Letteratura Poesia

Un tè con Jane Austen e Virginia Woolf: così lontane, così vicine

“Affascinante ma rigida, amata in famiglia ma temuta dagli estranei, di lingua biforcuta ma tenera di cuore”: lei è “la più perfetta artista tra le donne, la scrittrice i cui libri sono tutti immortali”, lei è Jane Austen, vista dagli occhi di un’altra grande donna della letteratura, Virginia Woolf.

di Jenny Barbieri

Quello di Virginia Woolf per Jane Austen è un elogio sentito e vero, comprovato da altri saggi o brani di romanzi, ma che ad alcuni di noi potrebbe suonare inatteso. Cosa può, infatti, accomunare due scrittrici tanto diverse? La Woolf, infatti, vive nell’Inghilterra del primo Novecento e certamente non resta indifferente a tutti i cambiamenti che avvengono in quel particolare periodo storico: due conflitti mondiali, un forte cambio di mentalità in ogni aspetto della vita individuale e sociale, la portano a condurre una vita votata interamente alla letteratura e alla lotta contro le oppressioni e le disuguaglianze sociali. Jane vive circa un secolo prima, tra 1775 e 1817, e trascorre gran parte della sua vita non nella caotica e stimolante Londra, ma nel più bucolico e tranquillo paese di Chawton nell’Hampshire (dove oggi si trova la casa museo a lei dedicata) e nella cittadina di Bath. Entrambe ci raccontano la loro realtà: Virginia si dedica a flussi di coscienza, a un’attenta ed elaborata analisi psicologica, al male di vivere del suo tempo (si pensi al dramma del sopravvissuto che Septimus si trova ad affrontare in “Mrs. Dalloway”), la Austen, invece, a una lettura superficiale, sembrerebbe parlare unicamente di feste, balli, frivoli corteggiamenti delle classi medio-agiate di inizi ‘800.

Due donne all’apparenza molto distanti; e allora che cosa spinge la Woolf a scrivere ripetutamente riguardo alla sua predecessora e dedicandole sempre parole di lode?

Una prima risposta la troviamo nel saggio intitolato “Jane Austen” e pubblicato in “The Common Reader” (1925), una raccolta di testi, tutti made in Woolf, precedentemente pubblicati su giornali e riviste.  Qui troviamo un’analisi degna dei migliori critici letterari, che ripercorre tutta la carriera di Jane, dagli scritti giovanili, composti quasi per scherzo, in casa, insieme ai fratelli, fino a “Persuasione”, il romanzo che segna una svolta verso un nuovo stile austeniano, più maturo e più attento all’introspezione. In particolare, Virginia afferma: “Jane Austen è dunque padrona di emozioni molto più profonde di quanto si creda. Ci esorta ad aggiungere quello che manca. Sembra offrirci un’inezia che però si espande nella mente del lettore e si riveste di una vitalità duratura apparentemente triviale”. A Jane viene riconosciuto il merito di conoscere le sue capacità e di essere in grado di scegliere lo stile più adatto a esse: lei descrive la società del suo tempo, restando comunque distaccata, senza far mai trapelare la sua rabbia o indignazione, se non attraverso una studiata e fine ironia che, qui, le fa guadagnare il titolo di “una delle più instancabili autrici di satira della letteratura”. E in effetti è sufficiente ridare uno sguardo all’incipit di “Orgoglio e Pregiudizio”, al primo dialogo tra i coniugi Bennet, lui così sarcastico e poco curioso, lei esuberante e sempre pronta al pettegolezzo, per capire quanta verità ci sia in questa definizione. In  tutte le sue opere, è proprio il gioco satirico a permettere l’inserimento di figure, soprattutto femminili, che si svincolano dalle convenzioni sociali di ‘700 e ‘800: penso a Elizabeth, che rifiuta un partito impostole dalla famiglia per cercare il vero amore, penso a Emma, che non è preoccupata tanto dal rischio di rimanere zitella quanto del fatto di perdere la  sua autonomia, penso a Fanny Price, che intraprende un percorso di crescita personale e sociale, possibile soprattutto grazie alla sua testardaggine nel seguire i valori in cui crede, anche quando questi sono sbeffeggiati e derisi da coloro che dovevano esserle superiori per educazione e rango sociale. Il loro comportamento trova una giustificazione e diventa accettabile anche agli occhi del lettore contemporaneo proprio grazie alla satira che scredita gli antagonisti e, con loro e attraverso di loro, i finti valori della società.

Virginia Woolf tornerà a parlare di Jane Austen all’interno dell’opera “Una stanza tutta per sé”, saggio del 1929, con cui l’autrice ripercorre la storia della letteratura al femminile, tentando di dare il giusto risalto a questo ramo letterario spesso trascurato. Molte pagine sono dedicate alla giovane scrittrice di Chawton: “Ecco, agli inizi dell’800, una donna che scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza critiche o recriminazioni. Scriveva come scrive Shakespeare (…). E quando le persone paragonano Shakespeare a Jane Austen deve essere perché entrambi avevano distrutto tutti gli ostacoli delle loro menti, ragione per cui non possiamo dire di conoscere né l’uno né l’altra, ragione per cui Jane Austen pervade ogni parola che scrive proprio come fa Shakespeare”.

Tutte queste qualità emergono ancora più prepotentemente, se si considera il fatto che Jane non aveva grandi modelli letterari del passato a cui far riferimento: sempre Virginia afferma che “come donne, ripensiamo al passato attraverso le nostre madri.” La letteratura, fino al XVIII secolo, era stata appannaggio maschile, ma il ritmo, il modo di costruire frasi, il pensiero di autori come Dickens, Sterne e Newman differivano troppo da quelli propri delle scrittrici donne di inizio ‘800; pertanto, alla Austen, alle sorelle Brontë e alle autrici loro contemporanee spetta certamente il merito di aver creato uno stile in linea con le esigenze femminili e che fungerà da modello per chi verrà dopo di loro, Virginia Woolf compresa. La magia della letteratura sta nella sua capacità di unire anche persone potenzialmente molto distanti tra loro, quella magia che ci consente oggi di immaginarci Virginia e Jane, sedute davanti a una finestra, a sorseggiare un tè e a discorrere di emozioni, quella magia che rende la Austen e la Woolf possibili amiche, nonostante il secolo che le separa.


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