Giocare molto sul serio: l’emozione di leggere da adulti La storia infinita

di Ilaria Gaspari

“Un racconto iniziatico, ma è anche, e soprattutto, un gioco…”.
“La storia infinita” sta per compiere quarant’anni. E come racconta su ilLibraio.it la scrittrice Ilaria Gaspari, è un libro che in un modo sotterraneo e segreto smuove ancora oggi qualcosa in chi lo legge. L’autore, Michael Ende, si ribellò sempre ai tentativi di imbrigliare la sua poetica. Visse una vita inquieta, ostinandosi a remare controcorrente con quell’autentico, testardo, tedeschissimo spirito d’avventura, di cui solo una parola per l’appunto tedesca è capace di conservare la bellezza: “Wanderlust”, lo struggimento randagio del vagabondare

La storia infinita sta per compiere quarant’anni, ma è un libro che sembra, insieme, nuovo di zecca e antichissimo. Qualcuno potrebbe dire: certo, è proprio questo a definire i classici, e in effetti ormai il romanzone di Michael Ende la fama di essere un vero e proprio classico della letteratura per ragazzi se l’è guadagnata. Non senza difficoltà, però: il libro, che apparve nel settembre 1979 e incontrò un immediato, inaspettato, enorme successo di pubblico, fece storcere parecchio il naso alla critica. Erano anni complicati, la Germania era divisa in due, e da un romanzo per bambini si tendeva ad aspettarsi il famigerato messaggio: la formula, la morale, l’ammonimento strettamente pedagogico, che come una buona cura ricostituente sapesse rinforzare le acerbe menti dei lettori, che le rinsaldasse fornendo qualche verità, semplice e incrollabile, in cui credere, qualche corroborante certezza cui far riferimento mentre si diventa grandi, proprio come un graticcio di ferro offre a un giovane rampicante lo schema da seguire per assumere la forma che chi ha costruito il graticcio ha previsto che debba assumere il rampicante una volta cresciuto.

Ma Michael Ende fu un autore estroso e ribelle ai tentativi di imbrigliare la sua poetica. Visse una vita inquieta, ostinandosi a remare controcorrente con quell’autentico, testar[…]

via: IlLibraio.it

Costellazioni di sapere: 25 anni di Editoriale Scienza

di Sandro Natalini

Editoriale Scienza festeggia questa settimana i suoi primi venticinque anni di libri e attività. Sabato a Trieste ci sarà una festa con gli autori e nei prossimi giorni sono previsti incontri e laboratori aperti a tutti. Per l’occasione, condividiamo online l’articolo pubblicato su Andersen n.346 (ottobre 2017), un’intervista con Sabina Stavro a cura di Sandro Natalini. Sostieni Andersen con un abbonamento.

Da un punto di vista etimologico la parola desiderio, derivante dal latino, si compone dalla preposizione de con accezione negativa e da sidus che significa stella, sancisce quindi letteralmente la “mancanza di stelle”, mancanza dunque di buoni presagi, di buoni auspici o di una rotta da seguire, con la conseguenza che desiderare rinvia ad un sentimento di ricerca appassionata e di attesa di conquista, una conquista che risulta motivo fondante nel lavoro di chi si dedica alla ricerca scientifica. Nel firmamento dell’editoria italiana dedicata ai giovani lettori, Editoriale Scienza è, come dice il nome, un editore di scienza che si rivolge ai bambini e ai ragazzi. La sua è una luce che continua a splendere già dal 1993 illuminando le menti delle nuove generazioni e che si avvale di un catalogo ricco e articolato. Non è un caso che la sede si trovi a Trieste, città che si definisce città della Scienza, in quanto sede di importanti istituti di ricerca e fortemente attiva e innovativa nella divulgazione scientifica. Qui è sorto il primo museo italiano hands-on (letteralmente “le mani sopra”, in quanto indirizzato al fare, all’agire e alla partecipazione attiva del destinatario) in Italia, qui si può frequentare il primo Master in comunicazione della scienza, qui si è svolto nel 2007 il primo Festival internazionale dell’editoria scientifica, con gran successo di pubblico ed è qui che, in un giorno senza bora, incontr[…]

via: http://www.andersen.it/25-anni-di-editoriale-scienza

L’editoria è un lavoro artigianale

di Leonardo G. Luccone

Quando ho iniziato a tradurre, Internet, almeno in Italia, era agli albori. Era il 1995 e potevo accedere alla rete solo dall’università, e per quanto Mosaic, l’unico motore di ricerca, mi spalancasse torrenti di conoscenza inaspettati, non trovavo quasi nulla di ciò che stavo cercando; mi imbattevo in tutt’altro. Volevo chiarirmi l’uso di una certa espressione in un certo contesto e finivo ad ammirare la collezione di chitarre elettriche di un riccone nello sprofondo dell’Alabama.

In quel momento la rete era un grande magazzino caotico, mancava di struttura, e mancava la bussola. Nel 1998, se ci ripenso, era già tutto cambiato. Esistevano motori efficienti come Netscape e Altavista e c’erano siti già piuttosto strutturati. Il mio lavoro di traduttore era cambiato fisicamente, e io occupavo meno spazio: avevo un paio di dizionari installati sul computer e non dovevo più passare dalla tastiera alla fila di volumoni pericolanti sulla scrivania. Potevo portare agevolmente il lavoro con me, senza sembrare uno studente fuori tempo massimo.

Ora che tutto è ancora di più a portata di mano rimpiango un po’ la scarsezza di fonti dei miei inizi, dove dovevo sforzarmi di capire con quel poco che riuscivo a trovare. Credo di aver commesso un numero impressionante di errori di comprensione, ma allo stesso tempo di aver trovato soluzioni traduttorie di cui vado ancora fiero.

Nel 2005 mi sono stufato di lavorare da solo e mi sono messo in testa di creare qualcosa che abbracciasse una comunità molto ampia di persone che volevano lavorare in editoria. Fare libri mi aveva stregato e volevo che ci fosse una piattaforma che aiutasse chi iniziava a orientarsi. Oblique è nato sull’idea di condividere esperienze, risorse e percorsi di crescita. Formare i giovani ci permette di crescere e di migliorarci ogni giorno. Siamo andati per gradi, senza fretta.

Abbiamo deciso di ideare un corso specifico per traduttori quando il nostro corso principe per redattori editoriali era diventato una realtà consolidata. Volevamo creare un ambiente accogliente, dove i traduttori potessero sentirsi a proprio agio. Del corso per redattori abbiamo man[…]

via: https://rivistatradurre.it/2018/11/le-scuole-leditoria-e-un-lavoro-artigianale/

Un tozzo di pane

di Corrado Premuda

«Che metterai nel panierino, mamma?»
«Una pollastrina arrostita, una torta di pere, un vasetto di miele e un pane, il buon pane che fa crescere le bimbe savie.»

La comarina grassa e golosa protagonista della storia Pan di fate di Carola Prosperi storce il naso quando la mamma le elenca il menù del pranzo che porterà a scuola: lei, piccola e vorace, non lo può proprio soffrire il pane.

Così il primo giorno la pagnotta finirà nello stagno delle oche, poi nel trogolo dei maiali, poi nella cuccia del cane, perché la bambina disprezza a tal punto il più semplice degli alimenti che non lo vuole neanche vedere. Il quarto giorno, rincasando, ad attenderla non c’è solo la mamma ma anche una brutta vecchiaccia, comare Carestia, che si è seduta sul camino. Durante la permanenza della sgradita ospite, tutte le leccornie di un tempo non sono più disponibili: il solo cibo rimasto nella madia è il pane. La bambina corre ad addentarlo ma, poiché lo aveva ripetutamente disprezzato e rifiutato, adesso il pane non si lascia mangiare da lei e sparisce.

L’unico modo per non far morire di fame la piccola è rivolgersi alle fate: solo il pan di fate può entrare nella bocca di una creatura così capricciosa. Ma per realizzare questa pagnotta speciale, la fata Fornaia chiede alla bambina di recuperare i tre panini che quest’ultima aveva gettato per spregio agli animali prima dell’arrivo della Carestia. La povera affamata vince la repulsione e raccoglie tutto il cibo scartato: con quelle croste ammuffite la fata prepara un panetto che la piccola trova bianchissimo, morbidissimo, saporitissimo, anche se è nero come la terra, duro come la pietra e sa di melma. Ma la prova è superata e da quel giorn[…]

via http://fiabesca.net/oggetto-magico/un-tozzo-pane/

Non spegnete la tv, ma accendete la libertà: l’inedito di Umberto Eco sulla televisione

di Umberto Eco

umbertoeco

L’intervento che qui anticipiamo, datato 1978, è integralmente contenuto nel volume “Sulla televisione” in uscita per La nave di Teseo.

Otto o nove anni fa, quando mia figlia stava iniziando a guardare il mondo dalla finestra di uno schermo televisivo (schermo che in Italia è stato definito “una finestra aperta su di un mondo chiuso”), una volta la vidi seguire religiosamente una pubblicità che, se non ricordo male, sosteneva che un certo prodotto era il migliore al mondo, capace di soddisfare qualsiasi bisogno.

Allarmato sul fronte educativo, cercai di insegnarle che non era vero e, per semplificare i miei argomenti, la informai che le pubblicità di solito mentono. Capì di non doversi fidare della televisione (in quanto, per ragioni edipiche, faceva di tutto per fidarsi di me). Due giorni più tardi stava guardando le notizie, che la informavano del fatto che sarebbe stato imprudente guidare lungo le autostrade del Nord per via della neve (un’informazione che soddisfò i miei più intimi desideri, dato che stavo disperatamente cercando di restare a casa per il fine settimana). Al che mi fulminò con uno sguardo sospettoso, chiedendomi come mai mi fidassi della tv visto che due giorni prima le avevo detto che raccontava bugie.

Mi trovai costretto ad avviare una dissertazione molto complessa di logica estensionale, pragmatica dei linguaggi naturali e teoria dei generi allo scopo di convincerla che ogni tanto la televisione mente e ogni tanto dice il vero. Per esempio, un libro che comincia con “C’era una volta una bambina chiamata Cappuccetto Rosso e così via…” non dice il vero quando sulla sua prima pagina attribuisce la storia della bambina a un signore di nome Perrault. Solo lo psichiatra al quale mia figlia probabilmente si rivolgerà una volta arrivata all’età della ragione sarà in grado, direi, di constatare i danni consistenti che il mio intervento pedagogico ha provocato alla sua mente o al suo inconscio. Ma questa è un’altra storia.

Il fatto, che ho scoperto proprio in quell’occasione, è che se si vuole usare la televisione per insegnare qualcosa a qualcuno bisogna prima insegnare come si usa la telev[…]

via Non spegnete la tv, ma accendete la libertà: l’inedito di Umberto Eco sulla televisione – l’Espresso

Libri come merce

di Roberto Pizzato

Woodblock-Studio-Visuale

Una storia materialista della stampa, ricostruita con l’aiuto di nuove scoperte e database digitali.

Secondo Marshall McLuhan l’invenzione della stampa a caratteri mobili rappresenta il compimento del passaggio da una cultura di tipo orale a quella alfabetica. Stampati a prezzo inferiori e su larga scala, i libri diventavano a tutti gli effetti beni di consumo, accessibili (a chi poteva permetterseli) e pronti a circolare sul mercato. Da quel momento ogni forma di conoscenza scritta diventava replicabile in modo veloce ed economico, creando un mercato internazionale prima inesistente: il mercato dei libri.

Guardare ai libri pubblicati negli anni seguenti l’invenzione offre una prospettiva inedita sullo spirito del tempo, capace di restituirci la fotografia di una cultura e di una società custodite nel nostro passato. Tracciare questa storia però non è stato impresa semplice, almeno fino ad ora. Immaginate un’indagine sul mercato editoriale del Rinascimento che vi permetta di capire quali erano i libri più letti nella seconda metà del XV in Europa. In mancanza di dati diremmo che la Bibbia di Gutenberg, il primo libro stampato utilizzando questa nuova tecnologia, dominasse la classifica dei bestseller del tempo. Questa era infatti l’idea più diffusa, fino a quando un team di ricercatori dell’Università di Oxford ha analizzato un documento che offre un’altra lettura dei fatti. Per capirne la portata però, serve capire come siamo arrivati fino a qui.

Il più antico libro mai stampato è il Sutra del Diamante, un testo buddhista le cui sezioni formano un rotolo lungo più di cinque metri, conservato alla British Library di Londra. La data di pubblicazione riportata sul colophon corrisponde all’11 maggio 868, oltre un millennio prima della sua scoperta, avvenuta solo nel 1907 a opera di Aurel Stein. L’archeologo di origine ungherese trovò il testo nelle grotte di Mogao, un sistema di 492 templi scavati all’interno di una rupe a circa 25 chilometri dall’attuale Dunhuang, città della provincia cinese del Gansu. Dunhuang – che significa “faro scintillante” – era l’ultima oasi che i viaggiatori diretti verso Occidente trovavano prima del grande bivio che precede il deserto di Taklamakan sulla Via della Seta. Giungendovi da ovest ci si trovava di fronte ai due forti della città,  la porta di Giada e il passo Yangguan; avvistarli significava lasciarsi alle spalle la parte più dur[…]

via Libri come merce – il Tascabile