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Lo scalpello che si fa piuma: viaggio nella scultura al femminile

Il numero delle scultrici, storicamente, è di gran lunga inferiore a quello di pittrici o scrittrici; tuttavia, sarebbe scorretto, su questa base, tralasciare l'importanza del loro lavoro per una mera stima basata sulla quantità produttiva.

di Jenny Barbieri

Properzia de’ Rossi, la “bellissima scultora”, Giuseppe e la moglie di Putifarre, formella in marmo, Bologna, Museo di San Petronio

La scultura: tra tutte, l’arte maschile per eccellenza. Lavorare il marmo, modellare la materia dura, donare la vita alla pietra: tutte operazioni che richiedono non solo una buona dose di predisposizione artistica, ma grande forza fisica. Forse è proprio per questo che, sin dall’antichità, l’arte scultorea è stata ritenuta appannaggio maschile. E, come spesso accade, miti e leggende non hanno fatto altro che rafforzare questa idea: si pensi alla storia di Pigmalione, re di Cipro, ma anche scultore. In quest’ultima veste, egli era talmente coinvolto dal suo lavoro da non pensare ad altro, tanto meno all’amore, che gli appariva come sentimento vano ed effimero. Afrodite allora lo punì, facendolo perdutamente innamorare di una statua da lui stesso creata. Se ci inoltriamo nel testo, andando oltre a una prima lettura superficiale della vicenda, ci appare da subito lampante il fatto che sia un uomo, Pigmalione, a essere rappresentato come creatore di vita, a detenere in toto la capacità di trasformare una materia inerte e inanimata in qualcosa di ammaliante, affascinante e, persino, vivo. Alla donna spetta il ruolo di modella, di musa ispiratrice, di oggetto del desiderio. E di certo quest’idea ha viaggiato nei secoli ed è sopravvissuta ai molti cambiamenti storici, trovando sempre terreno fertile su cui attecchire.  Prova ne è quanto scrive, nel più moderno 1916, Cordelia, al secolo Virginia Tedeschi Treves, nel suo Le donne che lavorano: «La scultura mi pare un’arte meno adatta alla donna della pittura: intendo della scultura vera come dovrebbe essere sempre, grandiosa, eroica, solenne». Ma è proprio così? Qual è il reale apporto che le donne, nei secoli, hanno donato a questa particolare disciplina?

Storicamente, il numero delle scultrici è di gran lunga inferiore a quello delle pittrici o scrittrici, tuttavia, sarebbe scorretto, su questa base, tralasciare l’importanza del loro lavoro per una mera stima basata sulla quantità produttiva. Molte donne, anche in secoli lontani dal nostro, hanno scelto di mettersi alla prova tra marmi e scalpelli dando vita a veri e propri capolavori di raffinatezza e tecnica ma, come troppo spesso accade, sono state dimenticate troppo in fretta e i loro nomi latitano persino nei più importanti manuali di storia dell’arte.

Camille Claudel

Per conoscere la prima artista che si è cimentata con questo tipo particolare di arte, dobbiamo fare un viaggio nel tempo, fino a raggiungere la Bologna di inizio XVI secolo. È qui che nasce, si forma e lavora la prima scultrice di cui ci sia giunta notizia: Properzia de’ Rossi. Figlia di un notaio, cresce in una famiglia con buone possibilità economiche; questo, unitamente al fatto di trovarsi nella sola città dell’epoca che permettesse l’accesso all’università anche alle donne, le permetterà di intraprendere gli studi necessari per mettere a frutto il suo talento. Così, studia scultura e incisione presso lo studio dell’artista Marcantonio Raimondi e, per colmare le lacune dovute al divieto per legge di misurarsi con i nudi, frequenta la facoltà di medicina, dove si crea un ottimo bagaglio culturale in materia di anatomia. In pochi anni raggiunge la fama grazie alla sua capacità di scolpire l’infinitamente piccolo: ben noti sono i suoi lavori incisi sui minuscoli noccioli di ciliegia, uno dei quali, in particolare, raffigura ben cento volti diversi riuniti nella Passione di Cristo. Persino il Vasari, cronista delle vite dei più grandi artisti, le dedica una biografia, nella quale la definisce femmina scultora e le riserva un elogio entusiastico: «Properzia de’ Rossi da Bologna, giovane virtuosa, non solamente nelle cose di casa, come l’altre, ma in infinite scienzie, che non che le donne, ma tutti gli uomini l’ebbero invidia».

Con i noccioli scolpiti, Properzia si ritaglia uno spazio artistico a sé, non in concorrenza con la produzione maschile a lei contemporanea. Ma la sua produzione va ben oltre queste miniature: ne è un esempio il suo capolavoro, il bassorilievo marmoreo realizzato per la basilica di San Petronio che raffigura la storia di Giuseppe e la moglie di Putifarre. La vicenda tema di quest’opera è attinta dalla Bibbia, ma la sua scelta ci appare quanto mai insolita e innovativa: narra, infatti, di una donna che si innamora follemente di uno schiavo del seguito del marito e, rompendo ogni tabù e convenzione sociale, decide consapevolmente di provare a sedurlo. L’affermazione, forte e potente, del desiderio femminile è al centro dell’opera, traspare da quella mano scolpita da Properzia, protesa ad afferrare la veste del ragazzo, il quale sembra voler fuggire dalla provocazione. Alla modernità della tematica fa da contraltare la classicità dello stile: i drappeggi sono eseguiti con estrema precisione, quasi a voler affermare l’immensa cultura della scultrice, esperta conoscitrice dell’arte classica nonostante il suo essere donna.

Marie-Anne Collot, busto di Etienne Maurice Falconet (1716-91), 1773 (marmo), Hermitage, San Pietroburgo, Russia

Più avanti nei secoli, altre donne scelgono di dare il loro apporto alla scultura e, per farlo, entrano negli studi dei grandi maestri dell’epoca in qualità di muse e modelle, per poi trasformarsi in attente allieve, sempre pronte a impadronirsi delle tecniche e dei segreti di quest’arte. È il caso di Marie-Anne Collot, scultrice francese di fine Settecento, allieva prima e poi anche amante di Étienne Maurice Falconet. Nel suo studio, la giovane apprende i trucchi del mestiere e da subito si dimostra estremamente talentuosa, tanto che Falconet stesso la coinvolgerà nella realizzazione delle sue opere e la tratterà, cosa alquanto insolita per quei tempi, come sua pari. Curioso è l’aneddoto di quando entrambi si misurarono sullo stesso soggetto, creando ciascuno un ritratto dell’enciclopedista francese Diderot: si racconta infatti che, vedendo il busto scolpito dalla compagna, Falconet abbia distrutto quello da lui creato a colpi di bastone, reputandolo di gran lunga inferiore.

La vicenda di Marie-Anne Collot non può non rievocarci quella di un’altra grande scultrice, vissuta sempre in Francia, ma quasi a un secolo di distanza: Camille Claudel. Ragazza di indubbio talento, entra giovanissima all’Accademia Colarossi. Qui ha luogo l’incontro che le cambierà la vita, quello con l’affermato scultore Auguste Rodin. Lui, più anziano di lei, ha il fascino del grande artista; lei, non ancora ventenne, ha freschezza e determinazione, qualità che la renderanno la perfetta musa e l’allieva preferita. Ben presto, il rapporto di lavoro si trasforma in una relazione affettiva vera e propria, nonostante sia vissuta all’ombra del precedente matrimonio tra Rodin e Rose Beuret. Camille soffrirà molto per il suo essere relegata al ruolo di amante, ma avrà anche occasione di stare accanto a uno degli scultori più affermati del periodo, di prendere parte alle sue opere (nell’opera La porta dell’inferno di Rodin, mani e piedi, che, per inciso, sono tra le parti anatomiche più complesse da ricreare, sono scolpiti proprio da lei) e di dar vita a un suo personalissimo stile, che la renderà facilmente riconoscibile nel panorama artistico. Le sue opere sembrano sempre sospese, in equilibrio precario, in perenne movimento. Una su tutte, quella intitolata Le Valse: due corpi avvinghiati nella danza, che sembrano quasi scivolare fuori dalla base che li sorregge, esprimendo l’estasi dello stare insieme e una forte sensualità. E come descrivere l’intensa emotività del suo capolavoro, L’âge mûr, l’età matura? Una giovane donna in ginocchio si protende nel tentativo di afferrare la mano del suo innamorato, il quale, però, non le rivolge nemmeno uno sguardo e si allontana sorretto da una donna più anziana. Certo, i riferimenti biografici sono facilmente individuabili e, subito, associamo i volti dei protagonisti di questa scultura a quelli di Camille, Rodin e Rose Beuret, ma forse proprio da qui nasce quell’emotività schiacciante che ci rapisce e ci emoziona.

Giungiamo così al XX secolo, periodo di forti cambiamenti, con due conflitti mondiali che scardinano nel profondo ogni convinzione umana. La scultura diventa mezzo per esprimere la propria angoscia, strumento per urlare il proprio dissenso nei confronti della guerra e della violenza. E, ovviamente, anche la scultura femminile si fa portatrice di questi messaggi, impregnandosi di un forte valore storico e sociale. Jane Poupelet aveva raggiunto la notorietà già prima dello scoppio della Grande Guerra, grazie ai suoi nudi femminili, rappresentazioni di una poetica reinvenzione di sé. È di questi anni l’opera Baigneuse au bord de l’eau, una perfetta istantanea, quasi una fotografia, che rappresenta una fanciulla colta nell’atto di immergere il piede in acqua, non senza qualche titubanza. Lo stile della scultrice cambia successivamente all’esperienza della guerra, diventando più radicale. Molte statue, concepite come corpi interi, vengono esposte mutilate, spesso senza testa: in questo modo vengono private di ogni possibile carattere aneddotico, diventano forme nello spazio senza storia, quasi opere anticipatrici dell’astrattismo.

Nella prima metà del Novecento prendono vita anche le opere di Germaine Richier, un’artista senza dubbio disturbante: le sue sculture non sono create per essere belle o piacevoli, o almeno non nel senso tradizionale del termine, ma mirano a sconvolgere con violenza l’animo dello spettatore per portare quest’ultimo a un’attenta riflessione. L’artista crea corpi terrificanti, risultanti da innesti umani, animali e vegetali, come nel caso dell’opera La Mante, del 1946, in cui su una figura fortemente antropomorfa, si stagliano due zampe che ricordano quelle di una mantide religiosa. La bipolarità terrificante/terrificato che caratterizza il soggetto ci porta a provare terrore, e allo stesso tempo a simpatizzare con esso, a provare pietà per esso.


Camille Claudel, La Valse, bronzo unico intorno al 1900, in vendita da Me Rouillac allo Château d’Artigny nel 2017

La scultura femminile, negli ultimi anni, si è saputa ritagliare uno spazio sempre maggiore, continuando il suo percorso di attualità: penso alle enormi figure di Niki de Saint Phalle, le Nanà, imponenti donne colorate, caratterizzate da seni e sederi prosperosi, attraverso le quali l’artista urla la sua opposizione agli stereotipi di bellezza attuali. O, ancora, penso agli enormi ragni realizzati da Louise Bourgeois, omaggio alla maternità in generale e alla figura di sua madre in particolare. I nomi di queste artiste stanno raggiungendo un successo sempre più vasto e il pubblico sta imparando ad apprezzare la delicatezza che portano in un’arte che è estremamente connessa anche alla forza fisica. A dimostrazione del fatto che, dove vive il talento, non conta il sesso di appartenenza, ma solo la dedizione e la volontà di rendere reali i propri sogni.

Jane Poupelet, Baigneuse au bord de l’eau, vers 1911, bronzo, 52 × 16 × 37 cm, © Collezione Ville de Périgueux, Musée d’Art et d’archéologie

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