Menzogna mediatica

da Redazione Downtobaker

Eco_semiotica

Umberto Eco e Aldo Grasso hanno effettuato nel 1969 un esperimento. Il primo ha scritto una sceneggiatura che il secondo ha utilizzato per ricavarne il programma televisivo Fiamme a Vaduz, che raccontava attraverso il linguaggio giornalistico una serie di violenti scontri avvenuti a Vaduz, capitale del Liechtenstein, tra i valdesi e gli anabattisti. Il programma è stato poi presentato in tre diverse versioni a tre gruppi di spettatori di differente livello culturale e, come ha scritto Eco in Dalla periferia dell’impero, «la stragrande maggioranza dei soggetti (compresi alcuni che avevano già visitato il Liechtenstein) non ha messo in dubbio la veridicità del racconto» (p. 286). Dunque, l’esperimento condotto da Eco e Grasso ha mostrato che la televisione, se viene utilizzata sfruttando al meglio il suo linguaggio, è in grado di essere estremamente convincente, anche se parla di qualcosa che in realtà non è mai avvenuto. Ciò è possibile perché la televisione si caratterizza per essere una forma di comunicazione basata su un flusso d’immagini veloci, con ritmi intensi e una continua variazione dei soggetti presentati, che sfugge al controllo razionale. Ma soprattutto in televisione, come in tutti i media, sono presenti delle pratiche di manipolazione dei significati. Ciò che arriva allo spettatore è un insieme complesso di suoni e immagini che qualcuno ha realizzato secondo le sue particolari intenzioni comunicative e che lo spettatore ha difficoltà a decodificare perché è il risultato di un sapiente montaggio di varie componenti: inquadrature, montaggio, musica, ecc.

Va anche considerato però che, a partire dagli anni Settanta, c’è stata un’intensa diffusione dell’uso degli strumenti informatici, che ha comportato lo sviluppo di un processo di digitalizzazione, il quale ha determinato a sua volta delle importanti conseguenze sull’ambiente cultural[…]

via Menzogna mediatica | Doppiozero

Hiroshima, mon frère

di Redazione Downtobaker

mugamuchu

“Prima ancora che venga presa la decisione di utilizzare la bomba, il Giappone è sul punto di crollare: la disfatta è degenerata in sbandamento generale, il paese è allo stremo e spera che a liberarlo intervenga la capitolazione. La diplomazia giapponese moltiplica i messaggi destinati all’amministrazione americana per farle sapere che è pronta a negoziare immediatamente la fine delle ostilità accettando le condizioni stabilite dal vincitore, purché la faccia sia salva. Tutti i rapporti che arrivano sulla scrivania del presidente Truman alla Casa Bianca concordano e dicono che la guerra è già vinta. Non c’è modo di farlo rinunciare a sperimentare l’arma nucleare sulla popolazione civile del Giappone. Sette scienziati coinvolti nel progetto Manhattan si schierano contro l’uso della loro invenzione, e mettono in guardia il potere americano riguardo gli effetti sconsiderati di quella decisione ormai quasi presa.

Tra gli alleati, le più alte autorità militari – i generali Eisenhower e Ismay, l’ammiraglio Leahy – disapprovano la decisione presidenziale: sanno che nessuna necessità strategica può giustificare l’impiego di un’arma che loro stessi giudicano cieca, barbara, e che farà verosimilmente migliaia di vittime. Quando però il 16 luglio l’arma segreta viene provata da qualche parte in un deserto del Sud americano, i giochi sono ormai fatti.

È con piena cognizione di causa che il presidente degli Stati Uniti dà l’ordine di commettere quello che resterà di sicuro – fino a quando qualcuno non si azzardi a fare di meglio (il meglio del peggio ndr) – il più grande crimine di guerra della Storia.”

Philippe Forest, “Muga-muchu (senza coscienza)”, 2018, ed. Nonostante

Buon compleanno, Franklin!

di Terry Passanisi

franklin_linus

Il 31 luglio 1968, tra le strisce a fumetti dei Peanuts, dalla matita di Charles Schulz, nasceva Franklin Armstrong, uno dei migliori amici di Linus e Charlie Brown, in memoria di Martin Luther King e delle ingiustizie sociali subite dalle persone di colore. Di seguito è possibile leggere il resoconto dettagliato, in lingua inglese, come riportato sul profilo Facebook The Jon S. Randal Peace Page, dei momenti che portarono all’introduzione del personaggio. Franklin, da quel momento, rimase in pianta stabile nel meraviglioso mondo delle piccole, grandi canaglie. Buon cinquantesimo compleanno, caro Franklin.

On July 31, 1968, a young, black man was reading the newspaper when he saw something that he had never seen before. With tears in his eyes, he started running and screaming throughout the house, calling for his mom. He would show his mom, and, she would gasp, seeing something she thought she would never see in her lifetime. Throughout the nation, there were similar reactions. What they saw was Franklin Armstrong’s first appearance on the iconic comic strip “Peanuts.” Franklin would be 50 years old this year. Franklin was “born” after a school teacher, Harriet Glickman, had written a letter to creator Charles M. Schulz after Dr. Martin Luther King, Jr. was shot to death outside his Memphis hotel room. Glickman, who had kids of her own and having worked with ki continua a leggere…

Fortuna e storia di un titolo

di Marco Belpoliti

narcisismo

Quando alla fine del 1963 Umberto Eco porta a Valentino Bompiani, suo editore, il dattiloscritto di quello poi che sarà Apocalittici e integrati, non sa ancora di aver coniato uno dei titoli più fortunati del secondo dopoguerra, una vera e propria formula, che dominerà in tutte le discussioni a seguire sui mass media: fumetti, televisione, computer, web. Un’endiadi che funziona ancora oggi per descrivere il campo dei pessimisti e degli ottimisti, dei critici e degli entusiasti.

In verità, quel titolo non è proprio opera del giovane studioso di estetica; se ne stava annidato in una piccola sezione finale. Eco vuole intitolare il libro Psicologia e pedagogia delle comunicazioni di massa. Bompiani, che di editoria se ne intende, lo guarda e gli dice: “Ma lei è matto”. Eco prova a correggere: “Diciamo allora, Il problema della cultura di massa”. Bompiani sfoglia il dattiloscritto e trova quel titoletto finale. “Eccolo!”. Eco replica. “Ma non c’entra nulla con il resto del libro”. “C’entra, c’entra”, risponde l’editore. Così l’autore è costretto a scrivere un’ampia introduzione per giustificare il titolo.

Sono passati cinquant’anni e questo è ancora uno dei libri più famosi del semiologo, ma forse uno dei meno amati da lui. Nel corso degli anni si è ben guardato dal rimetterci mano, come ha invece fatto con Opera aperta e altre opere successive. Il successo fu immediato, anche grazie alle recensioni critiche. Pietro Citati, nel suo pezzo su “il Giorno”, apparso nell’ottobre del 1964 e titolato “La Pavone e Superman a braccetto con Kant”, si mostra molto preoccupato. Eugenio Montale non si lascia sfuggire l’occasione per un pezzo su “il Corriere della sera”, articolo semi-apocalittico e di stampo pessimistico.

L’accoglienza della stampa comunista è invece un po’ più favorevole, anche se con qualche punta critica, quella di Vittorio Spinazzola su “Vie nuove”, settimanale del PCI. Se ne occupa persino il “Times Literaly Supplement” con un articolo abbinato a un fumetto ricopiato da Lichtenstein: un cane che fa “Sniff sniff sniff”. Forse ancora più che con Opera aperta, il libro della nascente neoavanguardia, apparso poco prima, è con Apocalittici e integrati che Eco diventa un intellettuale di rilievo nella cultura italiana, e non solo lì.

In Sudamerica è ancora oggi, ha detto di recente a un convegno dedicato al libro, una delle sue opere più note e citate. Ma di cosa parla questo libro? Del Kits[…]

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L’invenzione della razza

di Treccani | Atlante

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Per quanto le persone nel mondo possano apparire diverse nell’aspetto, nei colori, nei tratti, nella corporatura, nelle abitudini, apparteniamo tutti – richiamandoci a una famosa battuta – semplicemente alla razza umana. L’idea di razza e la suddivisione in razze è un’invenzione non sostenuta da alcun fondamento scientifico, un costrutto ideologico utilizzato per trovare giustificazione a pratiche di sfruttamento, per legittimare la prevaricazione di determinati gruppi su altri, per mascherare di scientificità pratiche aberranti.

La mostra Rassismus. Die Erfindung von Menschenrassen aperta fino al prossimo 6 gennaio al Deutsches Hygiene-Museum di Dresda ripercorre appunto il processo di ‘invenzione’ delle razze umane, risalendo alle categorizzazioni organizzate intorno all’idea di razza dell’Illuminismo, articolate non solo su ipotizzate differenze biologiche ma anche sulla convinzione che alcune tipologie fossero di livello superiore rispetto ad altre e meritassero, quindi, di avere maggiori diritti.

La mostra si avvale di oltre 400 oggetti (strumenti, filmati, fotografie, disegni, dipinti, documenti calchi in gesso) per raccontare le tappe storiche nelle quali l’ideologia razzista si è affermata, i metodi utilizzati per diffonderla e radicarla, i personaggi significativi che hanno contribuito a determinarne il successo. Ampio spazio è riservato al colonialismo, con una panoramica sulle complesse classificazioni e sulle elaborazioni pseudoscientifiche funzionali in realtà a conferire autorevolezza e convalida a un crudele dominio di una parte del mondo su un’altra. La mostr[…]

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Demented on the moon

di Terry Passanisi

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È un peccato togliere spazio ad argomenti più ispirati e ispiranti, come la letteratura e l’arte a cui questa webzine si dedica, sentendosi in obbligo di toccare argomenti altrettanto importanti, ma fuori contesto. È però giusto, di fronte alla bassezza politica e culturale attuale, urlare il proprio dissenso, più forte possibile, prendere posizioni distanti nei modi in cui ci è consentito.

L’apice (dell’inaccettabile), almeno per quanto riguarda un contesto prettamente italiano, lo si è toccato un paio di giorni fa con il ministro dell’interno Salvini che ha lanciato un avvertimento allo scrittore Roberto Saviano sulla sua scorta. I continui annunci del ministro diversamente umano (che giustifica qualsiasi cosa “da papà”, come il più abietto dei demagoghi), che si possano o meno mettere in atto secondo leggi e Costituzione, hanno del metodo mafioso in piena regola, della testa di cavallo sotto le lenzuola. Siccome già qualche altro scemo del villaggio si è sentito legittimato a compiere azioni sprovvedute a titolo personale, contro gli immigrati o con il pretesto razziale, dopo i deliranti lanci promozionali del Viminale, sarebbe il caso, da parte delle altre istituzioni e, soprattutto, dell’opposizione, di cominciare a prendere meno sottogamba il delirio di onnipotenza del soggetto. In qualsiasi modo controbatta, poi, Saviano, tutta la nostra solidarietà allo scrittore minacciato dalla mafia. Di conseguenza, la domanda più ovvia è: ma i Cinquestelle che fine hanno fatto? Sono della stessa risma, alla fin fine? Finora mi sentirei di definire lo strombazzato – da se stesso – governo, più che del Cambiamento, del cambiaMento volitivo. Petto in fuori, pugni sui fianchi.

Rimaniamo lucidi, non commettiamo il grave errore di scendere sullo stesso piano invocando fulmini e saette facendo a chi strilla idiozie più forte e, nonostante l’ironia che se ne può fare venga da sé, non prendiamoli sottogamba. Tanto, oramai il trucchetto lo si è capito, e non è che ci volesse molto: il ministro alfa deve spararla, per contratto, ogni giorno più grossa, visto qual è il cotanto elettorato che lo sostiene e che abbocca in delirio come neanche un flagellante di fronte a una graticola. A spanne, domani potrebbe venirsene fuori con: togliere tutti i titoli universitari a quelli che non hanno fatto il militare, oppure: revocare tut continua a leggere…

“Pacchia”, “crociera” e la lingua di ricino che si sparge in giro

di Giulio Cavalli per Left

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Tre dichiarazioni a caso:

“È tutto sotto controllo  è tutto tranquillo non c’è problema alcuno” con la nave Aquarius. Andrà in Spagna? Gli hanno chiesto i giornalisti. “Certo non è che adesso possono anche decidere dove cominciare e dove finire la crociera. Mi sembra che l’arrivo sia previsto sabato senza intoppi”.

“Il 99 per cento delle domande respinte è oggetto di ricorso e c’è il business degli avvocati di ufficio che fanno soldi sulla pelle di questi disgraziati e occupano le aule dei tribunali. Anche su questo occorre fare qualcosa”.

“Regeni? Sono più importanti i rapporti con l’Egitto”.

Sono solo tre frasi pescate nel mucchio di bile che vomita ogni giorno Matteo Salvini, quello che ha bisogno di spargere letame tutto intorno per esistere, farsi notare, prendere qualche like e continuare a nutrire le pance affamate del cattivismo che l’ha portato fino al ministero dell’Interno e finirà per sbranarselo. Non lo sa, Salvini, che usare le parole come manganello non è nient’altro che una vigliaccheria di chi vorrebbe apparire come l’uomo dal pugno duro e invece finirà per passare per un patetico bofonchiatore. Non funzionerà per sempre che gli basti aggiungere qualche frasetta da cresimando (come il “lo dico da padre” che ormai usa come intercalare) per evitare di essere smascherato in quella che lui rivende come autorità e invece è l’incapacità di uscire da una campagna elettorale che necessita di un nemico sempre più grande. Finirà come quell’Arlecchino che incapace di controllare la propria fame feroce inizia mangiandosi una mosca e finisce per mangiarsi le sue stesse braccia e le sue stesse gambe.

Arriverà il giorno in cui non basterà questo linguaggio greve e grondante d’odio (perché non è populismo, no, è tossicità linguistica di chi è tossico nel pensiero); non basterà più per distrarre i disperati dalle proprie disperazioni e alla fine avrà allenato all’odio i suoi stessi odiatori.

Poiché la lingua però è un luogo sociale anche nella lingua difenderemo l’etica e la dignità. Anche qui. Sempre. Tutti i giorni. Senza respiro.

(ps: «Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena». «Dal[…]

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