Letteratura Recensioni

La Quest(e). Tutta la verità su La verità su tutto di Vanni Santoni

Nel nuovo romanzo di Vanni Santoni per Mondadori, in più d’un passaggio si possono scovare risonanze con la vita d’ognuno, a partire dal tema dell’interrogazione del male compiuto o subìto, passando per l’echeggiamento interno d’esperienze universali, come quelle d’amore, di studio, di crescita; o ancora d’estraniamento, sia esso solo spirituale oppure chimicamente indotto.

di Andrea Bricchi

Lo scrittore fiorentino candidato al Premio Strega 2022, Vanni Santoni

Nel nuovo romanzo di Vanni Santoni, La verità su tutto (Mondadori, 300 pp.), il senso di colpa scatena una crisi nella protagonista Cleopatra Mancini, che “nel mezzo del cammin di nostra vita” molla tutto e comincia un itinerario spirituale verso la redenzione e la rivelazione.

Fra sperimentalismo e istanze contemporanee

Le sei parti in cui è suddivisa la storia – le prime cinque di lunghezza progressiva e la sesta, che funge da epilogo, più breve – corrispondono ad altrettanti stadi del percorso di Cleo, e si aprono e chiudono in maniera da “agganciare” il lettore. La trama è chiara nel suo dipanarsi e, malgrado non sia quel genere di romanzo che si legge tutto d’un fiato, appare scorrevole. Ora, se non per tutti sarà facile appassionarsi alla storia tout court, in più d’un passaggio si possono scovare risonanze con la vita d’ognuno, a partire dal tema dell’interrogazione del male compiuto o subìto, passando per l’echeggiamento interno d’esperienze universali, come quelle d’amore, di studio, di crescita; o ancora d’estraniamento, che sia solo spirituale oppure chimicamente indotto: un dérèglement des sens che si trova in diversi luoghi descritto con maestria, in un profluvio d’effetti speciali basati sull’evocazione d’immagini, un procedere denso di poesia e fascino. Lo scrittore toscano sa come dosare simile artificio, che non di rado si avvale della tecnica del cutup; quindi non bisognerà aspettarsene un uso troppo esteso. Tale peculiarità merita una riflessione: quale altro autore oggi in Italia usa all’interno delle proprie storie, con inserti che egli definisce talora «mash-up», la tecnica messa a punto da William S. Burroughs e Brion Gysin? È senz’altro un punto a suo favore, e uno dei suoi ritrovati tecnici più interessanti e immersivi. All’estremo opposto, a proposito di coinvolgimento, il suo tendere verso un’ibridazione romanzo-saggio, procedimento che se da un lato alla lunga può venire a noia, dall’altro consente di portare avanti, di pari passo con la protagonista, benché in modo più circoscritto, le conoscenze del lettore, e ha i suoi effetti, pur blandi, in termini di suggestione, poiché quella che ne consegue, pagina dopo pagina, è una vertigine della lista, un turbinio di nomi, titoli e riferimenti.

Cleopatra, la cercatrice

Cleopatra Mancini è un personaggio tridimensionale e abbastanza sui generis da riuscire interessante al lettore; ci si connette emotivamente con lei non appena inizia la sua narrazione d’intervistata. È difficile che gli altri personaggi “escano fuori dalla pagina”; nella maggior parte dei casi risulta arduo figurarseli fisicamente (di notazioni sull’aspetto esteriore l’autore è piuttosto parco), nondimeno la caratterizzazione appare buona, affidata spesso a tratti dialettali. Nel maneggiare i dialoghi Santoni dimostra un’indubbia padronanza del mezzo, vivacizzando la lettura e movimentando la storia, senza trascurare qualche punta d’umorismo. Lo scrittore di Montevarchi si tiene inoltre alla larga dai cliché: il Prescelto non è un giovane maschio bianco, bensì una donna omosessuale raccontata a partire dai suoi trentacinque anni. Ci sono altre ragioni di questo, a parte la relativa originalità e la coerenza con precedenti opere dell’autore in cui appare un personaggio con questo nome? Di certo le dee indiane sono molteplici; l’età suddetta è anche quella in cui riceve l’illuminazione, presso Both Gaya, Siddharta Gautama, che poi esprimerà le Quattro nobili verità, la prima delle quali è la constatazione dell’esistenza nel mondo del dolore, distinguibile in otto tipologie. Similmente, a dare l’abbrivio alla protagonista è il suo farsi carico del male, che sia quello agito, quello prodotto indirettamente, oppure quello riscontrabile nel mondo, coacervo di brutture, cattiverie, sofferenze, malattie e guerre.

Un originale impasto linguistico

Sontuoso l’impiego fittissimo d’esotismi afferenti ai culti, alla spiritualità, all’Oriente, che a loro modo producono sulla pagina quella stessa musicalità, quello stesso effetto poetico, che nel Salgari segnalava in tempi recenti quel suo grande riscopritore che è Michele Mari. Oltre a questo, la prosa di Santoni, qui come in libri precedenti, mescola alto e basso: la sua ibridazione spazia da «ubertosa» a «bischerate»; nella stessa pagina possono convivere «riapprocicchiare» e «dubitose»; a recuperi dotti quale «nettarei» si possono avvicendare espressioni di tutt’altro registro come «quest’ancorché informale organo»; gli anglismi come «appeal» o «motley crew» si sprecano, così come i tecnicismi legati ai campi d’interesse della protagonista o alle sottoculture con le quali entra in contatto, come «goani» e «tulpa». Una passione dello scrittore montevarchino consiste nell’infarcire la sua storia di rimandi pop (i “Cavalieri dello Zodiaco”, i “Teletubbies”, “Dragon Quest IX”, etc.), così come nell’autocitazionismo, che lo rende, si potrebbe asserire, una sorta di Tarantino della pagina scritta. Si è già detto della ripresa di personaggi già apparsi in suoi libri precedenti; sarà il caso di menzionare per lo meno i riferimenti a Muro di casse con i «rave», la «free tekno» e simili, e a La stanza profonda, cui rimanda un duplice richiamo a Dungeons & Dragons, gioco che irradia le proprie suggestioni nella cripta che a Cleopatra par di vedere nell’occhio d’un personaggio, e financo nei piani inferiori dell’università; per non parlare dei mastodontici templi formicolanti di misteri e splendori. A un certo punto appare persino lo spettro dell’autore, che come Hitchcock, o lo stesso Tarantino, si ritaglia una comparsata all’interno della storia, dove figura come «V.»

Un passo indietro, o anche più

Un altro autore che amava riprendere personaggi di suoi precedenti romanzi, intessendo una complessa trama di relazioni nella sua Comédie humaine, è Balzac, che peraltro nelle ultime righe de La ricerca dell’assoluto fa morire il chimico-alchimista Balthasar Claës proprio sul più bello, quando ha trovato quell’Assoluto braccato evidentemente per vie diverse da quelle spirituali, dopo aver appena fatto in tempo a erompere in un «Eureka!» e senza poter comunicare a nessuno la propria sconvolgente scoperta. Meno peregrino sarà avvicinare il tema di questo romanzo alla queste, cioè alla cerca, del Santo Graal (ricordiamo di passaggio che il suo mistero, nell’epilogo della celebre storia, resta di fatto impenetrabile: è un enigma, un rito che si risolve in un’esperienza mistica; nella versione di Robert de Boron, il sacro vaso emette una melodia e spande un profumo paradisiaci, e l’iniziato diviene allora depositario di quella conoscenza inaudita e irriferibile). Tra l’altro, come suggeriva Francesco Zambon nella sua Introduzione a Il libro del Graal, sembra quasi esserci un legame profondo tra la vicenda del calice contenente il sangue del Cristo e il romanzo, «necessaria manifestazione del segreto». Per lo meno andrà notato che il più antico romanzo in prosa francese, capostipite d’un tipo di libri destinato a qualche successo (tralasciamo i roman in versi, e sorvoliamo pure sulle più brevi storie dell’Antichità che sovente raccontavano amori impediti, argomento che fornirà poi un punto di ripartenza per il romanzo italiano), andrà notato – si diceva – che il più antico esemplare del genere tratta proprio d’una ricerca spirituale.

Fine del viaggio

Il tema è vasto, e si potrebbero citare altre quest, altre recherche, si potrebbero persino evocare il “picaresco” e, sebbene ci porti altrove, il “fiabesco” («Cammina, cammina…»); saremo perdonati se insistiamo sull’archetipo stesso del genere, sottolineando come lì i custodi e i cercatori dovessero, nelle loro erranze, salvo i non rari incontri con eremiti e donzelle, imbattersi in plurime, e sempre varie, manifestazioni del male (o delle forze maligne, del Diavolo, da Santoni fra l’altro incastrato non al centro della Terra, bensì del romanzo), fra cui sono da annoverare le malattie, i peccati, le persecuzioni. Non è questa – il superamento d’ostacoli mentre si punta a un bene – la trama, anzi l’arcitrama, di tutti i romanzi successivi? Il viaggio dell’eroina di Santoni, seguendo questa traccia, descrive un cerchio (immagine di perfezione, metafora dello Zen assoluto); l’oggetto della sua ricerca è la saggezza, l’illuminazione. È un obiettivo, suggerisce fra le righe l’autore sulla scorta del pensiero orientale, di certo complicato da attingere; lo si può esperire ma difficilmente esprimere; tuttavia vale la pena tentare, sforzarsi, svolgere la propria queste, se essa è l’unico antidoto al male, o meglio il suo superamento, o assorbimento. Non c’è in questo senso maggior verità, su quel «tutto» che angustia e delizia, che regala vita e la disgrega, se non nella forza, e nel potenziale, dell’accettazione di quel mondo e dello smarrirsi e abbandonarsi al suo flusso.


1 comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: