Buon compleanno, Goldrake! – Del conseguimento della maggiore età

di Jacopo Nacci

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Goldrake e l’Italia

In Italia, Goldrake va in onda per la prima volta  il 4 aprile 1978. Sono quarant’anni oggi. Per gli italiani del 1978 Goldrake è qualcosa di mai visto, un oggetto narrativo fulminante e incredibile; tecnicamente è un cartone animato, ma non lo è culturalmente, per quelli che erano i nostri schemi di allora. L’impatto che Goldrake ha avuto sull’Italia è stato qualcosa di straordinario. Lo racconta l’aneddotica, che va dalle polemiche parlamentari ai commenti entusiasti degli operatori RAI. Quel che accadde a partire da quel 4 aprile di quarant’anni fa è stato documentato al millimetro, la scena degli studi goldrakiani è completissima: ci sono i libri di Alessandro Montosi, c’è Goldrake. La storia di un mito di Jurij G. Ricotti, c’è C’era una volta Goldrake di Massimo Nicora, e appena un mese fa è uscita una nuova edizione del fondamentale Mazinga Nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation di Marco Pellitteri, l’ultraclassico capostipite degli studi italiani sugli anime che continua a essere riveduto e ampliato con cura certosina dal suo autore.
In Giappone, UFO Robot Grendizer – cioè Goldrake – era stato trasmesso a partire dal 5 ottobre 1975: era il terzo capitolo della Mazinsaga, iniziata nel 1972, e, come sappiamo da tempo, il nostro Alcor non è altro che il Ryo di Mazinga Z, vale a dire Kōji Kabuto. Grend[…]

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Decostruzionismo e postmodernismo | Rorty e l’ironia liberale di Massimo Fontana – Riflessioni Filosofiche

da Redazione Downtobaker

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Per alcuni aspetti la filosofia della scrittura di Derrida presenta alcune assonanze con quella dell’ultimo Wittgenstein, con il quale concorda sul fatto che il significato delle parole dipende da come queste sono scritte e pronunciate, crede che il modo di capire noi stessi e il nostro linguaggio cambino con il passare del tempo.
Una delle parole di Derrida è différance, differanza, ogni cosa è diversa da ogni altra e nessuna parola usata due volte mantiene lo stesso significato. Derrida decostruisce le teorie classiche e fondazionali della filosofia, da Platone ad Heidegger, sino allo strutturalismo.
È il decostruzionismo.
Anche Derrida non confida in un linguaggio unico e con Rorty considera la filosofia un genere di scrittura come altri, ma la pratica decostruttiva di Derrida è radicale (tanto che un filosofo come Feyerabend lo definisce un ottenebratore).
Derrida può richiamare alla memoria l’ultimo Wittgenstein, quello dei giochi di parole, ma è egli stesso a prendere le distanze da quest’ultimo paradigma possibile. Derrida definisce i suoi esercizi di scrittura non giochi di parole ma fuochi di parole, per bruciare i segni sino ad incenerirli, in modo che possano essere usati una sola volta. Si tratta di allontanarsi dalla filosofia intesa come logocentrismo, dal primato della logica.
Ne La pharmacie de Platon è ripreso il mito proposto da Platone nel Fedro, ove attraverso il mito di Thamus e Theuth (il dio Th[…]

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La paralisi bianca e l’uomo nero

di Paolo Rumiz

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Bologna stazione, ore 15. Visione caleidoscopica di un Paese in tilt. Freccerosse in ritardo di tre, quattrocento minuti. Tabelloni elettronici assurdi, che mostrano i treni delle 10 del mattino ma non quelli in arrivo imminente. Annunci sonori automatici resi incomprensibili dal frastuono del pubblico posseduto da un frenetico andirivieni. Nessuna voce autorevole che spieghi cosa accade e indirizzi i passeggeri. Scale mobili prese d’assalto. Fiumane che salgono e scendono negli inferi dell’alta velocità. Impossibile sedersi, alcune donne anziane piangono. Fuori fa freddo, e la sala d’aspetto è strapiena. E meno male che c’è, oggi che in Italia si paga anche per la pipì.

La stazione di Bologna è un purgatorio dove regna un sottomesso silenzio. Nessuno impreca. Comunicazione interpersonale zero. Tutti sono chini sugli smartphone, ciascuno per conto suo, separatamente in cerca di vie d’uscita alternative. E intanto, nei corridoi sotterranei, ecco la visione surreale di cinque uomini in mimetica che, anziché soccorrere i naufraghi delle “frecce”, attorniano armati uno straniero di pelle scura che cerca nella giacca documenti che verosimilmente non ha. Passano dei ragazzi con zaini, deridono il “clandestino”, e la forza pubblica non reagisce. Mai mi è apparsa più chiara la funzione del capro espiatorio. In assenza di soluzioni, serve a sfogare sull’alieno la rabbia della gente.

Vent’anni fa sarebbe stata la rivoluzione. Oggi niente. Perché? Come mai questo Paese taglieggiato dalle camorre, desertificato dalla grande distribuzione, saccheggiato dalle banche, bastonato dalle tasse, espropriato deg continua a leggere…

La fattoria dei pistoleri

di Terry Passanisi

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“Pronto, Welton Academy. Sì, è qui, attenda un attimo. Signor Nolan, è per lei. È Lui. Chiede di ammettere le armi a Welton.”

Parafrasando il bellissimo scherzo telefonico di Nuwanda ne “L’attimo fuggente” di più nobile specie, capiamoci subito: in questo caso Lui no, non è Dio, ma è quel capobanda americano che tale divinità presume di essere (e soltanto lui presume). A rifletterci bene, sì, giusto, ottima pensata! Armerei i professori, nel caso un alunno dia di matto. Però, un attimo: poi armerei i genitori, non sia mai che a un colloquio non siano i professori a dare di matto; quindi armerei i suoceri, metti che a quella cena del Ringraziamento il tacchino non sia ben cotto e i genitori si lascino andare a una velata protesta e volessero provare il bazooka nuovo di consegna Prime. E difatti, pure il tacchino, povero, si meriterebbe il suo bel fucile d’assalto militare; e gli allevatori, metti che i tacchini fossero socialisti e organizzassero una bella rivolta nella spietata batteria? A quel punto, armerei ogni singolo dipendente di McDonald, KFC e Burger King. Non avete idea di quanto sia funesta l’ira di uno scorned turkey, soprattutto una volta venuto a conoscenza che nell’happy meal è possibile trovare in regalo una calibro 9 con inciso sul calcio il II emendamento USA. Armerei pure gli addetti alle patatine, non sia mai; a quel punto sorgerebbe il problema del diritto alla difesa per i manager dei fast food, che dovrebbero proteggersi da dipendenti troppo zelanti, sottoposti a soli sei turni di fila da dodici ore, a 3 dollari l’una e la malattia e le ferie mai pagati. E metti che i manager troppo puzzolenti d’olio fritto, esausto diano di matto, la domenica, in chiesa, tra un Alleluja e un Graziesigno’. E che una delle loro sorelline minori (chissà…) avesse raccontato sbadatamente al fratellone che, il venerdì precedente, durante l’ora di catechismo… no, ma dai, solo ipotesi, figuriamoci se un uomo di chiesa, così gentile e cortese come padre Malcolm… Macché! Non sarebbe for continua a leggere…

Esseri umani, essere bestie

di Terry Passanisi

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Non ci resta che piangere. Oppure, che ridere; ché riderci sopra dovrebbe sempre, pur trattandosi di per sé di un paradosso, extrema ratio. Perché fino a pochissimo tempo fa ci si rideva sopra di gusto, senza alcun soprappensiero. Nel breve volgere di qualche anno, almeno per quanto mi riguarda, non riesco più a farlo senza un retrogusto amarognolo. Parafrasando quei pochi, lucidi punti di vista letti in questi giorni: dire che il Fascismo è la contrapposizione al Comunismo, che questo vale tanto quest’altro e pertanto è lecito poterne esercitare liberamente le forme peculiari, è la giustificazione del pollo cosciente, ed è come convincersi (o tentare di convincere i rimanenti minus habentes) che il cancro si curi inoculandosi l’HIV. Il Fascismo, patologica dittatura violenta, è la peggiore espressione della contrapposizione alla democrazia, alla non violenza, all’ordine e allo stato di diritto. Che altri, eventuali estremisti di altre correnti rispondano con il peggio di sé, naturalmente, non giustifica e avalla alcuno, mai. Come tutti gli *ismi, del resto, dal primo all’ultimo, non se ne salva uno. Perché la Storia li ha già – o dovrebbe averli già, nelle coscienze di tutti – spediti al macero. Il Fascismo non è un’opinione politica; come evadere le tasse o il metodo mafioso non sono alternative di vita poetiche e creative allo Stato. Le persone peggiori, alle quali per un parad continua a leggere…

La giornata di quelli con le gambe corte

di Terry Passanisi
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Il famigerato cancello d’ingresso del lager di Auschwitz

Quando mi sento dire con ignobile coraggio “ha fatto ‘anche’ cose buone” di un dittatore guerrafondaio e xenofobo, mi aspetto di sentire, un secondo dopo, quelle stesse persone provare a vendermi, come piazzisti di pentole di plastica e carta stagnola, la loro simpaticissima visione del mondo al motto: “Ma guarda che ho tanti amici extracomunitari”. Svizzeri? “E ne ho pure di gay; sono ‘anche’ bravi: si vestono e ballano benissimo”. A casa loro?
Questi signori, ebbri delle loro convinzioni figlie del più populistico e becero revisionismo storico, del resto, qualche solida base devono – anche – avercela, per essere tanto convinti delle loro affermazioni. Magari la storia no (e nemmeno la musica), ma il razzismo devono avercelo nel sangue. La Giornata della Memoria, nell’indomani, sembrerà già molto, molto corta.

http://video.repubblica.it/mondo/memoria-ad-auschwitz-con-la-sopravvissuta-non-cancellero-mai-il-numero-sul-mio-braccio/295493/296111?ref=RHPPLF-BS-I0-C8-P5-S4.4-T1

“Il numero tatuato sul mio braccio è 76483. Non ho mai pensato di cancellarlo. E’ dentro di me, non è possibile toglierlo”. Andra Bucci è la più giovane sopravvissuta italiana alla Shoah: “Arrivai qui a 4 anni e forse fui fortunata per questo: i bambini si adattano prima”. Entrata ad Auschwitz nel 1944 ad appena quattro anni, in occasione del Viaggio della Memoria organizzato dal Ministero dell’Istruzione, ha accettato di tornare nella fabbrica della morte nazista per testimoniare la sua storia a cento studenti italiani accompagnati dalla ministra Valeria Fedeli. “Venire qui è una sofferenza, è quasi come rivivere un’altra volta quel momento”, racconta Bucci ai giovani.

A cura di Antonio Nasso

Cinque bellissimi libri da leggere a Natale

di Terry Passanisi

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È bene sottolineare che la classifica di questo articolo è assolutamente arbitraria e che i libri indicati, in ordine inverso di preferenza dalla quinta alla prima posizione, non hanno un’ambientazione natalizia, né hanno per forza a che fare con il Natale. Sono libri che, per un motivo o per l’altro, trovo adatti alla stagione, per averli letti a mia volta durante l’inverno, vuoi per la loro capacità di instillare il buonumore in un periodo freddo, vuoi per la loro bellezza intrinseca che salva dalla malinconia delle festività. Inoltre, non è la classifica assoluta dei romanzi che consiglierei, visto che mancano titoli illustri come la “Recherche” di Proust – il romanzo più bello e inarrivabile della storia – e “Il nome della rosa” di Eco, altra pietra miliare della narrativa da non farsi sfuggire nella vita: due romanzi da leggere e rileggere sempre e comunque.

Se aveste già letto i romanzi di questa classifica, mi auguro che le indicazioni vi tornino utili a sciogliere definitivamente il dubbio sui titoli da impacchettare e mettere sotto l’albero per i vostri cari. Soprattutto, regalarli potrebbe essere un metodo sottile e infallibile per comunicare qualcosa difficile da trasmettere a una certa persona: per fare pace con un parente che non vi parla da un po’, ma al quale volete molto bene, oppure per dichiarare il vostro amore segreto a quel qualcuno a cui non avete il coraggio di chiedere nemmeno il nome; ma, soprattutto, se non doveste averli letti, per farvi riprendere fiato, per farvi fermare a riflettere, per sorridere, per farvi conoscere le grandi riflessioni dei loro autori. Per fare di voi, attraverso la loro lettura, delle persone un po’ più felici e soddisfatte. Per farvi pass continua a leggere…