Letteratura Racconti

L’appuntamento

di Terry Passanisi

Trieste

Nei miei sogni è sempre sera, le luci calde delle vie di Trieste impresse nell’asfalto umido. Da poco, ha smesso di piovere, e non fa freddo. Pare autunno inoltrato, uno di quei giorni d’inverno mitigati dallo Scirocco. La Bora, da qui a poco, non gli lascerà scampo. Le auto hanno smesso di invadere il centro, capita ancora. Potrei essere ovunque; qui o in qualunque altro posto. Ho l’impressione di trovarmi in un paese dell’Est, dove non è difficile trovare un freddo secco che non irrigidisce. La bassa pressione di quei luoghi porterebbe in breve un’inattesa nevicata. La neve qui, invece, rimane compressa in cielo dagli effluvi dell’Adriatico. Mi fa sentire solo e isolato, ma è una sensazione, perché se mi volto ritrovo sempre qualcuno dei miei amici; la cosa più straordinaria è che in un modo o nell’altro c’è sempre Lei. Lei c’è sempre, in un modo o nell’altro.

Il discorso doveva continuare, perché le frasi dette a Natale sono sempre un argomento toccato e mai concluso. Per riaprirne uno lasciato a metà nelle memorie. Come se fosse Lei a voler sempre far riaffiorare i significati abbandonati nel tempo. Qualcosa aveva abbattuto tutte le mie barriere; non penso che Lei, tra noi due, se ne fosse mai create. La metafora più azzeccata è il gesto di una carezza. Questo sembrava il suo dolce modo di farmi capire in che modo mi voleva bene. In un modo lieve, distaccato, disinteressato, uguale al modo in cui ne voleva a tutti gli amici. Eppure in modo unico, perché ne voleva a me, dopotutto. La cosa mi faceva sentire fragile, tuttavia libero di chiudere gli occhi e fidarmi. Mi faceva sentire stupido, ma felice di esserlo, nella unicità della storia che avevamo avuto. Mi faceva sentire importante essere importante per Lei.

Girato l’angolo era lì, sotto il lampione dell’Arco di Riccardo. Nella mia mente frullava l’insana razionalità di atteggiarmi in un certo modo. Era semplice, schematico, piuttosto efficace. Ma quanto poteva essere sano nell’economia di un sentimento che riaffiorava in tutta la sua potenza? Un albero che non può rimanere prigioniero dell’asfalto, e prorompe in tutta la sua forza. L’emozione dell’Amore mi ha sempre reso privo di difese: banale, delirante, geloso, orgoglioso e debole. Ora era diverso, sì… io ero diverso. Diversa Lei; tutto era cambiato. E potevo guardarla negli occhi, sorriderle senza timori, perché Lei sapeva ormai chi ero e io sapevo chi era Lei. Sapevamo due cose, eppure tutto, l’uno dell’altra.

«Ciao, piccola». La salutai così. Piccola? Mi facevo schifo da solo. Fino a poco tempo prima non le avrei mai detto una cosa del genere. Non era il fatto che quel saluto rappresentasse qualcosa di intimo (in questo caso non l’avrei mai usato con Lei). Partivo dal presupposto che un approccio del genere suonava fin troppo fasullo. Sapeva di frase da vitellone di altri tempi, da bullo mammone, inverosimile timido. Una coperta corta che lascia fuori piedi rozzi e sporchi. Nel mio essere e nel mio pormi, ciao piccola era altro. Era far palpabile ciò che era emozione debordante. Era la carezza che volevo darle subito. Era dire quello che pensavo ma, soprattutto, era fare quello che sentivo: un bacio sulla bocca, prima di darle un bacio sulla fronte. Una stretta e un abbraccio simbolici e più intimi e concreti dell’abbraccio di due amanti. Appoggiai la mano sulla sua guancia fredda, intiepidita solo nel punto in cui la pelle s’arrossava. Poi un bacio distratto, sul serio. Un saluto, com’ero abituato con le altre amiche. Travestito di castità, neutro, così appassionato.

«Ciao». Rispose, strana.

Punto. Non lo so. Mi riesce difficile dire o pensare qualcosa di certe dinamiche nei rapporti tra le persone. E mi chiedo sempre da che cosa dipenda il fascino totale che solo alcune sanno esercitare su di me. È inspiegabile il modo in cui Lei sappia dire una parola, nel modo in cui solo Lei la dice. Parlano i suoi occhi, il viso, il modo in cui piega la testa. E parla il suo modo di far finta di non guardare. Il modo di sorridere senza increspare le labbra. Continuava a parlare. Mi guardava come se avessi bucato di un’ora l’appuntamento . Non fosse che già la telefonata mi sembrava strana di per sé, arrivai con grande anticipo, precipitandomi dalla Slovenia dov’ero a cena, sfrecciando come un folle, senza sapere dove ci saremmo incontrati, e se mai sarei arrivato vivo all’appuntamento. Sempre che ci fosse qualcosa da dirsi e perché dopo tutti quegli anni. Continuava a ronzarmi il pensiero – o l’inquietante desiderio – che accadesse ciò che era meglio non accadesse più. Se non altro che Lei, be’, questo lo sapevano anche i marziani, stava sempre (sempre con qualcuno!) con il suo ragazzo. Anch’io. Cioè, anch’io stavo con qualcuna, o qualcuna stava con me, insomma. Nell’idiozia delle mie congetture meschine riuscivo a starmi sulle palle da solo. Pertanto, non so bene come accadde.

Il suo viso (lì, lontano e meraviglioso, arrogantemente divino) pareva triste. Non sapevo definirlo, l’espressione emanava indecisione (Lei, poi!) o una pulsione nascosta male. Era una commistione indecifrabile di volontà e coercizione; voleva, ma non voleva. Una forza incontrollata la spingeva a qualcosa di desiderabile, eppure non si convinceva se desiderarlo. Si alzò dal porfido freddo dei gradini sui quali mi aveva atteso seduta, mi venne incontro e, d’improvviso, mi strinse forte. Le mie mani, basse lungo i fianchi, in un inganno di sensazioni, trasmisero alla mia testa il ruvido della lana cotta del suo cappotto nero. Tutto fu mescola di sensazioni materiali e spirituali. Il suo profumo (oh, non si può descrivere a parole, no! ci avrò provato mille volte, fallendo), il profumo dei suoi capelli e la loro morbidezza sulla mia guancia destra! Spinse la sua guancia contro la mia. Sentii il tepore e la sensualità e l’umidore della sua bocca sfiorarmi la pelle, in un bacetto di saluto, camuffato, limitato. Il tempo si dilatava e sembrava fermo e incalcolabile. Rimase lì, a stringermi, attendendo una reazione . Che cosa dovevo fare, che cosa potevo dire? Stavo per incrociare lo sguardo di Medusa. Niente. Perché sospirai e chiusi gli occhi per sopravvivere. Per prendermi quell’istante senza fine; uno di quegli istanti infiniti che solo Lei sapeva darmi. Sprofondai in uno stordimento forte e in un sospiro profondo. Potevo solo immaginare il vapore che usciva dalle bocche; mi piaceva l’ennui letterario, profondamente romantico, che mi proteggeva e mi pugnalava: uno struggimento ulteriore, autoinflitto. Un leggero moto all’indietro, quasi non l’avessi fatto; istintivo, inesistente. Lei mi trattenne. Per godersi ancora quell’abbraccio, mentre con le mani le cingevo la vita, appoggiate sulle anche sporgenti e attraenti. In risposta al mio arretrare, per volontà inconscia, Lei ruotò il mento verso il contatto dei visi. Riuscii a sentire la morbidezza e il calore delle sue labbra, e la condensa del respiro sulla pelle. In un sospiro delicato, la sua bocca si appoggiò e si mosse con uno stratagemma preciso e dolcissimo. Così, mi baciava distrattamente sulla guancia cercando di farsi strada; alle volte sfiorandomi, subito dopo lasciandomi, e sentivo gli sbuffi d’eucalipto della bocca dischiusa e umettata. Era chiara la lotta che combatteva, il desiderio che aveva e reprimeva. Per Lei, forse solo per me. Non so bene come accadde.

Un brivido mi percorse la schiena, quando non potevo ricevere altre sensazioni che quelle trasmesse da Lei. Perché la sua bocca sfiorò apposta e piena di ardore la mia, in un angolo. Non poteva essere, ma era. Non era solo l’inganno di una profonda illusione. Feci finta di niente, aspettai un secondo e mi ritrassi con disinvoltura. Mi voltai, tenendo forte la sua mano nella mia. Dissi qualcosa che non potrei ricordare neanche sotto tortura. Mi allontanai dal monumento storico, tirandola dolcemente a me, per poi lasciarla. La guardai, invitandola a seguirmi. Non so bene come accadde, e solo tra me e Lei poteva accadere.

Lo sguardo volutamente distratto colse uno dei gesti più tipici del suo modo di fare. Per togliersi da quell’imbarazzo creato, da quell’assordante silenzio, si strinse nelle spalle. Un gesto più esplicito ed esaustivo di un’elaborata risposta a parole. Camminai come se niente fosse attraverso la piazzetta Barbacan, mentre all’interno mi si generava l’universo. Attirato da una vetrina illuminata da una luce calda e rossastra, mi soffermai ad ammirare un dipinto del ‘500, forse del ‘600. Nel quadro, una dama in ghingheri barocchi.  L’arte aveva smesso di significare qualcosa, la luce dell’esposizione dava un intenso effetto di riflessione sul vetro. C’era la figura di Lei, rispecchiata oltre la mia. Un metro dietro a me, la testa piegata in avanti. Guardava per terra, poi guardava me attraverso il vetro. I nostri sguardi si incontravano sullo specchio per poi distogliersi. Per qualche motivo, Lei aveva capito che mi desiderava, tolto ogni orpello dal nostro burrascoso passato. Credeva fosse troppo tardi e che si fosse esposta oltre ciò che le avrei consentito. Il riflesso scomparve. Mi voltai, ritrovandola seduta sul porfido dei gradini dell’arco; stringeva le gambe al petto, trattenendole in un abbraccio. La frangia nera le copriva mezzo viso, sotto la sua bellissima espressione di incertezza e convinzione; di scelta voluta, in un contesto dove scegliere non dipendeva più soltanto da Lei. In un’iperbole strana, capii quanto poteva essere misterioso e imprevedibile l’Amore. Semplice e complicatissimo. La raggiunsi calmo, per accarezzarle il viso.

«Ma scusa, ti sembra…» Parlava, mentre i suoi grandi occhi neri erano sull’orlo di far scendere una lacrima. L’avevo vista piangere per me.

«È che mi sembra tutto così improvviso. Scusa tu non stai ancora con…?» Non era la direzione in cui portare il discorso, ma entrambi avevamo bisogno di un cenno concreto. Di una certezza seppur minima. L’Amore non è cosa e come. Non è il Giardino dell’Eden o un dettame di punti fermi. È misterioso e insondabile, tutto da scrivere e già segnato. Travolgente, non pianificabile.

«Forse non hai notato che alla cena di Natale…» disse. Sì, l’avevo notato che alla cena di Natale. E avevo finto di non saperlo notare. Desideravo avere qualcosa da notare ma, anche se fosse stato, non potevo permettermi di prenderlo per una certezza. Allora, le fermai l’intento di continuare, appoggiando un pollice sulle labbra. La sollevai e, adesso sì, cominciai a baciarla sulla bocca con tenerezza e ardore. O forse cominciò Lei, quando capì che nessuno dei due poteva aspettare oltre, dopo tutto quel tempo d’attesa (t’avrei aspettato altri mille anni, Amore Mio).

Chiusi gli occhi, non per proteggermi, ma perché era l’unica donna che potevo baciare chiudendo gli occhi. E quel bacio non finiva mai, come l’Amore è infinito. E quel bacio era caldo, dolce come un’albicocca maturata al sole e appena colta. Quel bacio era nuovo e antico. Ed era tutti i baci che ci eravamo dati e non avevamo saputo tenere nel cuore. Era le nostre mani che si tenevano forte e con delicatezza; era il nostro profumo che diventava un’essenza unica. Era qualcosa che si poteva trovare solo nei racconti, solo nei ricordi, solo nei sogni, solo immaginare e fingere di aver vissuto. Perché la sua bocca era calda e soave, e baciarla era mangiare il frutto del mirtillo e quello della mora. Era sentir deflagrare il fiore e la rosa, e la sua pelle era delicata seta fragrante.

Nei miei sogni il più delle volte è sera, ed è Natale, e io e Lei siamo liberi di amarci come, dove e quando ci pare. Non so bene come accadde; ma accadde.

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