La volta in cui la figlia di Joyce fu trattata da Carl Jung

di Terry Passanisi

luciajoyce

Lucia Anna Joyce

Della vita di James Joyce, volendosene interessare, possiamo studiare ogni minimo particolare. Tuttavia c’è un singolare aspetto che non emerge mai tanto facilmente. La vita della figlia schizofrenica di James Joyce, Lucia Anna (Trieste, 26 luglio 1907 – Northampton, 12 dicembre 1982), non ha bisogno di particolari enfatizzazioni per lasciare di stucco. La “saggezza che ne riceviamo”, come scrive Sean O’Hagan in merito a Lucia, è come lei abbia vissuto una “vita degradante,” alla stregua di un “secondo figlio malaticcio”, sempre all’ombra del fratello Giorgio. Da adolescente, Lucia ha “tentato di perseguire una carriera da ballerina di danza moderna, ed è stata un’illustratrice di notevole livello. A 20 anni, dopo aver già abbandonato entrambe le carriere, si innamorò perdutamente di [Samuel] Beckett, un ventunenne appena accolto sotto l’ala protettrice dei suoi padri.” Quando Beckett diede un taglio netto a quella storia d’amore a senso unico, potrebbe aver innescato la prima crisi psicotica di Lucia. Beckett fu una delle poche persone a farle visita, nel corso del tempo, presso il manicomio dove ella morì nel 1982, dopo decenni di istituzionalizzazione.

Prima di soccombere definitivamente alla malattia, Lucia fu un’artista realizzata e completa tanto che lavorò “con un seguito di insegnanti di danza radicalmente innovativi per quei tempi”, come osserva Hermione Lee nella sua recensione di una nuova biografia che “dimostra quanto… Lucia fu dotata di un vero e proprio talento artistico.” Conoscere Lucia attraverso la lente di una carriera tanto promettente rende la sua caduta psicologica ancora più drammatica, tanto da avere ispirato alcune tra le biografie eccellenti più sensazionali, svariati testi teatrali, un romanzo vero e proprio nonché una graphic novel. Lucia ispirò di sé a Beckett un ritratto poco lusinghiero nel suo Dream of Fair to Middling Women, e un altro, il più famoso di tutti, fu forse quello che fornì per il linguaggio del Finnegans Wake di suo padre. Come Joyce fece notare una volta, “La gente parla dell’influenza che ho avuto su mia figlia, ma per quanto riguarda l’influenza che lei ha su di me?”

“Noi macabri e vecchi Sykos che ci siamo fatti i denti digrignanti sulle Alici, proprio quand’erano più jungvani e facilmente defreudabili…”.

Il particolare rapporto tra padre e figlia ha sempre fomentato le speculazioni più inquietanti, ispirate dalle possibili “sofferenze mentali scatenate da una compulsiva fissazione per il padre da parte di Lucia “, come scrive Stanford Robert M. Polhemus, da una “relazione padre-figlia estremamente erotizzata, tanto quanto può diventare una relazione uomo adulto-ragazza adolescente” che proprio nel Finnegans Wake si intesse di una perfetta complementarità con i dettami di Freud e Jung a proposito delle “ninfette sexy sopra ai divani dei loro secolari confessionali.” Polhemus continua spiegando come Joyce utilizzò spesso il pruriginoso linguaggio della psicoanalisi, quasi una sorta di dichiarazione di colpa, quando scrisse, ad esempio: “Noi macabri e vecchi Sykos che ci siamo fatti i denti digrignanti sulle Alici, proprio quand’erano più jungvani e facilmente defreudabili…”.

James Joyce with Nora Barnacle

Evitando di trarne le conclusioni peggiori, possiamo rintracciare in quel brano l’inquietante parodia delle idee di Jung e Freud, dei quali – scrive Louis Menand –, Joyce fu decisamente “irrispettoso”. Eppure capitò che Joyce spedì Lucia a farsi visitare proprio da Carl Jung, che in ogni caso definì “il Pincopanco svizzero”, “da non confondersi con il Pancopinco viennese”. Il comportamento della figlia diventò via via “sempre più irregolare,” aggiunge Lee, “Vomitava cibo a tavola; lanciò una sedia contro Nora [Barnacle, la madre] durante i festeggiamenti del 50° compleanno di Joyce… tagliò i fili del telefono dopo aver chiuso la chiamata di congratulazioni che gli amici fecero a proposito dell’imminente pubblicazione dell’Ulysses negli Stati Uniti; appiccò il fuoco su diversi oggetti presi a caso…”.

Dopo un susseguirsi di medici interpellati e diagnosi emesse, oltre ad una “incarcerazione contro la sua volontà,” Jung accettò finalmente di analizzare il caso di Lucia. Lo psicologo conosceva bene l’opera di Joyce, avendo scritto nel 1932 un ambivalente saggio sull’Ulysses (che definì “un libro di devozione nei confronti dell’uomo bianco quale oggetto-infatuato”), che inviò allo scrittore tramite corrispondenza. Jung concluse che sia Lucia Joyce che suo padre erano schizofrenici, ma che per Joyce, come scrive Menand, “tale schizofrenia era funzionale al suo genio.” Proprio come concluse Jung, aggiunge il biografo di Joyce Richard Ellmann, Lucia e suo padre furono “come due persone che stanno annegando in mezzo a un fiume in piena, ma mentre una affonda senza speranza, l’altra ci sguazza beatamente.” Jung inoltre, scrive Lee, “pensò che la figlia era talmente connessa alla dimensione psichica del padre che l’analisi non avrebbe mai potuto avere successo.” Non fu, in sostanza, in grado di aiutarla, e Joyce non poté che prendere atto dello stato psichico irrimediabilmente compromesso della figlia.

Gran parte del rapporto tra Joyce e Lucia rimane ancora un mistero data la distruzione di quasi tutta la corrispondenza con l’amica Maria Jolas (malauguratamente anche Beckett bruciò tutte le lettere ricevute da Lucia). Questo non ha però scoraggiato la sua biografa Carol Loeb Shloss a scrivere su di loro due come “quei partner di ballo”, che “si capiscono a vicenda senza parlare, proprio perché parlano la medesima lingua, una lingua che non può essere tradotta a parole…” Quello che è indubitabile è come “l’arte di Joyce pervase e ammantò” la figlia, “perseguitandola fin dalla nascita”, e fu in gran parte la causa delle circostanze che portarono lei e il fratello a vivere spesso in condizioni di estrema povertà e di instabilità.

Lucia rimase, ovviamente, sdegnata del padre; ciononostante non fu mai in grado di staccarsene completamente, soprattutto dopo diverse relazioni fallimentari con altri personaggi di spicco, tra cui l’artista americano Alexander Calder. Sia che ne concludessimo che la storia è quella di un qualsivoglia genere di abuso oppure – come conclude Lee nella biografia ad opera di Shloss (Lucia Joyce: To Dance in the Wake) – di una “amorevole e creativa intimità,” tutto dipende da ciò che siamo in grado di fare delle pochissime fonti rimaste a nostra disposizione. L’eliminazione di Lucia dalla vita del noto padre cominciò non molto tempo dopo la morte dello scrittore, e la di lei storia “è una vicenda che non avrebbe dovuto essere raccontata”. Merita invece di essere raccontata, come e meglio possibile. Se la vita di Lucia Anna Joyce fosse stata diversa, sarebbe ancora oggi senza dubbio ricordata come una grandissima artista, a pieno titolo. Un noto critico scrisse nel 1928  a proposito delle doti di Lucia come interprete, linguista, e coreografa, che James Joyce “merita ancora di essere conosciuto come il padre di sua figlia.”

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