Cultura Musica

Cancel culture e cultura in via d’estinzione

Il problema è che alcuni accademici anglosassoni (americani o britannici) ritirano fuori nel 2021 tesi che in realtà circolavano come gender studies già negli anni 80.

di Luca Ciammarughi

Il Singspiel mozartiano “Il ratto del serraglio”

Oggi mi sono messo a riflettere ancora un po’ sul tema “cancel culture”. Dal Telegraph arriva la notizia che l’Università di Oxford avrebbe proposto di ridurre il colonialista Mozart e il suprematista bianco maschio Beethoven per dare spazio anche ad altro, per esempio Joseph Boulogne Chevalier de Saint-George, compositore settecentesco di origini africane.

In realtà, le ragioni per non suonare soltanto Beethoven e Mozart, e per scoprire altro e magari ricominciare a dedicarsi più all’improvvisazione e alla creazione ci sarebbero, ma non sono quelle additate dai vessilliferi della “cancel culture”. Già Gianandrea Gavazzeni scriveva “Non eseguire Beethoven”, ritenendolo inflazionato. A tutti i musicofili sarà capitato almeno una volta di ascoltare l’Appassionata o la Quinta Sinfonia e di non poterne più, così come può esserci capitato col Nocturne op. 9 n. 2 di Chopin o l’Allegretto “Alla Turca” di Mozart. Non mi scandalizzerei se mi dicessero “mettiamo in stand by per un po’ il Chiaro di Luna e scopriamo Boulogne”.

Il problema è che questi accademici anglosassoni (americani o britannici) ritirano fuori nel 2021 tesi che in realtà circolavano come gender studies negli anni Ottanta. Io me le ero lette tutte già nel secolo scorso, e non ero ancora maggiorenne: c’era Susan McClary che affermava che il passaggio dallo sviluppo alla ricapitolazione nel primo movimento della Nona Sinfonia di Beethoven incarnava “l’incapacità di uno stupratore di rilasciare la sua vittima” (sic!). McClary opponeva al vigoroso, maschile e un po’ violento “batti e ribatti” beethoveniano il più femminile discorso schubertiano. Guarda caso, era appena uscito il saggio di Maynard Solomon sull’omosessualità di Schubert. Il problema della tesi di McClary non era la sua assurdità (nulla è assurdo se è sostenuto con coerenza e ingegno), era il fatto che la studiosa ignorasse – o facesse finta di ignorare – gli aspetti teneri, affettuosi, femminili, delicati e oserei dire persino “submissive” della musica di Beethoven.

Ma il discorso di McClary, per quanto bislacco, aveva una sua utilità: infatti, più che puntare a buttar fuori Beethoven (Call-Out culture) era mirato a tirar dentro Schubert (Call-in culture)*. La sua era l’ottica di una musicologa militante femminista, che forzava (secondo me impropriamente) la realtà per far valere un punto di vista molto personale.

Se però le tesi della McClary vengono riprese in maniera identica a distanza di 30 anni, i conti non tornano più. Se nei campus americani e nelle università britanniche quella tesi viene riciclata e condita con l’accenno al colonialismo, allora siamo nell’ignoranza pura. Costoro almeno sanno che Beethoven aveva inizialmente dedicato la Sonata “A Kreutzer” a un violinista nero, Bridgetower? (Che i due abbiano poi litigato è ininfluente). E cosa sappiamo davvero della vita privata di questo “maschio suprematista bianco”? Di certo che poche persone avevano il suo anelito alla libertà, ed è anche per questo che la sua musica sopravvive.

Lo scrittore russo Lev Tolstoj

Ci sarebbe da andare avanti per ore, ma volto pagina. Ieri ho postato su Instagram dei frammenti di “Morte a Venezia” di Visconti e molti giovani mi hanno chiesto che film fosse. La cosa non mi scandalizza. Mi ricordo che, a lezione in Università, Michele Mari ci chiese chi avesse letto “Guerra e pace” – alzarono la mano in pochissimi su centinaia e io non ero fra quelli. Mancò poco che Mari se ne andasse, disgustato.

Per carità, si può vivere anche senza aver letto “Guerra e pace” o la “Recherche”. Si vive meno bene? Non è detto. Non sono fra coloro che considerano minus habens persone che non sanno nemmeno chi siano Tolstoj, Proust, Mann, Beethoven o Mahler. Esistono persone intelligenti, felici, realizzate che vivono anche senza “Morte a Venezia”. Ma non si fregiano di far parte dell’alta cultura accademica. E non saranno certo loro a dire “cancelliamo Beethoven”. Non sarà il rapper a dirlo. È più facile anzi che il rapper voglia scoprire Beethoven, che nel 2021 gli suona bizzarro e originale.

Dove voglio arrivare con ciò? A dire che la “cancel culture” di matrice accademica non si accorge che quel patrimonio è già ampiamente in via di cancellazione. Alla generazione z, Lucio Battisti suona come una sorta di rarità vintage, figuriamoci Beethoven. Solo chi vive nella propria bolla può pensare che Bach sia “da cancellare”, perché non si accorge che Bach è già un esotismo: è stata musica per alcuni, lo è per pochi, lo diventerà forse per pochissimi. Non c’è nulla di strano, le cose cambiano, vengono sommerse, poi riemergono a distanza di anni, a volte di secoli. Ma pretendere di cancellarle mi fa venire in mente quelle okkupazioni fatte dai figli di papà, poi guarda caso diventati spesso borghesissimi.

*Esempio di Call-in Culture: riscopriamo Karlrobert Kreiten, l’allievo prediletto di Arrau, ucciso a 27 anni dai nazisti per aver espresso critiche su Adolf Hitler. La sua arte è degna di essere ascoltata quanto quella di coloro che poterono proseguire perché avevano la tessera nazista, come Kempff e Backhaus.


Luca Ciammarughi è pianista , conduttore radiofonico e musicologo.

Da più di dieci anni è in onda su Radio Classica. Scrive per MUSICA, Classic Voice, Suonare News ed è direttore editoriale di ClassicaViva.

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