Nell’Egitto di Al-Sisi

di Mario Natangelo

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Ci sono alcune storie che vanno disegnate con mano leggera, per tante ragioni. Non sono storie chiare, con il bianco e il nero netti e precisi, ma sono piene di sfumature che non permettono di capire dove inizia il bene e dove finisce il male. Storie che riguardano vite che non conosciamo e sensibilità che saranno toccate dal modo in cui le raccontiamo. E quindi bisogna raccontarle piano. Ho seguito la vicenda di Giulio Regeni fin dall’inizio, comodamente seduto alla mia scrivania, matita e penna in mano, dalla finestra del mio pc: Al-Sisi il dittatore col cappellone e gli sgherri col manganello, l’Egitto un luogo che avrebbe anche potuto non esistere nella realtà. Verso Febbraio una mia vignetta su Al-Sisi è stata esposta a una manifestazione organizzata dagli studenti delle American University del Cairo: in quel momento ho avuto l’impressione che il mio premere tasti al computer e tracciare linee su un foglio potesse ripercuotersi migliaia di km più in là, in un mondo reale, in un paese vero, su persone concrete. Ho iniziato a programmare un viaggio al Cairo, sempre posticipato tra paure, allarmi ed “è meglio lasciar perdere”. Poi sono partito. Sono partito senza la pretesa di capire nulla e alla domanda “cosa pretendi di scoprire?” scrollavo le spalle. Niente. Io volevo vedere, volevo sentire, volevo mettermi in gioco un po’ di più, e non so se ci sono riuscito. Probabilmente no, ma non è importante.

Voglio ringraziare le persone che mi hanno aiutato, non farò i nomi per non dimenticare nessuno ma sono state molte e ognuna a suo modo. E un grazie a tutti gli amici e lettori che mi hanno scritto dopo aver letto il reportage su Il Fatto Quotidiano domenica scorsa, per farmi complimenti, esprimere perplessità, darmi il loro parere, farmi notare dei punti incerti, chiedermi informazioni.
Voglio ringraziare per quella telefonata che ha sciolto ogni dubbio rispetto a quale potesse essere stato il risultato e l’impatto di queste due pagine su un tema tanto difficile, l’unica telefonata che potesse farmi capire che davvero aveva un senso farlo e che forse era stato fatt[…]

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Schtroumpf und Drang

di Umberto Eco

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Dovuti al genio del disegnatore belga Peyo (la cosiddetta scuola francofona del fumetto è in gran parte belga, basti pensare allo Hergé di Tintin), gli Schtroumpf – in italiano i Puffi – sono una delle creazioni più graziose e avvincenti del fumetto co­mico odierno. Già introdotti in Italia dal «Corriere dei Piccoli», ora vengono pubblicati dall’editore Salani, in albi cartonati, a colori, e a questi primi quattro albi ne seguiranno, per la gioia dei lettori grandi e piccini, altri sei. Dei lettori piccini qui non ci occuperemo: diremo al massimo ai genitori che le storie dei Puffi sono deliziose, fiabe­sche ma piene di humour, un occhio al fantastico e un occhio ai problemi delll’attualità, ben disegnate, comprensi­bili per tutte le età, e quasi educative. Non c’è purtroppo il sesso, perché i Puffi sono una tribù di nanetti blu tutti maschi (tranne una Puffetta che fa apparizioni occasionali e piuttosto fantasmatiche), tanto che non si capisce come si riproducano. Forse si diventa puffi per cooptazione, come all’uni­versità. Ma questo ai piccini non dite­lo. Ditegli semmai che se saranno buoni potranno diventare, un giorno, puffi anche loro. È come una comune di autonomi, ma senza giradischi e armi improprie. Un Macondo vero. Un segno dell’età dell’oro, l’Egloga Quarta con un pizzico di sette nani, ma meno oleosi.

Adesso parliamo per i grandi. Per­ché le storie dei puffi hanno un grande rilievo filosofico, o almeno semiotico. Sono una meditazione pratica sul fun­zionamento contestuale del linguaggio e non possono che piacere a me che ho appena scritto un libro sull’attività cooperativa nell’interpretazione dei testi. Dunque i puffi vivono nella fore­sta, sono blu, piccolissimi, di età inde­finita, salvo il Gran Puffo, che è vec­chio e ha la barba bianca (i puffi vivo­no in una società gerontocratica per­fetta dove tutti sono più o meno infanti e c’è solo un anziano, depositario au­toritario ma paterno di tutta la saggez­za, compreso il laboratorio alchemico dove distilla filtri ineffabili e segreti). Hanno un nemico, un mago di formato umano (i puffi sono alti come un fungo ben messo), uno stregone cattivo che nella traduzione italiana si chiama Gargamella e che cerca sempre di cat­turarli e scoprirne i segreti. Tutti i puffi si chiamano Puffo e si assomigliano come gocce d’acqua. Ciascuno è peral­tro diverso, c’è il puffo scontento, il puffo secch Leggi tutto…

Buon compleanno, Franklin!

di Terry Passanisi

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Il 31 luglio 1968, tra le strisce a fumetti dei Peanuts, dalla matita di Charles Schulz, nasceva Franklin Armstrong, uno dei migliori amici di Linus e Charlie Brown, in memoria di Martin Luther King e delle ingiustizie sociali subite dalle persone di colore. Di seguito è possibile leggere il resoconto dettagliato, in lingua inglese, come riportato sul profilo Facebook The Jon S. Randal Peace Page, dei momenti che portarono all’introduzione del personaggio. Franklin, da quel momento, rimase in pianta stabile nel meraviglioso mondo delle piccole, grandi canaglie. Buon cinquantesimo compleanno, caro Franklin.

On July 31, 1968, a young, black man was reading the newspaper when he saw something that he had never seen before. With tears in his eyes, he started running and screaming throughout the house, calling for his mom. He would show his mom, and, she would gasp, seeing something she thought she would never see in her lifetime. Throughout the nation, there were similar reactions. What they saw was Franklin Armstrong’s first appearance on the iconic comic strip “Peanuts.” Franklin would be 50 years old this year. Franklin was “born” after a school teacher, Harriet Glickman, had written a letter to creator Charles M. Schulz after Dr. Martin Luther King, Jr. was shot to death outside his Memphis hotel room. Glickman, who had kids of her own and having worked with ki continua a leggere…

Fortuna e storia di un titolo

di Marco Belpoliti

narcisismo

Quando alla fine del 1963 Umberto Eco porta a Valentino Bompiani, suo editore, il dattiloscritto di quello poi che sarà Apocalittici e integrati, non sa ancora di aver coniato uno dei titoli più fortunati del secondo dopoguerra, una vera e propria formula, che dominerà in tutte le discussioni a seguire sui mass media: fumetti, televisione, computer, web. Un’endiadi che funziona ancora oggi per descrivere il campo dei pessimisti e degli ottimisti, dei critici e degli entusiasti.

In verità, quel titolo non è proprio opera del giovane studioso di estetica; se ne stava annidato in una piccola sezione finale. Eco vuole intitolare il libro Psicologia e pedagogia delle comunicazioni di massa. Bompiani, che di editoria se ne intende, lo guarda e gli dice: “Ma lei è matto”. Eco prova a correggere: “Diciamo allora, Il problema della cultura di massa”. Bompiani sfoglia il dattiloscritto e trova quel titoletto finale. “Eccolo!”. Eco replica. “Ma non c’entra nulla con il resto del libro”. “C’entra, c’entra”, risponde l’editore. Così l’autore è costretto a scrivere un’ampia introduzione per giustificare il titolo.

Sono passati cinquant’anni e questo è ancora uno dei libri più famosi del semiologo, ma forse uno dei meno amati da lui. Nel corso degli anni si è ben guardato dal rimetterci mano, come ha invece fatto con Opera aperta e altre opere successive. Il successo fu immediato, anche grazie alle recensioni critiche. Pietro Citati, nel suo pezzo su “il Giorno”, apparso nell’ottobre del 1964 e titolato “La Pavone e Superman a braccetto con Kant”, si mostra molto preoccupato. Eugenio Montale non si lascia sfuggire l’occasione per un pezzo su “il Corriere della sera”, articolo semi-apocalittico e di stampo pessimistico.

L’accoglienza della stampa comunista è invece un po’ più favorevole, anche se con qualche punta critica, quella di Vittorio Spinazzola su “Vie nuove”, settimanale del PCI. Se ne occupa persino il “Times Literaly Supplement” con un articolo abbinato a un fumetto ricopiato da Lichtenstein: un cane che fa “Sniff sniff sniff”. Forse ancora più che con Opera aperta, il libro della nascente neoavanguardia, apparso poco prima, è con Apocalittici e integrati che Eco diventa un intellettuale di rilievo nella cultura italiana, e non solo lì.

In Sudamerica è ancora oggi, ha detto di recente a un convegno dedicato al libro, una delle sue opere più note e citate. Ma di cosa parla questo libro? Del Kits[…]

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Buon compleanno, Goldrake! – Del conseguimento della maggiore età

di Jacopo Nacci

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Goldrake e l’Italia

In Italia, Goldrake va in onda per la prima volta  il 4 aprile 1978. Sono quarant’anni oggi. Per gli italiani del 1978 Goldrake è qualcosa di mai visto, un oggetto narrativo fulminante e incredibile; tecnicamente è un cartone animato, ma non lo è culturalmente, per quelli che erano i nostri schemi di allora. L’impatto che Goldrake ha avuto sull’Italia è stato qualcosa di straordinario. Lo racconta l’aneddotica, che va dalle polemiche parlamentari ai commenti entusiasti degli operatori RAI. Quel che accadde a partire da quel 4 aprile di quarant’anni fa è stato documentato al millimetro, la scena degli studi goldrakiani è completissima: ci sono i libri di Alessandro Montosi, c’è Goldrake. La storia di un mito di Jurij G. Ricotti, c’è C’era una volta Goldrake di Massimo Nicora, e appena un mese fa è uscita una nuova edizione del fondamentale Mazinga Nostalgia. Storia, valori e linguaggi della Goldrake-generation di Marco Pellitteri, l’ultraclassico capostipite degli studi italiani sugli anime che continua a essere riveduto e ampliato con cura certosina dal suo autore.
In Giappone, UFO Robot Grendizer – cioè Goldrake – era stato trasmesso a partire dal 5 ottobre 1975: era il terzo capitolo della Mazinsaga, iniziata nel 1972, e, come sappiamo da tempo, il nostro Alcor non è altro che il Ryo di Mazinga Z, vale a dire Kōji Kabuto. Grend[…]

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