Le solite cose (non sospette) che salvano il mondo

di Terry Passanisi

mafalda

Scommetto “my two cents on” che questo articolo, da qualcuno in particolare, sarà etichettato come buonista; definizione che oggi, fino a prova contraria, si spende e si porta un po’ su tutto.

Parliamoci chiaro: In Italia, nel 2017, è ancora permesso a taluni quotidiani nazionali di professare la Reductio ad Hitlerum, con titoli e articoli a dir poco surreali e sgradevoli fondati sul più losco razzismo. Anzi no: fosse almeno quello, sapremmo che chi li congegna non è una marionetta subdola al soldo di un potente in cerca di vantaggi politici.

A fronte dello spregio che alcuni (presunti) giornalisti fanno dell’informazione e della cronaca, provo a rispondere. Perché, sotto sotto, il problema più grande è proprio questo: avere persa la bussola, tutti, grazie al gioco delle tre carte di un sistema più grande di chi l’ha generato, e gestito, per sete di potere e ambizione, nondimeno l’ignoranza più bieca dell’attuale classe dirigente. Perché i corsi e i ricorsi storici avrebbero già dovuto insegnarle qualcosa, per l’appunto, su qual è la colpa di ignorare – o fare finta di  continua a leggere…

Leggere i “Promessi Sposi” per capire la psicologia dei complottisti sui vaccini

di Ilaria Gaspari

Ci fanno studiare Alessandro Manzoni per “pubblicizzare l’epidemia” (sic!)

promessi

L’opinione di quelli che i poeti chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispettabile pubblico” a volte crea cortocircuiti esilaranti. Se avete riconosciuto le parole fra virgolette, che questi tempi fanno risuonare di sinistri sottintesi (oltre che del sontuoso snobismo di Orazio), è probabilmente perché a scuola avete studiato “I Promessi Sposi”, e quella frase è andata ad ammonticchiarsi nel gran bric-à-brac delle memorie scolastiche, tra emistichi di poemi epici, cavalline storne, fotosintesi clorofilliane, giacimenti di bauxite, lune e selve oscure. Compare nel trentunesimo capitolo, che illustra il diffondersi della peste a Milano. Attraverso i documenti dell’epoca Manzoni ricostruisce il dilagare dell’epidemia, che monta piano piano, in una costellazione di casi sporadici, di allarmi inascoltati, di indifferenza e provvedimenti stravaganti delle autorità. Racconta la paura che cresce, e l’ostinazione a ignorarla. Fra molti episodi notevoli, ce n’è uno che riguarda il medico ottantenne Lodovico Settala, il quale, essen[…]

via Leggere i “Promessi Sposi” per capire la psicologia dei complottisti sui vaccini – Il Foglio

Qual è il futuro delle lingue classiche?

di Dario Iocca

classiche

Perché preservare il patrimonio classico in un mondo orientato a una concezione utilitaristica dell’istruzione.

In un passo tra i più divertenti della sua autobiografia, Winston Churchill racconta il suo primo contatto, a sette anni, con il latino. Il maestro inizia la lezione consegnandogli un foglio con la prima declinazione da imparare a memoria, destando confusione nel giovane:

“Posso sapere cosa vuol dire?”. “Vuol dire quello che dice. Mensa, la tavola”, ripeté. “E come mai mensa vuol dire anche, O tavola?”. “O tavola è il caso vocativo. Questa espressione lei la può usare per rivolgersi a una tavola, per invocare una tavola”. “Ma è una cosa che non faccio mai” mi lasciai sfuggire in preda a un’onesta sorpresa. “Se fa l’impertinente sarà punito, e punito molto severamente, le posso assicurare” fu la sua risposta finale.
L’aneddoto dell’ex primo ministro britannico rappresenta un’istantanea abbastanza fedele, per quanto colorita ed estremizzata, di un approccio mnemonico e coercitivo dell’insegnamento delle lingue classiche che vige nelle scuole italiane, quasi nelle stesse identiche modalità, dalla riforma Gentile del 1923 ad oggi. Un’impostazione didattica che non è certo di matrice esclusivamente neoidealista, ma ha radici più profonde che risalgono almeno all’inizio del XVIII secolo, periodo in cui il declino del latino parlato porta alla costituzione di un metodo traduttivo affine a quello del greco, incentrato sugli aspetti morfosintattici della lingua. In questo processo le competenze strettamente linguistico-comunicative vengono meno e le lingue classiche diventano sempre più un sapere formale ed elitario, le cui motivazioni d’apprendimento si riducono a un modello tripartito sopravvissuto fino ai giorni nostri. Lo studio delle lingue classiche aiuta a: 1) migliorare la padr[…]

via Qual è il futuro delle lingue classiche? – il Tascabile

Non usare l’inglese se puoi dirlo in italiano

di Valentina D’Urbano

lavagna

“Va bene che ho detto signing session invece di firma copie, però di solito ci sto attenta, lo giuro”: la scrittrice Valentina D’Urbano (che ha sostenuto la petizione #dilloinitaliano) svela a ilLibraio.it l’inglesismo che non sopporta.

Oddio, l’ho fatto. Senza pensarci, senza volerlo, però l’ho fatto. Al ritorno da una presentazione, in treno, su whatsapp. Una mia amica mi scrive per chiedermi come è andato l’incontro. Io le rispondo che è andato tutto bene, che ho fatto una signing session di quasi un’ora, perché i ragazzi erano tanti, ero in una scuola, tutti volevano la dedica sul libro e…
E poi mi sono resa conto.
Una signing session.
Un firma copie.
Suona pure meglio firma copie, come mi è venuto in testa di scrivere signing session?
Io non sono neanche certa di quale sia la pronuncia corretta di signing session.
E però l’ho scritto. Mea culpa, giusto per scomodare le nostre radici.
Veniamo talmente bombardati da certi termini che se non mi fermo a pensarci mi vengono automatici, anche quando non servirebbero.
Eppure di solito ci sto attenta, applico la stessa regola che uso quando scrivo: Non usare cinque parole se puoi spiegarlo con una.
Stessa cosa per la mia lingua, Non usare l’inglese se puoi dirlo in italiano. Va bene che ho detto signing session invece di firma copie, però di solito ci sto attenta, lo giuro.
A parte i casi in cui gli anglismi sono intraducibili, e tralasciando le distrazioni che ci portano spesso a preferire un termine invece che un altro, le parole ce le abbiamo anche in italiano (anzi, spesso ne abbiamo di più).
Una parola specifica che mi viene in mente e che ormai sento ovunque è Endors[…]

via “Non usare l’inglese se puoi dirlo in italiano”. Ad esempio, non dire endorsement ma… – Il Libraio

Giorgio Cavazzano, 50 anni di storie Disney

di Andrea Tosti

cavazzano

Ci sono molti modi possibili di contribuire a un immaginario stratificato, industriale e globalizzato come quello disneyano. Fra gli approcci più frequentati, particolare rilievo assume quello ortodosso e filologico che passa per l’identificazione di alcuni autori cardine (ad esempio Carl Barks e Floyd Gottfredson) che hanno contribuito a fissare un canone da cui non sarebbe conveniente discostarsi più di tanto.

All’estremo opposto troviamo un approccio dissacrante, più sovversivo che innovatore, che mira a utilizzare le stesse regole fissate attraverso il canone per sottolinearne criticità e limiti. Quando questo gioco di disvelamento riesce a essere sufficientemente mimetico rispetto alla tradizione, le innovazioni che (a volte) introduce finiranno, piano piano, per essere incluse nel canone e normalizzate. Altrimenti, l’organismo-Disney finirà per rigettarle, cancellandole persino dalla propria memoria.

Naturalmente, tra i due estremi esistono una miriade di sfumature che, va detto, solitamente caratterizzano l’opera degli autori Disney migliori. Pochi sono riusciti a esse[…]

via Giorgio Cavazzano, 50 anni di storie Disney | Fumettologica

I traduttori sono ladri innamorati

di Federica Arnoldi

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Traduttori, scrittori, studiosi e professionisti dell’editoria tutta si sono dati appuntamento a Urbino nell’ultimo weekend di settembre per la XII edizione delle Giornate della traduzione letteraria, a cura di Ilide Carmignani e Stefano Arduini.
Il calendario, molto fitto, prevedeva presentazioni, tavole rotonde e seminari su tematiche specifiche del mestiere in tutte le sue declinazioni, dai modi del tradurre alla figura professionale del traduttore e alla sua interazione con i professionisti dei diversi settori editoriali.

Tra i primissimi incontri, quasi a marcare fin dalla soglia l’importanza dell’aggettivo ʻletteraria’ non solo come definizione di ambito delle giornate ma anche nei risvolti creativi della traduzione, ha spiccato quello con Michele Mari che ha raccontato la sua recente esperienza di traduzione del romanzo di Andrew Motion Ritorno all’isola del tesoro (Rizzoli, 2012) e della nuova edizione italiana de L’isola del tesoro (BUR, 2012), soffermandosi sulle difficoltà poste dall’espressività stevensoniana, legata alla terminologia nautica e all’uso, da parte dell’autore scozzese, di un inglese smozzicato e sgrammaticato per la riproduzione del gergo marinaresco. Calarsi nella poetica di un autore significa anche imparare a riconoscere i tratti che caratterizzano le diverse varietà d’uso della lingua che si combinano e si annodano all’interno del sistema dei personaggi. Il traduttore, con il suo lavoro d’intarsio, ne è il primo interprete: a lui spetta il compito di scomporre e ricomp[…]

via I traduttori sono ladri innamorati | Doppiozero

Il “doppiese”, la lingua irreale delle traduzioni

da Redazione Downtobaker

rocky

È diventata un linguaggio parallelo perché ci sono pochi soldi per tradurre bene i film, ed è poi traboccata con effetti imbarazzanti nella scrittura e nei libri.

Entrate in libreria, aprite un romanzo italiano a caso, prendete una pagina a caso, e leggete le prime battute di dialogo su cui vi cadono gli occhi. Se trovate la battuta «ma che stai dicendo?», potete proseguire la lettura o potete chiudere il libro. Scegliete voi.

Io chiudo il libro e me ne vado. A volte mi arrabbio con l’autore, a volte anche con il suo editor.

Doppiese

La battuta «ma che stai dicendo?» è un ottimo esempio di doppiese.

Con doppiese si intende una particolare variante della lingua italiana, per come la si ascolta e la si parla negli adattamenti di film, docufiction e serie TV. Il doppiese nasce dall’incontro tra due diversi fiumi di orrore: da un lato, una dizione di vecchio stampo teatrale, che si vorrebbe priva di accenti riconducibili a una città precisa, ma porta con sé una lieve cadenza romana (“e” chiuse battono “e” aperte 7 a 1); dall’altro, un metodo di traduzione per cui ogni parola del testo originale viene resa in italiano nel modo più letterale possibile.

Le ragioni del doppiese, al cinema e in TV, dipendono dalla tempistica di produzione degli adattamenti. In breve: i dialoghi sono tradotti da una persona che non ha visto il film o il telefilm, ma ha a disposizione soltanto la «lista dialoghi», cioè un file con le battute e i nomi dei parlanti, senza alcun contesto; questa prima passata viene – a volte – sistemata dal responsabile dell’adattamento, che tende ad accorc[…]

via Il “doppiese”, la lingua irreale delle traduzioni – Il Post