Racconti

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"La parte del corpo dal collo in su – quella utile a risalire in breve all’identità della malcapitata – non è stata rinvenuta. Quanto odio, dove andremo a finire. Vorrebbe passare oltre, reprimere la nausea, saltare alla pagina della cultura, o meglio dello sport, accendere la prima sigaretta, socchiudere gli occhi dal disgusto mentre sfoglia il giornale."

di Terry Passanisi

Apre il giornale. Non in prima pagina, neanche in terza, una notizia raccapricciante: qualcuno ha sgozzato un tizio a pochi isolati di distanza; anzi, la vittima è stata proprio decapitata. Dal tipo di taglio, legge che l’omicida potrebbe essere mancino. È stata ammazzata, per essere precisi, una donna. Un femminicidio, come dicono oggi. Selvaggi. Il macabro ritrovamento al primo spillo d’alba, da parte di un pescatore che preferisce rimanere bla bla bla, di ritorno dalla puntata al molo a quelle ore indicibili da pescatori in cui, lui, non si sognerebbe d’alzarsi nemmeno per le funzioni fisiologiche. Il corpo della giovane seviziato con un coltello sbeccato da macellaio, o una roncola, le indagini non l’hanno ancora chiarito. La parte del corpo dal collo in su – quella utile a risalire in breve all’identità della malcapitata – non è stata rinvenuta. Quanto odio, dove andremo a finire. Vorrebbe passare oltre, reprimere la nausea, saltare alla pagina della cultura, o meglio dello sport, accendere la prima sigaretta, socchiudere gli occhi dal disgusto mentre sfoglia il giornale.

Ha l’impressione che le palpebre restino incollate, che davanti a sé lo schermo della memoria proietti il sogno della notte appena trascorsa. Triangoli iridescenti, concatenati l’uno dentro l’altro, poligoni al neon ruotano come ingranaggi, riavvolgendogli il pensiero. Mutano e propagano il corpo frastagliato di un fulmine turchino ramificato all’infinito, che gli s’infila sotto le unghie, risale i corpi venosi fino ad arrivare al cervello. Il punto di vista in prima persona gli ricorda quello di un videogioco; si guarda attorno, fintanto che il campo visivo glielo permette: vede mani, i piedi, il corpo lo percepisce nonostante rimanga ingoiato nelle tenebre. Piedi scalzi poggiano sull’asfalto umido di una strada dissestata, il cui manto scavalla tra un’illuminazione che invoca un bravo elettricista. Non sente freddo, né riconosce la superficie limacciosa sotto le piante. Mani piccole, quelle che gli si parano davanti, da bambino; le osserva da vicino di sopra e di sotto, e a tratti ha l’impressione che diventino enormi, si scompongano in pixel e glitch, disturbi di frequenza e scoloramenti digitali, mani ora rudi, gommose, pelose, posticce, diverse da quelle che riconoscerebbe come sue, ma sì, gli appartengono, nella misura in cui le sente attaccate ai polsi. Rovistano tra le immondizie in cerca di uno strumento, e trovano la roncola ruggine di qualcuno che per il suo orto è passato a un kit nuovo di zecca: acciaio e zincatura d’alto livello; non il falcetto malandato di un set da sei pezzi in ferraglia, che in più ha fatto il suo tempo. Che fortuna, è ancora affilata, la vecchia carogna. La parola carogna gli fa venire in mente una zona del collo, ma il rumore di fondo, il ronzio bianco che tempesta la visione e lo distrae, distorce la parola trasformandola in un elefante surrealistico, poi in un formichiere rosa che a un certo punto si gonfia troppo fino a esplodere. I suoi sogni, quanto le fantasie a occhi aperti, sono privi di odori. Questo no; avverte l’agliaceo del magnesio tipico di un corpo in decomposizione. Si volta a destra, in direzione di un fuoco fatuo, da dove proviene l’odore così forte da far vomitare. Si domanda che ore siano, quando capisce di non sapere nemmeno il giorno, il mese, figuriamoci l’anno. Il tanfo proviene da una casa a due piani con il tetto verde spiovente, il viale d’ingresso e il prato ben curati. Non so se avete presente, uno di quegli affittacamere privati che oggi fanno la fortuna degli scansafatiche che hanno ereditato dai nonni, che pertanto stanno in giro tutta la notte a gozzovigliare alla loro memoria.

Sopra il tetto, le nuvole ricordano cervelli soffiati in vetro fumé. Abbassa lo sguardo, sente qualcosa di morbido sotto i piedi, tra le dita. Una specie di palla di stracci. Scivola un lembo e un occhio verde strabuzza fra mezzo. Fa con l’alluce per capire meglio: il lenzuolo svela la testa mozzata di una bella, sanguinolenta ragazza. Urla d’istinto, ma non emette suono, come se d’improvviso un tappo avesse ostruito la gola; reclina la testa e sprigiona dalle dita la folgore blu che scarica a terra, scappa verso la casetta, spalanca la porta e, sudato come solo in un incubo, ci s’infila dentro. Un corridoio da sinistra a destra si perde nell’oscurità; sulla parete di fronte decine di porte numerate: ventuno, ventidue, ventitré… Ne apre una a caso e, da questa, esce un’ex fidanzata che nonostante abbia cambiato tinta e acconciatura rimane desiderabile.

«Sì?»

Non vorrebbe, ma la mano ha vita propria, scatta e si proietta in un fendente dal basso verso l’alto, da sinistra a destra, e la donna o, meglio, il suo corpo si accascia da una parte, la testa rotola dall’altra. In ginocchio, lui prova a ricomporla, a tirarle su una spallina, ad abbassarle la gonna svergognata, a far combaciare capo e collo, ma non fa che peggiorare la situazione, strappando un lacciolo, scucendo l’orlo della sottoveste, insozzando la camicetta, rompendole un tacco e un’unghia.

«Non è colpa mia! Ho dovuto, sono stato costretto, non ci si presenta fuori così, di colpo, spaventandomi,» ripete lungo la strada lustra. Prima di scovare a quell’ora anche solo una serranda d’osteria tutta sollevata, ritrova la porta di casa. Sale in fretta la stretta scalinata in cemento senza corrimano, rientra nella stanza in affitto: un bugigattolo col tetto troppo inclinato e basso per non ingobbirsi, in cui a stento è riuscito a infilarci un letto, uno scrittoio, un frigo; il lavandino con lo scarico staccato dalla parete crepata dà in un secchio che tracima mozziconi zuppi. Appoggia sul tavolino la testa dagli occhi riversi, tenendola ritta per i capelli, sistema lo straccio in cui è avvolta e ammira compiacendosi il molle trofeo. Apre svelto il rubinetto, s’insapona con la scheggia di Marsiglia rimasta, lava a fondo mani e polsi fin su oltre i gomiti. S’accomoda di traverso sulla sedia, ed è quello il segnale, il momento in cui torna capace di dischiudere le palpebre. La luce del mattino è lì e lì per irrompere. Apre il giornale. Accende la prima sigaretta. Selvaggi. Non in prima pagina, neanche in terza, un’altra notizia raccapricciante.


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