Un paio di scarpette rosse

di Joyce Lussu

scarpette_rosse
C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”.

C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald.

Più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald.
Servivano a far coperte per i soldati.
Non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas.

C’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenw Leggi tutto…

Esseri umani, essere bestie

di Terry Passanisi

fassi

Non ci resta che piangere. Oppure, che ridere; ché riderci sopra dovrebbe essere sempre, pur trattandosi di per sé di un paradosso, extrema ratio. Perché fino a pochissimo tempo fa ci si rideva sopra di gusto. Nel breve volgere di qualche anno, almeno per quanto mi riguarda, non riesco più a farlo senza un retrogusto amarognolo. Parafrasando quei pochi, lucidi punti di vista letti in questi giorni: dire che il Fascismo è la contrapposizione al Comunismo, che questo vale tanto quest’altro e pertanto è lecito poterne esercitare liberamente le forme peculiari, è la giustificazione del pollo cosciente, ed è come convincersi (o tentare di convincere i rimanenti minus habentes) che il cancro si curi inoculandosi l’HIV. Il Fascismo, patologica dittatura violenta, è la peggiore espressione della contrapposizione alla democrazia, alla non violenza, all’ordine e allo stato di diritto. Che altri, eventuali estremisti di altre correnti rispondano dando il peggio di sé, naturalmente, non giustifica e avalla alcuno, mai, nemmeno a sinistra. Come tutti gli *ismi, del resto, dal primo all’ultimo, non se ne salva uno. Perché la Storia li ha già – o dovrebbe averli già, nelle coscienze di tutti – spediti al macero. Il Fascismo non è un’opinione politica; come evadere le tasse o il metodo mafioso non sono alternative di vita poetiche e creative allo Stato. Le persone peggiori, alle quali per un paradigma di ciò che è o non è democratico si dà oggi troppa voce in capitolo, stanno trasformando l’Italia in un paese orrido, arido e sterile, involuto e incivile, intollerante, ignorante e inospitale; stanno cioè riuscendo perfettamente nel loro intento: far sì che nessuno abbia più voglia di venire a visitarlo o di viverci, figuriamoci a investirci del denaro. Bene, bravi, obiettivo (quasi) raggiunto! Ed è molto probabile che questi rappresentanti perfetti d’involuzione etica non siano neanche consapevoli del perfetto risultato spontaneo. E non mi riferisco all’effetto indotto sugli stranieri e sugli extracomunitari che viaggiano per lavoro e turismo; non solo ai richiedenti asilo e ai disperati allo sbando e alla ricerca di una speranza in una Europa sempre meno disposta all’umanità e all’umanizzazione. Mi riferisco anche agli italiani dotati di un minimo di raziocinio e consapevolezza. Se già le condizioni precarie di lavoro e di sostentamento, per colpa di trent’anni di politica demente e sciagurata, spingono sempre più giovani e meno giovani ad andarsene, alla prima causa vi si potrà aggiungere a breve tutta una serie di questioni di aria di regime intollerabili. E proprio come affermava Karl Popper, il paradosso della difesa della tolleranza è di non tollerare, con inossidabile fermezza, gli intolleranti.

La questione sull’estrema destra ai giorni nostri, d’altra parte, non può nemmeno essere liquidata e derubricata come fosse una minuscola schermaglia tra ragazzacci, nonostante una delle ultime sentenze della Cassazione abbia assolto due manifestanti fascisti, definendo plausibile il saluto romano se volto alla commemorazione non violenta. Quello di cui sono certo è che la commemorazione del Fascismo è già di per sé una forma di violenza, se non fisica di certo intellettuale, morale e della Memoria. Se la sentenza porterà a future derive è tutto da vedere, soprattutto dopo le prossime elezioni del 5 marzo (2018 ndr); sempre che non abbiano ragione quei politici, trasversalmente da destra a sinistra, e me lo auguro davvero, convinti del fatto che le bande fasciste, in Italia, non potranno mai più riacquistare potere istituzionale. Tutte le volte che covo qualche dubbio a riguardo, alla luce dei fatti e delle notizie che ogni giorno preoccupano sempre un briciolo di più, mi confronto con i punti fissati da Umberto Eco nel suo pamphlet ”Il fascismo eterno“ (o anche in “Cinque scritti morali”, Bompiani 1997), in cui vengono illustrati chiaramente i tipici segnali d’allarme di un ritorno politico e sociale di estrema destra, perfettamente schematizzati nell’illustrazione ad opera di Pictoline.

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E aggiungeva, nel suo romanzo “Il cimitero di Praga”, a proposito dell’antisemitismo creato ad hoc nel XIX secolo: “Occorre un nemico per dare al popolo una speranza. Qualcuno ha detto che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie: chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera, e i bastardi si richiamano sempre alla purezza della loro razza. L’identità nazionale è l’ultima risorsa dei diseredati. Ora il senso dell’identità si fonda sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli, ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale.” Su questa citazione ho trovato persino, tra i commentatori di Facebook, chi fosse convinto si potesse interpretare come un’accusa agli antifascisti di oggi. Spesso, basterebbe anche meno: conoscere un po’ la Storia, capire quello che si legge, avere letto il testo nella sua interezza (e comprenderne, magari, il sottotesto), i riferimenti, le metafore, le boutade, siano essi contingenti oppure inseriti all’interno di un quadro generale. A me fa questo effetto di solito, un testo che mi rivelasse una verità mai presa in considerazione prima: lo leggo, resto meravigliato e basito (se sono in grado di capirlo) e non ho la forza di dire altro; ma ne faccio tesoro.

Tornando alla politica, non do di certo ascolto ai pareri di politicanti come un Casini qualsiasi; che mi ricorda nel suo modo di vivere la sua professione, perfetta metafora del peggio istituzionale di questo paese, i giapponesi e il modo in cui essi vivono la religione: nascono shintoisti, vivono nel confucianesimo, si sposano cristiani e muoiono buddisti – e chissà cos’altro ancora una volta reincarnati, a quel punto –, approfittando di tutti gli aspetti migliori e, soprattutto, convenienti del caso. Mi scuseranno i giapponesi per l’infelice paragone. Mi riservo di dare ascolto, piuttosto, e mi pare il minimo, solo a eminenti voci quali quella di Liliana Segre che, avendo vissuto sulla propria pelle il campo di concentramento di Auschwitz, per non finire a giocare a rimpiattino con l’avversario e fomentarne la stessa forma di violenza, contrapposta, più che sciogliere o combattere strenuamente quei movimenti, sa bene che la cosa più efficace è stigmatizzarli. Insegnare, informare, definire nella testa delle persone, tanto più nei giovani, la consapevolezza della (in)consistenza e del pericolo di certe convinzioni, di certe idee violente e di prevaricazione. Coltivare, far crescere e sedimentare la Cultura e la Ragione rispetto all’ignoranza e agli istinti viscerali. Perché l’evitare il cortocircuito nel progresso umano e sociale, del pensiero e dei principi delle civiltà, sta sempre nel contrapporre, in prima istanza, la non violenza alla violenza (di qualsiasi natura), senza lasciare spazio a filosofemi preconcetti. Esiste il premio Nobel per la Pace; non mi risulta ne esista uno per la Guerra. Non ci sono scale di grigio. O di qua o di là. Che è anche quello che struttura da sempre la differenza fondamentale tra esseri viventi dello stesso regno. Pur sempre animali, ma con un confine netto tra esseri umani e bestie.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/19/neofascisti-liliana-segre-piu-che-scioglierli-quei-partiti-vanno-stigmatizzati-e-affida-agli-studenti-un-appello-al-voto/4171475/

La giornata di quelli con le gambe corte

di Terry Passanisi
auschwitz

Il famigerato cancello d’ingresso del lager di Auschwitz

Quando mi sento dire con ignobile coraggio “ha fatto anche cose buone” di un dittatore guerrafondaio e xenofobo, mi aspetto di sentire, un secondo dopo, quelle stesse persone provare a vendermi, come piazzisti di pentole di plastica e carta stagnola, la loro simpaticissima visione del mondo, al motto: “Ma guarda che ho tanti amici extracomunitari”. Svizzeri? “E ne ho pure di gay; sono anche bravi: si vestono e ballano benissimo”. A casa loro, probabilmente.
Questi signori, ebbri delle loro convinzioni figlie del più populistico e becero revisionismo storico, del resto, qualche solida base devono – anche – avercela, per essere tanto convinti delle loro affermazioni. Magari la storia no (e nemmeno la musica), ma il razzismo devono avercelo nel sangue. La Giornata della Memoria, nell’indomani, sembrerà già molto, molto corta.

http://video.repubblica.it/mondo/memoria-ad-auschwitz-con-la-sopravvissuta-non-cancellero-mai-il-numero-sul-mio-braccio/295493/296111?ref=RHPPLF-BS-I0-C8-P5-S4.4-T1

“Il numero tatuato sul mio braccio è 76483. Non ho mai pensato di cancellarlo. E’ dentro di me, non è possibile toglierlo”. Andra Bucci è la più giovane sopravvissuta italiana alla Shoah: “Arrivai qui a 4 anni e forse fui fortunata per questo: i bambini si adattano prima”. Entrata ad Auschwitz nel 1944 ad appena quattro anni, in occasione del Viaggio della Memoria organizzato dal Ministero dell’Istruzione, ha accettato di tornare nella fabbrica della morte nazista per testimoniare la sua storia a cento studenti italiani accompagnati dalla ministra Valeria Fedeli. “Venire qui è una sofferenza, è quasi come rivivere un’altra volta quel momento”, racconta Bucci ai giovani.

A cura di Antonio Nasso

Roberto Calasso: “In un mondo senza il sacro siamo diventati solo turisti”

di Dario Olivero

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“Dal maggio del ’45 a oggi si è entrati in una zona che non ha nome, per questo è l’innominabile attuale”. Roberto Calasso siede nel suo ufficio all’Adelphi, nel centro di Milano. Sulla scrivania l’ennesimo caffè, davanti gli scaffali con quel che resta della biblioteca di Bobi Bazlen, il codice genetico da cui è fiorita la casa editrice da sempre più inattuale e più attuale d’Italia. Attuale è parola che ricorre spesso. A partire dal titolo del nuovo libro L’innominabile attuale appunto, seguito ideale del profetico La rovina di Kasch del 1983. In questo tempo senza nome vive l’ultima evoluzione dell’Homo sapiens, quello che Calasso definisce Homo saecularis: noi. ” Homo saecularis – dice – è un risultato molto sofisticato della storia. Per arrivare a lui bisogna essersi scrollati di dosso una quantità di pesi. E questa mancanza di gravami di vario genere – religioso, politico, tradizionale – non ha prodotto soddisfazione o felicità, ma una specie di panico. La vittoria della secolarità, che ormai pervade tutto il mondo, è paradossale. Homo saecularis si è trovato di fronte un mondo che non è in grado di trattare. Ha vinto ma gli manca qualcosa di essenziale, domina ma si rivolta contro se stesso. Tutti i nomi che usa sono inadeguati e richiederebbero quella “rettifica” che secondo Confucio era il primo compito del pensiero. Di qui il titolo del libro, che si è imposto dopo 34 anni di latenza”. Il libro è diviso in due parti. La seconda è una polifonia di voci (Virginia Woolf, Simone Weil, Walter Benjamin, Céline), che descrivono momenti di ciò che avveniva dal ’33 al ’45, dalla presa del potere di Hitl[…]

via Roberto Calasso: “In un mondo senza il sacro siamo diventati solo turisti” – Repubblica.it

Lui ritornerà?

di Costanzo Colombo Reiser

tornera

La resistenza tedesca è il perno attorno a cui ruota il gioco di strategia Through the Darkest of Times, ambientato nella Germania hitleriana tra il 1933 e il 1945 ma concepito avendo in mente questi anni di “populismi”. Ne parliamo con il designer Jörg Friedrich.

“Prima del ’33, il ridicolo saluto nazista era considerato una barzelletta. Ma presto smettemmo di ridere. Non scorderò mai la prima volta che lo vidi, era il ’28 o il ’29. La messa era appena finita e stavo aspettando il tram; di fianco a me c’era un giovane, col vestito buono della domenica. Quando dal tram scese un tizio con la camicia bruna, la fascia da braccio rossa con la svastica e le ghette militari, i due si guardarono, tesero il braccio e urlarono ‘Heil Hitler!’. Molti dei presenti, persone più anziane, scossero il capo, ma non dissero nulla. All’epoca avevo 12 anni e, non capendo cosa fosse successo, una volta giunto a casa lo chiesi a mio padre. Ricordo che sorrise e disse ‘Lascia perdere quegli imbecilli. Rinsaviranno’. Com’è che si dice in latino? Errare humanum est.”
– Wilhelm Fischer, nato a Colonia nel 1916. Si arrese all’Armata Rossa nel 1945

La testimonianza di Fischer è solo una delle centinaia contenute in Deutsche im Zweiten Weltkrieg: Zeitzeugen sprechen, di Johannes Steinhoff e Peter Pechel (disponibile anche in inglese), un libro che comprai poco dopo aver letto Le benevole di Jonathan Littell. Di quest’ultimo mi aveva affascinato la tesi principale, esplicitata mediante la parabola del protagonista Maximilien Aue, secondo cui le sole cultura e intelligenza non sono sufficienti a renderci immuni dai germi del nazismo; al contrario, nelle giust[…]

via Lui ritornerà? – Prismo