‘La Stanza Profonda’ di Vanni Santoni, cosa resta di Dungeons & Dragons

di Marco Mogetta

stanza

Per un recente addio al celibato ho sperimentato un’escape room con degli amici. Si tratta di un’esperienza di evasione molto divertente nella quale, in un dato lasso di tempo, un gruppo di persone collabora per risolvere gli enigmi necessari a uscire da una stanza in cui si è prigionieri. Al momento della scelta dell’ambientazione abbiamo valutato proposte quali l’antico Egitto o il mondo di Harry Potter ma noi, in ossequio ad anni di cinema di genere, abbiamo scelto la sanguinaria stanza di Saw- L’enigmista.

Dopo un’ora siamo riusciti a venire a capo dell’ultimo rompicapo e, con grande soddisfazione, aperto la porta che ci separava dalla libertà. Mentre recuperavamo i nostri effetti personali ho discusso con uno dei responsabili che confermava una mia sensazione: tra i loro clienti figurano molte aziende importanti che usano queste strutture per aumentare, in maniera efficace e divertente, il livello di team building dei loro dipendenti. Il gioco è sempre seguito da un’altra stanza da un membro dello staff che, in caso di necessità, può essere chiamato a dare un consiglio, svolgendo la funzione di dungeon master, il deus ex machina dei giochi di ruolo.

Così, tra compagni ammanettati al pavimento, enigmi cifrati e giochi di specchi, mi sono ritrovato a vivere in prim[…]

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11.09

Traduzione italiana della poesia di Charlotte Parsons, “Nine-Eleven”

settembre

 

Mi passavi accanto lungo la via

Facevo tutta la metro con te

Vivevi a un palmo da dove sto io

Scrutavo il tuo cane al parco la mattina

Stavamo in fila assieme al concerto

Nei caffè, mangiavo con te

Mi eri accanto al bar

Stavamo conserti sotto una tenda durante la pioggia

Attraversavamo di corsa la strada prima che continua a leggere…

Pagine a prova di alunno. La letteratura e le scuole difficili

di Roberto Contu

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Volavano le sedie.

Sono entrato in classe per la prima volta a ventisei anni non compiuti. Venni convocato a inizio ottobre in un istituto professionale statale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) della provincia di Perugia, per una supplenza in Italiano e Storia che poi durò tutto l’anno. Ricordo bene il bacio di mia moglie prima di uscire di casa e il maglioncino di cotone morbido che ritenni adatto per il mio primo in assoluto giorno in cattedra. Poi venti minuti di macchina, durante i quali ascoltai un po’ di radio senza sentire nulla, ebbro della constatazione che finalmente il momento sognato fin dai tempi del liceo fosse finalmente arrivato. Parcheggiata l’auto nel grande piazzale gremito di motorini, per un attimo mi sentii felice e mi beai tra me e me: «prof. Contu, suona bene». Varcata la porta della scuola chiesi degli uffici a una signora in camice blu seduta in portineria. Venni accompagnato alla segreteria del personale da dove mi spedirono immediatamente in presidenza: il dirigente mi stava aspettando. Ovviamente non colsi l’anomalia che intesi invece come ineccepibile cortesia. Bussai alla porta, il preside mi fece accomodare all’istante. Ricordo il doppiopetto, la cravatta, gli occhialetti da ragioniere. «Benvenuto professore». In cinque minuti venni messo in guardia sulla «terribile I°E meccanica» che aveva già collezionato tre consigli straordinari in meno di un mese di scuola. Venni congedato con un «le auguro buon lavoro professore, vedo che è molto giovane, se la saprà cavare». Non mi resi conto del messaggio, salutai con un bel sorriso di circostanza e mi avviai verso il mio battesimo scolastico. Ricordo vagamente il percorso di avvicinamento alla classe, erano le circa undici di giovedì mattina, questo lo so per certo perché mi dissero che avrei dovuto tenere, mi dissero proprio «tenere», la I°E meccanica durante le ultime due ore di lezio[…]

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Le solite cose (non sospette) che salvano il mondo

di Terry Passanisi

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Scommetto “my two cents on” che questo articolo, da qualcuno in particolare, sarà etichettato come buonista; definizione che oggi, fino a prova contraria, si spende e si porta un po’ su tutto.

Parliamoci chiaro: In Italia, nel 2017, è ancora permesso a taluni quotidiani nazionali di professare la Reductio ad Hitlerum, con titoli e articoli a dir poco surreali e sgradevoli fondati sul più losco razzismo. Anzi no: fosse almeno quello, sapremmo che chi li congegna non è una marionetta subdola al soldo di un potente in cerca di vantaggi politici.

A fronte dello spregio che alcuni (presunti) giornalisti fanno dell’informazione e della cronaca, provo a rispondere. Perché, sotto sotto, il problema più grande è proprio questo: avere persa la bussola, tutti, grazie al gioco delle tre carte di un sistema più grande di chi l’ha generato, e gestito, per sete di potere e ambizione, nondimeno l’ignoranza più bieca dell’attuale classe dirigente. Perché i corsi e i ricorsi storici avrebbero già dovuto insegnarle qualcosa, per l’appunto, su qual è la colpa di ignorare – o fare finta di  continua a leggere…

Leggere i “Promessi Sposi” per capire la psicologia dei complottisti sui vaccini

di Ilaria Gaspari

Ci fanno studiare Alessandro Manzoni per “pubblicizzare l’epidemia” (sic!)

promessi

L’opinione di quelli che i poeti chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico” a volte crea cortocircuiti esilaranti. Se avete riconosciuto le parole fra virgolette, che questi tempi fanno risuonare di sinistri sottintesi (oltre che del sontuoso snobismo di Orazio), è probabilmente perché a scuola avete studiato “I Promessi Sposi”, e quella frase è andata ad ammonticchiarsi nel gran bric-à-brac delle memorie scolastiche, tra emistichi di poemi epici, cavalline storne, fotosintesi clorofilliane, giacimenti di bauxite, lune e selve oscure. Compare nel trentunesimo capitolo, che illustra il diffondersi della peste a Milano. Attraverso i documenti dell’epoca Manzoni ricostruisce il dilagare dell’epidemia, che monta piano piano, in una costellazione di casi sporadici, di allarmi inascoltati, di indifferenza e provvedimenti stravaganti delle autorità. Racconta la paura che cresce, e l’ostinazione a ignorarla. Fra molti episodi notevoli, ce n’è uno che riguarda il medico ottantenne Lodovico Settala, il quale, essen[…]

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Qual è il futuro delle lingue classiche?

di Dario Iocca

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Perché preservare il patrimonio classico in un mondo orientato a una concezione utilitaristica dell’istruzione.

In un passo tra i più divertenti della sua autobiografia, Winston Churchill racconta il suo primo contatto, a sette anni, con il latino. Il maestro inizia la lezione consegnandogli un foglio con la prima declinazione da imparare a memoria, destando confusione nel giovane:

“Posso sapere cosa vuol dire?”. “Vuol dire quello che dice. Mensa, la tavola”, ripeté. “E come mai mensa vuol dire anche, O tavola?”. “O tavola è il caso vocativo. Questa espressione lei la può usare per rivolgersi a una tavola, per invocare una tavola”. “Ma è una cosa che non faccio mai” mi lasciai sfuggire in preda a un’onesta sorpresa. “Se fa l’impertinente sarà punito, e punito molto severamente, le posso assicurare” fu la sua risposta finale.
L’aneddoto dell’ex primo ministro britannico rappresenta un’istantanea abbastanza fedele, per quanto colorita ed estremizzata, di un approccio mnemonico e coercitivo dell’insegnamento delle lingue classiche che vige nelle scuole italiane, quasi nelle stesse identiche modalità, dalla riforma Gentile del 1923 ad oggi. Un’impostazione didattica che non è certo di matrice esclusivamente neoidealista, ma ha radici più profonde che risalgono almeno all’inizio del XVIII secolo, periodo in cui il declino del latino parlato porta alla costituzione di un metodo traduttivo affine a quello del greco, incentrato sugli aspetti morfosintattici della lingua. In questo processo le competenze strettamente linguistico-comunicative vengono meno e le lingue classiche diventano sempre più un sapere formale ed elitario, le cui motivazioni d’apprendimento si riducono a un modello tripartito sopravvissuto fino ai giorni nostri. Lo studio delle lingue classiche aiuta a: 1) migliorare la padr[…]

via Qual è il futuro delle lingue classiche? – il Tascabile

Non usare l’inglese se puoi dirlo in italiano

di Valentina D’Urbano

lavagna

“Va bene che ho detto signing session invece di firma copie, però di solito ci sto attenta, lo giuro”: la scrittrice Valentina D’Urbano (che ha sostenuto la petizione #dilloinitaliano) svela a ilLibraio.it l’inglesismo che non sopporta.

Oddio, l’ho fatto. Senza pensarci, senza volerlo, però l’ho fatto. Al ritorno da una presentazione, in treno, su whatsapp. Una mia amica mi scrive per chiedermi come è andato l’incontro. Io le rispondo che è andato tutto bene, che ho fatto una signing session di quasi un’ora, perché i ragazzi erano tanti, ero in una scuola, tutti volevano la dedica sul libro e…
E poi mi sono resa conto.
Una signing session.
Un firma copie.
Suona pure meglio firma copie, come mi è venuto in testa di scrivere signing session?
Io non sono neanche certa di quale sia la pronuncia corretta di signing session.
E però l’ho scritto. Mea culpa, giusto per scomodare le nostre radici.
Veniamo talmente bombardati da certi termini che se non mi fermo a pensarci mi vengono automatici, anche quando non servirebbero.
Eppure di solito ci sto attenta, applico la stessa regola che uso quando scrivo: Non usare cinque parole se puoi spiegarlo con una.
Stessa cosa per la mia lingua, Non usare l’inglese se puoi dirlo in italiano. Va bene che ho detto signing session invece di firma copie, però di solito ci sto attenta, lo giuro.
A parte i casi in cui gli anglismi sono intraducibili, e tralasciando le distrazioni che ci portano spesso a preferire un termine invece che un altro, le parole ce le abbiamo anche in italiano (anzi, spesso ne abbiamo di più).
Una parola specifica che mi viene in mente e che ormai sento ovunque è Endors[…]

via “Non usare l’inglese se puoi dirlo in italiano”. Ad esempio, non dire endorsement ma… – Il Libraio