la generazione di Internet.

Qui l’autore sgombra il campo dagli equivoci.

Per essere una bufala, professore, quella della “riscrittura” è circolata parecchio…

«E che cosa le debbo dire, siamo in estate, i giorn continua a leggere…

Una perla estemporanea

di Terry Passanisi

Black Mirror

Tra le tantissime serie televisive e uscite cinematografiche vendute un tanto al chilo come capolavori imperdibili, e che poi tali non si rivelano neanche per sbaglio, una delle cose più belle in assoluto che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni è il quarto episodio della nuova stagione di Black Mirror, intitolato “Hang the DJ” – titolo geniale per diverse sfumature tutte da scoprire. Intriso di un romanticismo mai stucchevole ed emozionantissimo, con una trama mai banale seppure con un nesso semplice (ma non semplicistico) e attuale, si eleva sopra a tantissime produzioni per una sceneggiatura perfetta, dai dialoghi bellissimi e asciutti, recitato ancora meglio dai due bravissimi protagonisti. I puristi e gli adoratori della serie, nonché gli intellettuali sofisti della critica “della qualsiasi”, storceranno il naso, bisognosi di dosi sempre maggiori di “hi-tech” imprevedibile. Dimenticate pure di che serie si tratti. Sovralimentati e pervasi da tanti proclami televisivi, va goduta come un’opera a sé stante che seduce, mette i brividi sottili di un sentimento profondo, stritola il cuore come il più inaspettato e desiderato dei messaggi d’amore.

“Come si fa una tesi di laurea”, come si migliora la vita

di Terry Passanisi

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Da quando Umberto Eco pubblicò il suo primo romanzo “Il nome della rosa”, il più venduto, venne riconosciuto come uno degli intellettuali più celebri d’Italia, accademico una spanna sopra gli altri, autore delle più influenti opere sulla semiotica. Solo pochi anni prima, nel 1977, Eco pubblicò un piccolo libro dedicato ai suoi allievi, “Come si fa una tesi di laurea”, in cui offriva consigli utili per tutte le fasi di ricerca e di scrittura di una tesi universitaria – dalla scelta dell’argomento all’organizzazione del programma di lavoro per la stesura finale. Il saggio, giunto alla sua ventitreesima edizione in Italia e tradotto in ben diciassette lingue, oggi è diventato un vero e proprio classico.

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“Come si fa una tesi di laurea” di Umberto Eco, è comparso per la prima volta sugli scaffali delle librerie italiane nel 1977. Per Eco, uno tra i filosofi e romanzieri più giocosi e conosciuti al mondo per il suo inestimabile lavoro sulla semiotica, lo scopo di scriverlo fu se non altro pratico. Raccogliere i suoi pensieri sul processo di redazione di una tesi in un saggio lo avrebbe salvato dal ripetere all’infinito, ogni anno, i medesimi consigli agli studenti. Dalla sua prima pubblicazione, “Come si fa una tesi di laurea” ha visto 23 edizioni italiane ed è stato tradotto in almeno diciassette lingue. Caso piuttosto strano, la sua prima edizione in lingua inglese è stata resa disponibile per la prima volta solo nel 2015, in una traduzione di Caterina Mongiat Farina e Geoff Farina.

Perché è un testo da considerarsi tanto importante? Eco scrisse il suo manuale di redazione di una tesi prima dell’avvento dei software di testo, i cosiddetti word processor, e di Internet. Vi sono ampi passi dedicati alle fonti più specifiche e tradizionali, come gli archivi e le rubriche, nonché le più opportune strategie utili a superare le limitazioni della propria biblioteca locale. Ma il fascino che rende il libro senza tempo – il motivo per cui potrebbe interessare perfino qualcuno la cui vita non necessiti la stesura di uno scritto più comples continua a leggere…

Sono come te, ma si sentono comunicativi

di Terry Passanisi

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Già tempo fa ho scritto quello che penso del cosiddetto politically correct e dell’uso arbitrario e consapevolmente demagogico che se ne fa oggi, a diversi livelli, nelle società capitalistiche. Una riflessione aggiuntiva mi viene stimolata dalla polemica nata in rete (dove altro?) nei confronti di una nuova campagna pubblicitaria per un sapone molto noto. Sono sincero: lo spot è abbastanza infelice, soprattutto di questi tempi, ma non mi è sembrata la cosa peggiore vista ultimamente e, se definirla razzista viene facile e spontaneo alla maggior parte degli spettatori, additarla a Male Supremo mi sembra quantomeno esagerato. Viene da chiedersi, come giustamente fanno i bravissimi redattori di Eschaton, cosa diavolo passi per la testa a un’agenzia pubblicitaria (presunta) di grido durante la gestazione di un messaggio mediatico, di una strategia di marca a medio-lungo termine, tanto capillare, che dovrà per forza misurarsi con vastissima opinione pubblica.

Al di là delle vere intenzioni comunicative di quell’azienda e di quell’agenzia pubblicitaria, prima di farsi prendere la mano con cacce alle streghe tanto di moda e indignarsi ai quattro venti come si usa fare sui social, vorrei riflettere a mente fredda sull’innocua dimensione che offre, in realtà, quello spot. Sono sincero: a guardarlo integralmente mi strappa solo un dolce sorriso di tenerez continua a leggere…

Quattro regole per criticare con gentilezza

 da Redazione Downtobaker

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Consigli per discutere in modo sano e proficuo, tratti dall’ultimo libro del filosofo Daniel Dennett: i buoni vincono sempre?

Gli esseri umani sono per natura buoni o cattivi? Il genere umano si interroga su questa domanda più o meno da sempre: già un paio di secoli prima della nascita di Gesù Cristo – che avrebbe detto chiaramente cosa era giusto, ma meno chiaramente cosa era “naturale” – i pensatori latini si interrogavano su quale fosse l’attitudine innata degli esseri umani. Già il commediografo Tito Maccio Plauto, nell’Asinaria, riporta un parere dell’epoca sulla questione, forse una specie di proverbio: lupus est homo homini, cioè gli uomini sono come lupi per gli altri uomini. Il filosofo Lucio Anneo Seneca pensava il contrario e scrisse che “gli uomini sono sacri per gli altri uomini”.
A differenze di molte delle altre grandi domande che i filosofi si sono posti nel corso dei secoli, la questione della bontà degli esseri umani ha un risvolto pratico e applicabile nella vita di tutti i giorni. In un mondo di “buoni” è conveniente essere disponibili nei confronti degli altri. In un mondo di lupi, invece, è molto meglio girare armati di un grosso bastone. Il filosofo americano Daniel Dennett, che si occupa da molti anni dello studio del funzionamento della mente umana, ha scritto nel suo ultimo libro, “Strumenti per pensare” (uscirà in Italia ad aprile per l’editore Cortina) che in un certo senso ha ragione Seneca: è più utile essere buoni.
In un capitolo del libro arriva a sostenere l’importanza di essere gentili anche in una delle attività umane dove in genere (soprattut[…]

via Quattro regole per criticare con gentilezza – Il Post

Le solite cose (non sospette) che salvano il mondo

di Terry Passanisi

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Scommetto “my two cents” che questo articolo, da qualcuno in particolare, sarà etichettato come buonista; definizione che oggi, fino a prova contraria, si spende e si porta un po’ su tutto.

Parliamoci chiaro: In Italia, nel 2017, è ancora permesso a taluni quotidiani nazionali di professare la Reductio ad Hitlerum, con titoli e articoli a dir poco surreali e sgradevoli fondati sul più losco razzismo. Anzi no: fosse almeno quello, sapremmo che chi li congegna non è una marionetta subdola al soldo di un potente in cerca di vantaggi politici.

A fronte dello spregio che alcuni (presunti) giornalisti fanno dell’informazione e della cronaca, provo a rispondere. Perché, sotto sotto, il problema più grande è proprio questo: avere persa la bussola, tutti, grazie al gioco delle tre carte di un sistema più grande di chi l’ha generato, e gestito, per sete di potere e ambizione, nondimeno l’ignoranza più bieca dell’attuale classe dirigente. Perché i corsi e i ricorsi storici avrebbero già dovuto insegnarle qualcosa, per l’appunto, su qual è la colpa di ignorare – o fare finta di  continua a leggere…

I traduttori sono ladri innamorati

di Federica Arnoldi

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Traduttori, scrittori, studiosi e professionisti dell’editoria tutta si sono dati appuntamento a Urbino nell’ultimo weekend di settembre per la XII edizione delle Giornate della traduzione letteraria, a cura di Ilide Carmignani e Stefano Arduini.
Il calendario, molto fitto, prevedeva presentazioni, tavole rotonde e seminari su tematiche specifiche del mestiere in tutte le sue declinazioni, dai modi del tradurre alla figura professionale del traduttore e alla sua interazione con i professionisti dei diversi settori editoriali.

Tra i primissimi incontri, quasi a marcare fin dalla soglia l’importanza dell’aggettivo ʻletteraria’ non solo come definizione di ambito delle giornate ma anche nei risvolti creativi della traduzione, ha spiccato quello con Michele Mari che ha raccontato la sua recente esperienza di traduzione del romanzo di Andrew Motion Ritorno all’isola del tesoro (Rizzoli, 2012) e della nuova edizione italiana de L’isola del tesoro (BUR, 2012), soffermandosi sulle difficoltà poste dall’espressività stevensoniana, legata alla terminologia nautica e all’uso, da parte dell’autore scozzese, di un inglese smozzicato e sgrammaticato per la riproduzione del gergo marinaresco. Calarsi nella poetica di un autore significa anche imparare a riconoscere i tratti che caratterizzano le diverse varietà d’uso della lingua che si combinano e si annodano all’interno del sistema dei personaggi. Il traduttore, con il suo lavoro d’intarsio, ne è il primo interprete: a lui spetta il compito di scomporre e ricomp[…]

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