La struttura del processo creativo

A cura del prof. Andrea Sgarro

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La creatività ha due momenti, l’ispirazione e l’elaborazione. L’ispirazione, che inizia il processo creativo, è generata nel cervello di destra: é necessariamente seguita dal processo di elaborazione, che richiede la cooperazione di entrambi gli emisferi cerebrali. L’elaborazione può essere lunga e faticosa: lo testimoniano le dichiarazioni di artisti famosi, da Leopardi, a Lorca, ad altri poeti: Sereni definiva ad esempio la definiva “il lavoro del poeta”.  Ed al di fuori delle dichiarazioni, lo testimonia il lavoro di molti altri artisti, pittori in primis. Un’interessante estensione del momento di ispirazione è il duende, introdotto da Lorca per le forme d’arte nelle quali l’intervento umano è necessario per il trasferimento nella realtà: la musica, la danza, i recitals di poesia. Il duende e’ qualcosa di unico che sgorga dall’anima dell’artista che lo possiede, e lo travolge assieme agli spettatori, coinvolgendoli nell’atto creativo. La musica, con le forme correlate di arte di cui parla Lorca, estende il momento iniziale di ispirazione anche da un altro angolo: il compositore compone lo spartito seguendo l’ispirazione, e le indicazioni che vi aggiunge guideranno l’esecutore. Il quale le interpreterà secondo il suo proprio momento di ispirazione, condividendo quindi con il compositore l’atto creativo.

L’ispirazione iniziale può essere dominante, consentendo quindi all’artista solo varianti “prevedibili” nel processo di elaborazione. Ma può anche avere margini di incertezza che, trasferiti nel lavoro di elaborazione, ne determinano tentativi erratici in diverse direzioni, con varianti anche drammaticamente discordanti.

Un problema importante del processo creativo riguarda la sua “libertà”: si sta ora affermando il concetto che l’artista non crei con libertà illimitata, a 360°, ma con limiti e costrizioni interni verosimilmente introiettati durante il percorso percorso evolutivo che ha portato all’Homo Sapiens moderno. Che “costringono” il processo creativo ad estrinsecarsi solo in determinate direzioni. […]

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David Bowie risponde al famoso ‘Proust Questionnaire’

di Maria Popova (traduzione di Terry Passanisi)

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Ritratto di David Bowie di Robert Risko per Vanity Fair

Nel 1880, molto prima di acquisire il suo status di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, un Marcel Proust ancora adolescente (10 luglio 1871–18 novembre 1922) rispose al famoso questionario in lingua inglese propostogli dall’amica Antoinette Faure, figlia del futuro presidente di Francia, all’interno del suo “libro delle confessioni” – una versione vittoriana dei test della personalità dei giorni nostri, concepita per svelare i gusti, le aspirazioni e la sensibilità di qualcuno attraverso una serie di semplici domande. Il manoscritto originale di Proust, intitolato “Marcel Proust par lui-même”, non fu scoperto fino al 1924, due anni dopo la sua morte. Decenni dopo, il conduttore televisivo francese Bernard Pivot, il cui lavoro ha ispirato lo show Inside the Actor’s Studio di James Lipton, ha trovato nel questionario un ottimo ammorbidente per le sue interviste e ha iniziato a proporlo ai suoi ospiti tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80. Nel 1993, la rivista Vanity Fair ha riportato in uso questa tradizione e ha iniziato a pubblicar Leggi tutto…

La cura

di Terry Passanisi

Sì, è vero, è colpa della musica. È colpa del fatto che per tutta la vita ho sognato di conciarmi come Robert Smith dei The cure e girare liberamente per la mia città col rossetto sulle labbra, il viso sbiancato e i capelli sparati di lacca. È colpa della musica: a undici anni lo facevo davanti allo specchio, mettevo nel mangianastri dello stereo le cassettine dei Cure, emulavo, sognavo, immaginavo di essere all’Hammersmith di Londra davanti a cinquemila persone. Come Baudelaire, come David Bowie. Quando i miei rientravano dal lavoro e mi trovavano così, comunque, non mi dicevano nulla. È colpa della musica, allora, mi vien proprio da pensare. Non è colpa del fatto che uscendo, conciato così, a quarant’anni – ma anche a venti, come mi è capitato davvero – qualcun altro avrebbe avuto qualcosa da dirmi, da ridermi dietro, da puntare il dito, da etichettare, senza capire. Seguire la linea, adeguarsi, perché lo standard è un altro. Per dire: mi sarei presentato in una banca, oggi, a chiedere un mutuo, col mio rossetto fresco di specchio d’ascensore, e avrei chiesto al direttore, che mi avrebbe guardato di traverso trattenendo a stento, e in parte volutamente, gli angoli della bocca. Che avrebbe finto di prendere in carico la mia pratica gettandola nel cestino un attimo dopo, chiedendo in giro ai suoi sottoposti, finalmente libero di sghignazzare: “Ma chi è quella fro**a da mettere in manicomio?”.

Che è comunque più o meno quello che succede all’ottanta percento dei richiedenti un mutuo, lacca o non lacca tra i capelli. Avrei dovuto spiegargli, eventualmente, scendendo al suo livello, pur di compiacerlo, nella vana speranza di fargli capire qualcosa, che tutto quello che facevo, indossavo, mostravo, vivevo ed ero non c’entrava nulla con la mia onestà, con la mia rettitudine, con la mia serietà e professionalità, tantomeno con la mia sessualità. Insomma avrei dovuto spiegargli che no, non era colpa sua, non era colpa degli altri o della società o della storia del mondo: di un disagio, della violenza, dell’ignoranza, dell’invidia, dell’odio atavico represso in ogni individuo. Pur di ottenere quel cazzo di mutuo avrei dovuto strisciare ai suoi piedi, avrei dovuto dirgli che era tutta colpa della musica.

 

Letture consigliate:

  • Glamorama – Bret Easton Ellis (Einaudi)
  • Please kill me – Legs McNeil e Gillian McCain (Baldini&Castoldi)
  • I detective selvaggi – Roberto Bolaño (Adelphi)
  • Bowie. Una biografia – María Hesse e Fran Ruiz (Solferino)

La musica influenzata dalle distopie letterarie di J. G. Ballard

di Louis Pattison (traduzione di Vincent Baker)

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I Locrian nello scatto di Jimmy Hubbard

Capita ogni tanto che uno scrittore si infiltri nella cultura popolare, contagi altri ambiti artistici, nella misura in cui diviene famoso ed è riconoscibile dal solo cognome. Nel caso di J. G. Ballard, la sua scrittura rimane imbattuta per la profondità e per la devianza della sua immaginazione. Da quando il romanziere inglese scomparve nel 2009, dopo aver perso la battaglia contro un cancro alla prostata, possiamo affermare di vivere in un mondo ballardiano, circondato da temi profondamente inquietanti di cui tenne ad avvertirci – audaci visioni di degrado urbano, di tecnologie esotiche, patologie sessuali e di collasso dell’ecosistema. È difficile mettere in relazione la persona di Ballard – con un padre vedovo che ha cresciuto tre figli nel tranquillo sobborgo londinese di Shepperton, e che non ha mai provato nulla di più forte di un whisky di malto – con il contenuto spesso depravato dei suoi romanzi. Da parte sua, Ballard ha sempre negato che il proprio lavoro fosse guidato da una qualche rovina esistenziale o dalla negatività; sono, come dichiarò, “metafore estreme”, un ammonimento su ciò che si potrebbe trovare proprio dietro l’angolo del nostro presente.

Ballard fu colto da ricca ispirazione nella seconda metà degli anni ’70, realizzando romanzi come Crash, L’isola di cemento e Il condominio, i quali avrebbero un potente ascendente sul linguaggio del punk emergente, del post-punk e delle nuove ondate di genere. Gruppi come The Human League, The Comsat Angels o gli Ultravox furono tutti discepoli di Ballard, e molti lo citarono esplicitamente. I Joy Division plagiarono il titolo della canzone ‘Atrocity Exhibition’ dalla raccolta sperimentale di fantascienza del 1970 di Ballard, mentre Daniel Miller, gran capo di Mute Records, iniziò la sua carriera musicale, con lo pseudonimo The Normal, intitolando una canzone ‘Warm Leatherette’, riferimento al romanzo di Ballard del 1973 Crash, autoproclamandolo ‘inno psicopatico’ a causa del potenziale erotico che risiederebbe in un incidente automobilistico. L’influenza di Ballard sopravvisse oltre il punk del XX secolo. Il gruppo pop psichedelico di Luke Steele, gli Empire of The Sun, prese il nome dall’opera più famosa di Ballard, L’impero del sole, romanzo semi-autobiografico in cui viene descritta l’infanzia dello scrittore in tempo di guerra a Shanghai; Myths Of The Near Future, invece, dei Klaxons, mutuava il titolo di un album da una raccolta di racconti. Nel frattempo, l’influenza di Ballard è sfociata perfino nella dance music – in particolare nelle prime espressioni del dubstep, che utilizza i ritmi balzellanti del garage U.K. affogati nelle atmosfere di ansia e terrore dell’urbanità.

Perché le visioni di Ballard si sono rivelate così durature? Elizabeth Bernholz, alias Gazelle Twin, artista di musica elettronica da Brighton, crede che l’autore abbia qualcosa da dirci sul mondo a venire come nessun altro. “Ballard ha predetto la minaccia e le conseguenze dell’ultra-conservatorismo all’interno di una società completamente capitalizzata”, afferma. “La sua descr Leggi tutto…

La libreria più bella del mondo? Si trova in Argentina, nascosta in un teatro

di Noemi Penna

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Una delle librerie più belle del mondo è nascosta in un teatro. Siamo a Buenos Aires, in Argentina, e El Ateneo è un vero paradiso per i lettori: si trova nel teatro Gran Splendid, acquistato dalla casa editrice Yenny-El Ateneo a fine Anni 90 per essere trasformato in un inconsueto scrigno di cultura.  L’ossatura dello storico teatro al numero 1860 di Santa Fe Avenue è rimasta intatta: da platea e balconate sono state rimosse le poltrone per far spazio agli scaffali, regalando uno scenario unico nel suo genere. La libreria ha infatti mantenuto intatti tutti gli infissi e gli elementi decorativi dell’elegante teatro, incluse le tende in velluto rosso del sipario.

Non bastano le fotografie di questo insolita casa dei libri a far percepire la meraviglia che si prova varcando le porte del teatro, trovandosi davanti migliaia di volumi incastonati in una sala maestosa, incoronata da Buzzfeed come la più bella libreria del mondo. Il teatro Gran Splendid è stato costruito da Mordechai David Glücksmann, uomo d’affari austriaco, pioniere dell’industria musicale e cinematografica argentina. E’ stato progettato dagli architetti Peró e Torres Armengol e inaugurato nel maggio del 1919. E oltre ad essere un teatro, del 1924 ha ospitato anche una stazione radiofonica e uno studio di registrazione.

Qui la leggenda del tango Carlos Gardel ha registrato la sua musica e la stanza che ha usato a metà degli Anni 20 è rimasta intatta, proprio come l’aveva lasciata lui, anche se attualmente non è aperta al pubblico. Inutile dire che l’El Ateneo Grand Splendid sia diventata una delle destinazioni turistiche più popolari di Buenos Aires, dove perder[…]

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