Aiutiamoli a casa loro

di Massimo Mantellini

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Finalmente un problema squisitamente di comunicazione. Nel suo libro (e nelle polemiche di oggi sui social) Matteo Renzi cita un famoso slogan leghista anti migranti. L’intento è chiaramente quello di una citazione polemica e avversativa nella quale il “davvero” dovrebbe essere il segno della propria diversità. Probabilmente le frasi intere del libro e soprattutto il contesto nel quale sono inserite potevano risultare lievemente fastidiosi (lo slogan leghista è una delle cose più tetre che i tetri leghisti abbiano prodotto in questi anni) eticamente fragili ma in qualche maniera argomentate. Ma negli ambienti digitali una sola di quelle frasi, isolata intenzionalmente dal contesto dagli stessi strateghi dell’ex premier che ne hanno quotato solo la parte più incisiva, ha trasformato il pensiero di Renzi da una idea molto discutibile e discretamente imbarazzante in un vero e proprio slogan reazionario. continua a leggere…

Stupido, metti via quel telefonino

di Umberto Eco

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Filmare o fotografare, per poi magari caricare il tutto in Rete. Ormai molte persone non pensano ad altro quando assistono a un evento. E così rinunciano a capire che cosa sta succedendo davvero davanti ai loro occhi.
Qualche tempo fa, all’Accademia di Spagna di Roma, stavo tentando di parlare, ma una signora mi sbatteva in faccia una luce accecante (per poter azionare bene la sua telecamera) e mi impediva di leggere i miei appunti. Ho reagito in modo molto risentito dicendo (come mi accade di dire a fotografi indelicati) che quando lavoro io devono smettere di lavorare loro, per via della divisione del lavoro; e la signora ha spento, ma con l’aria di aver subito un sopruso. Proprio la settimana scorsa, a San Leo, mentre si lanciava una bellissima iniziativa del Comune per la riscoperta dei paesaggi montefeltrani che appaiono nei dipinti di Piero della Francesca, tre individui mi stavano accecando con dei flash, e ho dovuto richiamarli alle regole della buona educazione. Si noti che in entrambi i casi gli accecatori non erano gente da Grande Fratello, ma presumibilmente persone colte che venivano volontariamente a seguire discorsi di un certo impegno. Tuttavia evidentemente la sindrome dell’occhio elettronico li aveva fatti discendere dal livello umano a cui forse aspiravano: praticamente disinteressati a quel che si diceva, volevano solo registrare l’evento, magari per metterlo su YouTube […]

via Stupido, metti via quel telefonino – l’Espresso

L’importanza di perdersi nel bosco

di Giovanna Zoboli

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Illustrazione di Fabian Negrin, da Grimm, Tutte le fiabe, Donzelli 2105

Dopo l’attentato di Manchester, nel quale al termine di un concerto di Ariana Grande sono rimasti uccisi numerosi ragazzi la maggior parte dei quali ancora minorenni, come dopo ogni atto di terrorismo su media e social network è circolata la domanda “Come spiegare gli attentati ai bambini”. Famiglia Punto Zero, social di promozione culturale della genitorialità e approfondimenti tematici sulla famiglia, ha girato la domanda a Nadia Terranova, scrittrice per adulti e ragazzi, che tiene una bella pagina dedicata alla letteratura per l’infanzia sull’inserto Robinson. «Il problema – ha risposto Terranova – non è svegliarsi ogni volta e chiedersi come spiegare gli attentati ai bambini, il problema è che bambini a cui le favole sono state edulcorate, a cui non si può più leggere niente perché “è troppo difficile”, che non hanno più un’elaborazione simbolica della paura perché i grandi hanno paura della loro paura, sono infinitamente più fragili. E il problema non è la cronaca o una soluzione-medicina all’indomani di ogni fatto di cronaca, ma un immaginario indebolito da rifortificare.»

Centra il punto Terranova. Dietro la fragilità dei bambini c’è quella di un mondo incapace di offrire una sponda al problema del Male: l’infinita fragilità di adulti, voraci consumatori di falsi miti di massa e di ogni genere di impostura, oggi, in aggiornata versione fake news, ma, si direbbe, incapaci di sguardo sulla realtà, come testimoniano continui episodi, ultimo dei quali la vicenda del bambino morto di otite. La questione non è nuova. L’ambientalista Ed Ayres spiega che «un modello generale di comportamento tra le società umane è quello di diventare, via via che s’indeb[…]

via L’importanza di perdersi nel bosco | Doppiozero

Nell’era dei social, il “momento di gloria” dell’invidia, il vizio capitale più duro da confessare

di Ilaria Gaspari

gaspari

Dopo le riflessioni su accidia, gola e lussuria, su ilLibraio.it la scrittrice Ilaria Gaspari torna a confrontarsi con i vizi capitali: l’invidia è il più duro da confessare, il più ripugnante, il più difficile da tramutare in un motivo di orgoglio – l’unico, anzi, per cui questa metamorfosi sia così dolorosamente impossibile…

Ho letto da qualche parte che la miglior materia letteraria si trova frugando nelle cose di cui ci si vergogna; ho pensato che questo spiegherebbe perché l’invidia – occulto e inconfessabile ingranaggio del desiderio – abbia avuto tanta importanza nella storia della letteratura. Ma spiegherebbe anche perché mai, in un momento storico in cui si dice che la letteratura languisca, l’invidia stia invece vivendo un inaspettato (e bizzarro) momento di glori[…]

via Nell’era dei social, il “momento di gloria” dell’invidia, il vizio capitale più duro da confessare – Il Libraio

Leoni da tastiera

di Andrea Girolami

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La politica e i social network vogliono risolvere il problema dell’odio in rete eliminando l’anonimato. Ma davvero la nostra identità digitale è identica a quella reale?

Internet Warriors è una delle cose più belle viste online negli ultimi mesi. Il documentario prodotto dal Guardian è un approfondimento semplice ma inedito sul “vero volto” di quelli che online, spesso erroneamente, vengono definiti troll. Anche se leggiamo ogni giorno una quantità infinita di commenti urlati, volgari, rabbiosi o xenofobi ci resta comunque difficile immaginare la vita, gli spazi e la socialità di quanti continuano a riversare la loro rabbia dentro un status Facebook. Il lavoro del documentarista norvegese Kyrre Liean colma questo vuoto d’immaginazione provando a riallineare la nostra prospettiva digitale con quella reale e rivelando come molti dei più xenofobi tra i protagonisti siano sposati proprio con immigrati. “Credo che per odiare qualcosa devi prima averlo amato” dice ad un certo punto uno dei protagonisti del documentario racchiudendo in una frase gran parte delle possibili riflessioni sul tema. “Molte di queste persone si sentono sole” dice Liean a proposito del suo lavoro “si sentono dimenticate dalla società, molte di loro sono state vittima di bullismo in passato. In tanti pensano che internet li renda automaticamente inidentificabé[…]

via Leoni da tastiera – Prismo

Il codice di Hammurabi

Di Enrico Mentana

riina

Per essere molto chiari: potremmo passare molto tempo a raccontarci cosa meriterebbe di orribile Totò Riina per tutto quello che ha fatto e deciso da capo di Cosa Nostra. Potremmo evocare tutte le morti che ha provocato, tutte le vite che ha segnato, tutto il male che ha portato alla Sicilia e all’Italia.
Ma, appunto, siamo in Italia, uno stato di diritto, quello in cui i cittadini magari odiano i politici ma amano tantissimo la Costituzione. E quella Costituzione parla chiaro, e ci ricorda quello che dovremmo sapere già da soli, che il diritto non è vendicativo, ma severo. E l’articolo 27 ci spiega che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.
Perfino Totò Riina, che ha fatto sciogliere bambini nell’acido, che ha fatto saltare in aria con uomini e donne della scorta Falcone, e sua moglie, e Borsellino, che ha fatto uccidere il generale Dalla Chiesa e sua moglie, e mille altri orrori, perfino questa continua a leggere…

Di menti, ne uccide più il Clickbait che il terrorismo

di Terry Passanisi

torino

Prima di tutti gli altri, l’informazione dovrebbe smetterla di cercare il clamore, la notizia ad effetto a tutti i costi al solo scopo di ottenere qualche visualizzazione in più, all’inseguimento sfrenato di maggiori introiti pubblicitari; con il solo insano effetto di creare facili psicosi nelle masse, senza ponderarne la grave responsabilità. Queste immagini di Torino, come ho pensato appena guardate, non dimostrano nulla di che, se non un paio di ragazzi con lo zaino, smarriti – come tra l’altro si sta rettificando nei tg in questi momenti -, impotenti, forse un po’ sbronzi di birra davanti la finale di Champions Juventus-Real Madrid, che tentano di capire cosa stia succedendo, poi, di calmare gli animi. Cosa ben diversa dai titoli clamorosi, utilizzati in un primo tempo, sopra a queste immagini pressoché insignificanti su altri fronti.
Qual è allora il vero terrorismo? Di sicuro quello mediatico non sortisce effetti meno devastanti, nella testa delle persone prive di senso critico, persone incapaci di distinguere tra una notizia populistica e in malafede e una di pura cronaca, asettica e deontologicamente onesta, di quelli di un kamikaze che si fa esplodere nella piazza di una città occidentale e, cosiddetta, libera.

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